Bernard E La Musica

Bernhard
Negli scritti di Bernhard la musica conta sempre moltissimo. Di musica Bernhard era un esigentissimo intenditore. Molti romanzi e commedie di Bernhard tematizzando la impossibilità per i personaggi di raggiungere la perfezione della musica. Ne L'Ignorante e il pazzo ad esempio una cantante si vota per la vita alla Regina della Notte mozartiana. Nella Forza dell'abituine il "Quintetto della trota" di Schubert diventa la fissazione maniacale di un direttore di circo emblematicamente chiamato Caribaldi.
"Naturalmente la metafora impone certe regole: l'invasato direttore, che ha una gamba di legno e, secondo la norma non si stanca di rimettere al domani, all'imminente recita di Augsburg, l'impossibile esecuzione riuscita, governa tirannicamente una minicompagnia di cinque elementi sopravvissuti, perloiù parenti e in qualche caso magari incestuosi, sottoposti al suo vangelo lavorativo e inevitabilmente giudicati inadempienti. Ma è un nipote domatore, già leso fisicamente dal lavoro e adibito al pianoforte, a guidare la presumibile opposizione; lo vediamo infatti rendere impossibile la definitiva prova con la sua assenza, e poi perché cacciato appena sopraggiunto. Costruito a monologhi torrenziali come d'abitudine e giocato sul paradosso comico della tragicità, questo lavoro è storico per avere determinato nel 74 il primo incontro tra lo scrittore austriaco e il grande Minetti, suo futuro attore-simbolo" (Franco Quadri, E nel circo di Bernhard il comico sposa la tragedia, "La Repubblica", 22.3.1999). La regia è di Tito Piscitelli.


"Il soccombente", capolavoro dello scrittore austriaco che racconta
il rapporto di amicizia fra tre uomini, uno dei quali è Glenn Gould

Come è duro scoprire
che il tuo vicino è un genio

di FRANCO MARCOALDI

SINISTRA IN RETE http://www.repubblica.it/speciale/2003/biblioteca/idee/diciotto.html

Thomas Bernhard era un tipo decisamente strano. Se non bastassero i suoi romanzi, con quelle centinaia di pagine claustrofobiche, prive di qualsiasi punto a capo, e l'ossessività della sua scrittura fatta di continue reiterazioni, sempre attorno al tema del fallimento e della morte, per averne ulteriore conferma si può sempre andare in visita alla casa di Ohlsdorf, nel bel mezzo di quello che passa per essere il Lake District austriaco.

Bernhard comprò quella vecchia, immensa abitazione di campagna (fortificata e misteriosa come la sua esistenza) subito dopo la fortunata pubblicazione del suo primo romanzo, "Gelo". E cominciò a restaurarla un pezzo alla volta, cercando di non modificare nulla dell'originaria struttura. Oggi tutto è rimasto come al momento della sua morte (1989). Nelle stalle giacciono abbandonate svariate macchine agricole con su la scritta "Bernhard-agricoltore" (la sua incompetenza, a riguardo, pare fosse totale: ma Thomas ci teneva, e molto, a quel biglietto da visita). Nel piccolo atrio sono appesi svariati cappotti e cappelli e mantelline tipici dell'abbigliamento folklorico locale, sul quale lo scrittore appuntò strali micidiali, ma che evidentemente solleticava un lato nascosto della sua controversa personalità.

Da figlio illegittimo e rinnegato qual era, Bernhard adorava il lusso e una certa, maniacale ricercatezza: stanno lì a dimostrarlo trecento paia di scarpe perfettamente ordinate e lucidate; i tavolini di legno da lui personalmente disegnati, e svariati ritratti di presunti, fantasmatici antenati. Proverbiale era il suo amore per una misantropica solitudine, come evidenziano due striminziti lettini volti a dissuadere dal pernottamento anche gli ospiti più tenaci e invadenti, oltre a una lunga serie di cartoline - amorevolmente raccolte dietro a una vetrinetta Biedermeier - che il Nostro spediva a se stesso da ogni angolo di mondo. Dopodiché si entra in una biblioteca che sembra assolutamente intonsa e infine nella sala d'ascolto della musica, dove sta in bella mostra un disco delle "Variazioni Goldberg" di Bach suonate da Glenn Gould, il coprotagonista del romanzo "Il soccombente".

