Baratto Culturale

DA RIVEDERE

Durante una permanenza a Lecce nel ’73, per presentare MIN FARS HUS e dei seminari agli studenti di Nando Taviani , Eugenio Barba si accorge che il Salento, la “terra senza teatro” (come la chiamerà lui), possiede
un’energia nascosta che potrà, caratterizzare i sui futuri lavori e con essi la sua azione sociale. E così propone a Ferdinando Taviani un progetto, che consiste nella permanenza di cinque mesi in un posto “fuori dal tempo”.

Carpignano, piccolo paese dell’entroterra Salentino, con circa duemila abitanti, dimezzata dall’emigrazione, posto sulla strada che da Lecce porta ad Otranto, e sull’antico asse viario la “Traiana-Costantiniana”. Terra rossa, pietre come ossa e ulivi secolari, l’economia si basa sull’agricoltura, famiglie per lo più patriarcali, padre e madre contadini, impegnati nella raccolta delle olive, nella produzione del tabacco e nella coltivazione delle viti. Abiti scuri che richiamano i colori della campagna, cappelli per gli uomini e fazzoletti sempre in testa per le donne. Poche erano le famiglie che potevano permettersi gli studi per i figli, pochi i già laureati. Al posto della medicina, la magia come credenza popolare, per curare il corpo e ancor più l’anima. Silenzio per le strade del paese, rotto solo dai giochi dei bambini che rimanendo a casa con i nonni giocavano per strada attendendo il ritorno dei genitori. La sera, al ritorno dai campi e poi nelle case canti e rime, storia di una cultura antica. E’ qui che ricade l’attenzione di Nando Taviani, forse anche con l’indicazione di qualche amico del posto.

L’Odin si stabilisce a Carpignano dal maggio del 1974, prendendo in affitto alcune camere del Palazzo Ducale, e comincia i lavori di preparazione per il nuovo spettacolo, facendo training nei campi attorno al paese e in una sala ricavata da un vecchio deposito di tabacco. Con la “scusante” della ricerca, giustificheranno, una permanenza guidata da un certo sesto senso. Barba, infatti non sapeva come la sua permanenza avrebbe potuto caratterizzare l’azione sociale dell’ODIN, ma qualcosa gli diceva che sarebbe successo.

-Non potevamo svolgere a Carpignano la normale attività del Teatro Laboratorio Danese, dove gli abitanti non hanno mai visto uno spettacolo teatrale. Non volevamo imboccare queste persone col “teatro” un fenomeno culturale di cui hanno fatto a meno per secoli. Volevamo che ci rispondessero con la loro voce, con la loro lingua…-(E. Barba, da un’intervista per la televisione danese, di S.K. Barfoed, sett.1974. Documenti originali conservati a Carpignano ).

Dopo un periodo iniziale, la curiosità della gente porta Barba a pensare, che si dovrebbe mettere a punto uno spettacolo da presentare alla popolazione per farsi conoscere ed accettare.

E nasce, dall’idea del direttore di tournee, Jan Torp, “Johann Sebastian Bach” uno spettacolo di clown. Barba non se la sente di chiedere denaro, per lo spettacolo a quelle persone che lavoravano nei campi per poter tirare avanti. E così che, una sera trovandosi per caso con un piccolo gruppo di Carpignanesi in piazza, che, per sfidare l’ODIN si mette a cantare con il fine poi di saziare la propria curiosità, pensa che si può…usare questo principio di reciprocità: il compenso per lo spettacolo di clown doveva consistere in canti, danze e musiche degli abitanti del luogo. Così nasce il Baratto. Nei mesi successivi, fu questa la trovata inaspettata –lo scambio del proprio patrimonio culturale- che avrei inseguito, e che mi fece mettere da parte le prove per lo spettacolo nuovo … (E. Barba, da Il cavallo cieco, di Iben Nagel Rasmussen ed. Bulzoni)

Nei mesi successivi fu un susseguirsi di scambi culturali, infatti l’Odin non userà solo il baratto, come compenso per il suo spettacolo di clown, ma lo userà come catalizzatore di cultura, usando frammenti di training spettacolarizzato per rappresentare al meglio la cultura a cui l’Odin Teatret appartiene, scoprendo possibilità inimmaginabili di usare il teatro. Ma ben presto però ai contadini del paese, sembrerà che la moneta con cui ripagano sia insufficiente, si dicono poco soddisfatti del proprio repertorio e cominciano a pensare come arricchirlo, per soddisfare al meglio gli ospiti.

E così che, da una riunione in piazza tra amici, nasce l’idea di arricchire gli spettacoli, con assaggi prodotti tipici preparati in casa per l’occasione e tanto vino, in quel periodo ottimo e abbondante, mettendo a punto una festa di paese (la prima che non sia legata a un rito religioso) che decideranno di chiamare “Lu patrunu” dal nome di un antico passatempo a carte (era 11 agosto 1974). Fu un enorme successo, se ne parlò per molto tempo, tanto che gli anni seguenti si decise di portare avanti questa esperienza, si cambiò il nome prima in “Sagra te lu mieru” (solo per il 1975), e poi in “Festa te lu mieru” (del vino), la fama di questa manifestazione culturale col tempo crebbe a dismisura, tanto che indusse i paesi vicini a imitare tale rappresentazione della cultura Salentina.

