Battisti

Lucio Battisti è tanto amato oggi perché ha significato, nonostante tutto, molto per gli adolescenti che eravamo trent’anni fa. E i giovani di oggi lo amano perché sa interpretare, nonostante tutto, i loro turbamenti. Con una giaculatoria rap ti gridano la loro rabbia, ti rimproverano, duri, esigenti, ma poi ogni tanto diventano melanconici e ascoltano Battisti. Si innamorano e si lasciano cantando e ascoltando Battisti, come noi, allora. E tu vorresti dire loro della rabbia che avesti e di come ti consolasti, di come il mondo ti invocava e di come ti sottraesti, mentre va l’ennesimo Battisti, che reca in sé il tempo che ti scorre tra le dita. Vorresti poter consegnare il futuro a tuo figlio, trovare le parole che sono nei romanzi per dirgli com’era stato il tuo mondo, come forse sarà il loro. Non c’è modo che ciò sia. Solo inspiegabilmente un disco sembra il ponte possibile.
Ha avuto un grande merito Battisti; ha avuto il merito di tentare di dire le emozioni che avvertivamo prepotenti e che contradditorie ci straziavano o che sentivamo indecifrabili. Sospinti da molte sollecitazioni anche opposte, grazie a Lucio Battisti imparavamo a non vergognarci dei tonfi inspiegabili del cuore, dei tormenti di chi si innamora, accettavamo che le cose d’improvviso potessero cambiar colore.
Erano tempi i nostri in cui la cantabilità di Battisti, il suo tentativo di dar nome al mondo delle emozioni personali, quel suo essere nazional-popolare senza sforzo alcuno, così, naturalmente, destava sospetti. Risuonava lo slogan “il privato è borghese” e l’impegno era un dovere ineludibile. L’amore sembrava irrazionalità da superare, buono per finire nelle canzonette, ma non per affrontare l’altro sesso. Tutto doveva tradursi in politica e Battisti cantava quel comma irriducibile, impolitico, residuo ineliminato della storia. Battisti aveva la colpa di non credere all’impegno, di essere attento a cercare il senso delle cose nelle cose, il mistero delle relazioni umane nelle relazioni umane.
Aveva uno sguardo tutt’altro che provinciale, ma pure mantenne fede alla melodicità, cifra caratteristica dell’Italia, da secoli nota in Europa, col melodramma, con l’opera buffa per l’inventività delle sue linee di canto, intense, struggenti, espansive, gioiose, dinamiche. Echeggia in Battisti l’essenza di questa tradizione. E’ come qualcosa che è iscritto nell’inconscio creativo e che emerge all’insaputa, mescolandosi con le mille, nuove suggestioni che provengono dal beat, dal pop, dal jazz.
Se non ci fosse stato Lucio Battisti ad indicare a tanti giovani la via per dire il coacervo delle proprie private emozioni, molti più sarebbero stati coloro i quali non avrebbero saputo sottrarsi alle sirene adescatrici dell’ideologia che voleva imporre la propria gerarchia di valori e piegare la dimensione soggettiva dell’esistenza alla presunta oggettività del bene collettivo, saputo da qualcuno ed ignorato (chissà perché) da molti.
Il 20 luglio scorso ad Umbria jazz c’è stato un tributo bellissimo a Lucio Battisti. Un tributo che ha detto in musica cose difficili da tradurr e in parole. Enrico Rava, trombettista geniale, jazzista esigente, ha proposto una sua personale rivisitazione dei brani di Battisti. Accanto alla sua band vi era l’Orchestra Sinfonica “Arturo Toscanini”, a costituire un tappeto su cui far danzare i ritmi, far viaggiare le melodie e piroettare agile la tromba. Battisti è musicalmente stimolante e le sue melodie hanno una capacità di rendere stretti i confini tra i generi.
Perseguendo l’ideale (almeno nella fase giovanile) di semplicemente piacere, non aspirando se non a divertire, seppe canzone dopo canzone costruire un repertorio che fu prontamente adottato come colonna sonora d’una generazione. In E già, l’album del 1982, che firma assieme alla moglie, c’è una canzone “Hi-fi”, in cui vengono disegnati i connotati dell’ascolto a cui Battisti intende raccordarsi: “luci basse per cominciare, la cuffia stereo, il disco ha fatto pochi giri e già si insinua il piacere …. Parole e musica da assaporare, chitarra elettrica, chitarra acustica e un batterista che ci sa fare, si sente prorio che si vuol divertire, conosce bene il suo strumento e sa come farti godere…”.
“Hi-fi” rimanda a “Registrazione”, che è nello stesso album. “La musica come l’Amore è un divertimento, quando si complica invece diventa un tormento e al piacere subentra la noia”. Dichiara pure in “Registrazione” i suoi amori: Jagger e gli Stones, Paul McCartney e i Beatles, Ray Charles e Bob Dylan. E come mettendosi a cantare li dimentichi, perché a sé ha assegnato un compito piccolo, ma impegnativo: non ha da essere un ribelle lui, non ha da farsi notare come sovvertitore dell’esistente, ha solo da “parlare delle cose grandi e piccole della vita, così come le sento”. Non aspira a diventare un personaggio, vuole semplicemente essere “un individuo che non si lascia consumare”. Vorrebbe riuscire ad instaurare un rapporto più intenso, più vero col suo pubblico, percepisce che esso è “un’entità astratta, un mostro incomprensibile”. E perciò alla fine decide di sottrarsi, di cercare un dialogo più profondo con sé, di tentare la perfezione nella sala d’incisione. Sogna che il disco possa raggiungere uno ad uno i suoi interlocutori. La sua musica diviene più astratta, è immersa in un sound algido, la melodia si spezza appena accennata, allude a dei significati, cerca una complicità ad un livello più profondo.
Forse un giorno sapremo guardare un po’ meno perplessi la ricerca di quest’ultimo Battisti, avremo qualche parola in più per Hegel, ad esempio. E scopriremo quale profondo intimo tormento tentasse di distillare, per dirci - prima di lasciarci – di quali torsioni la vita sia capace.

25.09.2000
Salvatore Colazzo

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