Pubblicato nel 1983, il libro racconta il rapporto d'amicizia che si stabilisce tra tre uomini: l'io narrante, Wertheimer e per l'appunto Gould. I tre pianisti frequentano in età giovanile un corso di Horowitz a Salisburgo, ma mentre i primi due sono "soltanto" due straordinari talenti, il terzo è semplicemente un genio. Quando i due avranno modo di sentire per la prima volta suonare Glenn Gould capiranno che la musica non fa per loro. Di fronte a quei vertici assoluti qualunque carriera di grande virtuoso è semplicemente ridicola. Ma mentre il narratore sopporterà stoicamente l'abbandono del pianoforte, nella convinzione che o si è i migliori o non si è per niente, per Wertheimer quella rinuncia rappresenterà il primo e decisivo passo di una catastrofe annunciata, l'inizio della rovina del soccombente, conclusasi con l'immancabile suicidio.
Il romanzo comincia dalla fine, dalla morte di Wertheimer e dall'interminabile riflessione a posteriori dell'io narrante che dispone se stesso e i suoi due amici su una sorta di tavolo anatomico per osservare i caratteri (e le falle) di questi tre esseri umani. Gould è per l'appunto il genio, l'uomo che ha definitivamente trasformato l'interpretazione di Bach: "invasato dalla sua arte", vive recluso dal mondo in una casa immersa nel bosco suonando per dodici ore al giorno. Quando si attacca al pianoforte si raggriccia tutto e sembra uno storpio, mentre in realtà è un uomo "bello" e "signorile". Ama le definizioni semplici e la chiarezza del pensiero, detesta l'imprecisione e dunque quasi tutta l'umanità. La sua parola prediletta è autodisciplina; con se stesso è "l'uomo più spietato che si possa immaginare".

Il suo segreto? Suona "per così dire dal basso verso l'alto, non come tutti gli altri dall'alto verso il basso". Ha raggiunto livelli interpretativi di eccezione, ma il suo "radicalismo pianistico" lo ha posto davanti a un'insuperabile impasse: il desiderio di trasformarsi nello Steinway, di abolire qualunque intermediario umano tra Bach e il pianoforte. E morirà così, con questo sogno irrisolto: colto da ictus suonando le "Variazioni Goldberg".

Quanto all'io narrante, pare in tutto e per tutto il doppio dell'autore.
Come lui detesta l'Austria, mix orrendo di cattolicesimo e socialismo, e detesta in particolare Salisburgo, città abitata da gente immonda e luogo suicidiario d'elezione. Ma al contrario del soccombente è sopravvissuto, nella consapevolezza dei propri limiti musicali. Da anni vagheggia di scrivere un saggio su Glenn Gould e non è mai venuto a capo di nulla. Ma mentre esplicita a chiare lettere questo ulteriore fallimento (dovuto alla sua connaturata "arroganza e indolenza e tedio e pigrizia") sta di fatto componendo la straordinaria e agghiacciante partitura musicale di questa storia; in altri termini, sta facendo della propria vita un'opera d'arte. Insomma, tutto il contrario di Wertheimer, uomo pervaso dall'infelicità e che con l'infelicità ha sempre convissuto come con una seconda pelle, impossibilitato a disfarsene.

Wertheimer è un emulatore nato, un invidioso fisiologico, un debole aggressivo. Colpito a morte dal genio di Gould, è approdato alla filosofia scrivendo aforismi che il narratore ridicolizza, anche perchè non hanno minimamente aiutato il loro autore. Mentre in teoria Wertheimer "padroneggiava ogni disagio della vita, ogni sconforto, ogni disperazione", in pratica non ne è stato capace. Sì che a dispetto delle sue stesse teorie, è andato a fondo, colando a picco fino al suicidio.

A questo punto il romanzo potrebbe anche prendere la piega di una comprensibile pietas, ma in tal caso l'autore non sarebbe lo spietatissimo Bernhard. Il quale, al contrario, per bocca del narratore, spinge fino in fondo il coltello nella piaga: "Facciamo una grande fatica per salvarci da questi soccombenti e da questi uomini da vicolo cieco, poiché questi soccombenti e questi uomini da vicolo cieco ce la mettono tutta per tiranneggiare il mondo che li circonda e uccidere a poco a poco le persone che li frequentano, mi dissi. Per deboli che siano, e proprio perché la debolezza è radicata profondamente nella loro natura e costruzione, essi hanno la forza di esercitare sul mondo che li circonda un effetto devastante, pensai".

E' per l'appunto il caso di Wertheimer, che ha schiavizzato la sorella per tutti i lunghi anni durante i quali ha convissuto con lei. L'ha tenuta chiusa in casa, le ha impedito di passeggiare liberamente, di frequentare gli amici, di indossare gli abiti prediletti. E quando infine la donna non ne ha potuto più e se ne è andata e si è sposata con uno svizzero ricco sfondato, lui è rimasto solo come un cane. E ha maturato la definitiva vendetta andando ad impiccarsi su un albero distante cento metri dalla nuova casa della sorella.