Oggi dopo 34 anni di storia, la “Festa te lu mieru” rispecchia, ancora le caratteristiche di allora, portando avanti una “esplosione” di cultura con i propositi che è nata. In questi anni si è fatto tanto, dal palco libero (si poteva esibire chiunque) con cui si è portato avanti per un po’ di anni il “baratto” dell’Odin, e si è contribuito alla nascita di parecchi dei gruppi di musica popolare oggi famosi, alla tutela della musica tradizionale stessa, nel periodo in cui non era così seguita come oggi; dall’organizzazione di momenti di riflessione su diversi campi come vino, arte, territorio ecc., alla tutela del prodotto tipico carpignanese; fino alla tutela di alcuni usi e costumi, che altrimenti se ne sarebbe persa la memoria, organizzando manifestazioni culturali parallele. E comunque, è stata una manifestazione culturale di spunto, per un sempre più consistente numero di manifestazioni nel Salento. Negli anni però si è un po’ confusa con le altre feste popolari, perdendo un po’ la sua originalità, oggi però l’Associazione culturale omonima (che è nata per ovvie ragioni già nel 1975) sta lavorando, perché questo non possa ancora ripetersi negli anni a venire, e che riacquisti il suo posto di “Mamma delle Feste Salentine”.

IBEN NAGEL RASMUSSEN racconta: "Carpignano mette sottosopra la nostra visione dl teatro, partecipiamo a feste locali, ascoltiamo i penetranti canti del Sud che accompagnano il lavoro…i vecchi ci mostrano le loro danze e inventiamo il principio del “Baratto”, …noi balliamo e suoniamo per voi, se ricambiate con la stessa moneta, con le vostre danze e i vostri canti…Il soggiorno in Italia, che doveva essere dedicato alla preparazione di un nuovo spettacolo ci porta a esperienze che assorbiremo nel più profondo di noi, delle quali ci serviremo negli anni a venire… (da “ il cavallo cieco” di Iben Nagel Rasmussen. Ed. Bulzoni)

SECONDA PARTE - BY ADA: IL BARATTO CULTURALE COME DISPOSITIVO PEDAGOGICO

Il baratto culturale è un dispositivo attraverso cui creare e realizzare relazione e può essere proficuamente declinato in chiave di pedagogia di comunità per essere utilmente impiegato nell'ambito di azioni di ricerca educativa.
Mutuiamo questo costrutto dall'ambito del teatro antropologico per come ce lo consegna il suo originale ideatore e teorizzatore: Eugenio Barba.
Per Barba non è possibile che la cultura sia il luogo del gratuito, ossia il luogo in cui uno dà senza ricevere, atto quindi unidirezionale e per certi versi autoreferenziale. Concepire la relazione in termini di baratto culturale significa instaurare una interazione dare/avere in cui ognuno fruisce di qualcosa e nello stesso tempo fornisce qualcosa, in cui ognuno 'consuma' e contemporaneamente 'produce'.
Altro importante spunto che ci viene da Barba è che lo scambio, affinché autenticamente tale, deve avere un valore pieno e reale per entrambi i soggetti della 'transazione'. Il baratto cioè si realizza nella misura in cui non soltanto si è disposti a dare qualcosa per riceverne un'altra, ma anche a condizione che ciò che io voglio donare rappresenti effettivamente per l'altro un valore e viceversa ciò che l'altro vuole donarmi sia/abbia per me un valore. Occorre entrare profondamente in dialogo con l'altro e con sé per comprendere che cosa può avere 'valore' per ciascuno: questo instaura la relazione, la rende necessaria, la alimenta.
Volendo circoscrivere i significati che si addensano attorno a 'baratto' possiamo dire: è una relazione entro cui si 'consuma' e si 'produce'; poi c'è quell'aggettivo, 'culturale', che è importante. Allora possiamo dire:
il baratto culturale è una relazione in cui contemporaneamente e inscindibilmente si consuma e si produce cultura, vale a dire simboli, significati, background antropologici, valori, immaginazione, creatività. Esso mobilita le identità e le differenze, le connette in un circuito relazionale, transattivo, dal quale scaturiscono nuovi artefatti culturali e nuova conoscenza. (vedi: artefatto).
I processi transattivi posti in essere nel baratto culturale che portano agli artefatti sono riconducibili alle cosiddette arti performative o performing arts.
Riflettendo ulteriormente il dispositivo 'baratto culturale' sotto il profilo metodologico, ho potuto concludere che esso definisce un modello di spazio teorico e setting pratico allo stesso tempo, risultato dell'intersezione di due assi/dimensioni fondamentali, costituite dalle seguenti due coppie di opposti:
- asse/dimensione degli opposti dono/accoglienza, da una parte
- asse/dimensione degli opposti identità/alterità dall'altra.
Come dire che il baratto culturale metodologicamente istituisce uno spazio riflessivo e un setting di azione in cui è richiesto di essere pronti a donare la propria identità per accogliere l'alterità.
Questa sintassi costituisce tanto una griglia interpretativa per la ricerca, quanto le direttrici criteriologiche che debbono ispirare le azioni situate degli interventi educativi e di animazione socio-culturale.

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