E' proprio il segreto che sta dietro questo gesto plateale che l'io narrante vuole carpire. Per cui ricomincia la sua ossessiva ricerca: quando ci rendiamo conto di come sono fatti questi uomini del vicolo cieco, quando scopriamo il loro peculiarissmo meccanismo, "allora è quasi sempre troppo tardi per sottrarci al loro influsso, quelli ci trascinano con sé, appena possono ci trascinano verso il basso con tutta la violenza di cui sono capaci, disposti a sacrificare chiunque, anche la propria sorella".

Libro terribile, insopportabile e magistrale, "Il soccombente" sembra raccogliere in un solo racconto tutti i temi più cari di Bernhard. E soprattutto porta ad apoteosi la sua particolarissima dote di strumentista della lingua, come bene ha scritto Chantal Thomas. Quanto il romanziere scrive a proposito di Gould, che riprende all'infinito le "Variazioni Goldberg", vale anche per lui, che costruisce invariabilmente i suoi libri attraverso il tema prediletto della variazione, in un canto comprendente tutte le nuances dell'umor nero: "dalla semplice irritazione al suicidio, passando per le innumerevoli modulazioni dell'esasperazione, della collera, del risentimento".

Nella vita, sosteneva lo scrittore austriaco, non è mai finita. C'è sempre qualcosa di peggio. Ogni momento si può aggiungere un elemento nuovo a questa visione da incubo, a questa dinamica del disastro. Ed è proprio per via di tale cooperazione frenetica con il malessere che la letteratura di Bernhard - sostiene ancora Thomas - lungi dall'essere malinconica, riveste immancabilmente i connotati di una lotta attiva. Dagli effetti rinvigorenti e dagli esiti paradossali. Come senz'altro è l'esito di questo libro, dove entrano in rotta di collisione la massima felicità espressiva (Glenn Gould) e la totale impotenza esistenziale (Wertheimer); dunque due figure antipodiche, unite però dal medesimo problema: come uscire dalla gabbia della vita.

Wertheimer, con la sua umanità disastrata, ci proverà con un suicidio lungamente premeditato; Gould, mistico della musica, cercando di annullare la propria umanità nel pianoforte.

(15 aprile 2003)

Il tormento della mediocrità
di Adelaida Shabanaj

http://www.lintellettualedissidente.it/cultura/il-tormento-della-mediocrita-il-soccombente-di-thomas-bernhard/

L’interessante interrogativo che emerge da questo romanzo di Bernhard riguarda la capacità di perseverare nella propria attività o opera, pur avendo la consapevolezza di non poter raggiungere i massimi livelli perseguiti in quel campo. Ha senso continuare a suonare il pianoforte dopo essersi trovati di fronte ad un genio, la cui abilità non si riuscirà mai ad eguagliare?
di - 26 giugno 2014
di Adelaida Shabanaj

Wertheimer vuole essere artista, ma non semplicemente un virtuoso del pianoforte: il massimo virtuoso. Wertheimer mira all’eccelenza e posto di fronte ad essa non può che crollare. L’eccellenza è Glenn Gould, sono le Variazioni Goldberg che nessuno sa suonare meglio di Glenn. Tale consapevolezza è subitanea, lampante: gli è sufficiente accostarsi alla porta della stanza del Mozarteum, nella quale Glenn suona l’aria di Bach, per restarne pietrificato.

In realtà ciò che Wertheimer ode non sono le note suonate da Glenn, ma dallo Steinway: «[i]l suonatore di pianoforte ideale […] è colui che vuole essere pianoforte, e infatti ogni giorno mi dico appena sveglio, voglio essere lo Steinway, non voglio essere l’uomo che suona lo Steinway, voglio essere lo Steinway, lo Steinway in sé»[1]: Glenn è lo Steinway.

Ricco di famiglia, Wertheimer compie i suoi studi alla Wiener Akademie, uno dei migliori conservatori esistenti; la sua situazione economica gli permette di dedicarsi in massimo grado allo studio del pianoforte, raggiungendo livelli ragguardevoli che gli aprono la strada verso una potenziale attività concertistica. La carriera da virtuoso viene però soffocata sul nascere dalla scelta, rivelatasi fatale, di partecipare al corso tenuto dal maestro di pianoforte Horowitz: qui Wertheimer incontra Glenn, dal quale verrà battezzato “ il soccombente”. Altro compagno di corso è “il filosofo”, il narratore della vicenda, per il quale l’incontro con il genio di Gould avrà un esito altrettanto decisivo; entrambi, infatti, vengono annientati dalla genialità con la quale entrano a contatto, una genialità che si abbatte su di loro provocando effetti devastanti: «[a]vrei dovuto suonare meglio di Glenn, ma questo non era possibile, e dunque rinunciai a suonare il pianoforte»[2].

I due pianisti non concepiscono che un unico modo di reagire davanti alla grandezza di Glenn, una decisone alla quale sembrano portati in maniera ineluttabile: abbandonare il pianoforte, sbarazzarsi di quella carcassa che oramai non sembra avere funzione diversa dal ricordare loro il fallimento registrato. Il filosofo sceglie di liberarsi del proprio Steinway consegnandolo alle mani del tutto incapaci della figlia di un maestro di musica, conscio di condannare il proprio strumento alla distruzione, infatti «benché fossero in molti a dirmi e ridirmi che appartenevo in effetti alla schiera dei migliori, io volevo essere o il migliore in assoluto, o nessuno»[3]. Il soccombente, davanti alla prospettiva di diventare un virtuoso come ce ne sono tanti altri, accantona l’attività cui pensava di consacrare l’intera esistenza, per rinchiudersi nella sua casa a Traich e dedicarsi alle scienze delle spirito, riempiendo schede su schede di aforismi. Questa decisione lo porterà al suicidio.

L’interessante interrogativo che emerge da questo romanzo di Bernhard riguarda la capacità di perseverare nella propria attività o opera, pur avendo la consapevolezza di non poter raggiungere i massimi livelli perseguiti in quel campo. Ha senso continuare a suonare il pianoforte dopo essersi trovati di fronte ad un genio, la cui abilità non si riuscirà mai ad eguagliare? La risposta del soccombente e del filosofo la conosciamo. Ma se dovessimo effettivamente agire in modo coerente con questa teorizzazione, «[s]e incontriamo il primo di tutti dovremmo rinunciare»[4], allora la maggior parte di noi dovrebbe cedere il passo. È d’altronde qui evidente che la fine di Wertheimer è segnata dall’aver direttamente avuto a che fare con Glenn, dall’aver seguito il suo medesimo corso ed essere stato schiacciato dalla sua bravura. È lecito pensare che molte cause abbiano concorso al suicidio del soccombente, come la sua naturale propensione all’infelicità, ma d’altra parte, com’è possibile continuare a dedicarsi al proprio strumento quando le note non gridano altro che il tormento della mediocrità?

[1]T.Bernhard, Il soccombente, traduzione di Renata Colorni, collana Gli Adelphi, Adelphi, Milano, 1999, p.93.

[2]Ibid., p.14.

[3]Ibid., p.96.

[4]Ibid., p.15.

La sgradevolezza del perdente: «Il soccombente» di Thomas Bernhard, e altri
di Piero Fadda
25.7.12

http://www.criticaletteraria.org/2012/07/la-sgradevolezza-del-perdente-il.html

Il soccombente
di Thomas Bernhard
Traduzione di Renata Colorni
Adelphi 1985, 1999
pagg. 186 , Euro 10

Uno degli insulti a cui spesso si fa ricorso in particolari contesti è “perdente”: nella vita concepita, non a torto, come competizione, è fisiologico questo utilizzo; ancora di più tale aspetto è stato enfatizzato nelle società capitalistiche, in cui la figura del “loser” suscita compassione o disprezzo a seconda delle aree politiche. Purtroppo, mi sbilancio, per molti (nelle vita quotidiana) l’antinomia “vincente/perdente” diventa unico criterio di classificazione degli uomini, finendo per impoverire il panorama sociale e idealizzare l’individuo “vincente” come il ricettacolo di ogni qualità e pregio umani (corteggiando la demagogia, si potrebbe dire che gode di maggior considerazione un vincente disonesto che un perdente onesto). Curiosamente, invece, non è raro notare come nel campo delle espressioni artistiche questa sublimazione eterea da uomo a idea avvenga per il “perdente”: sono tanti gli artisti di vari campi e gli intellettuali che si ispirano agli “ultimi”, costruendo figure che racchiudono tutti i pregi possibili, vittime però della sfortuna o dell’egoismo altrui: nessuno nega che siano anche figure autentiche (penso a tal proposito al bellissimo Le ceneri di Angela, di Frank McCourt), ma è spesso una soluzione di comodo la proposizione del personaggio “sconfitto” depurato da ogni ignominia, edulcorato, e che suscita simpatia captando l’immedesimazione. Un modo, a parole, anche per lucidare la coscienza mostrando attenzione verso i più deboli.

Molto più raro è che costui venga reso più umano, con anche tutte le sgradevolezze che può portarsi dietro. Perché, nella realtà e non nella carta, un perdente può essere terribilmente sgradevole, e stargli a fianco è dura.

Thomas Bernhard
Ne Il soccombente di Thomas Bernhard la storia è lineare: a Salisburgo, presso una famosa scuola di musica, si incontrano tre giovani pianisti: la voce narrante, senza nome, è una di questi. Gli altri due sono Wertheimer, promettente virtuoso, e Glenn Gould, il classico genio che pare nato per suonare il piano. Quando Glenn esegue le Variazioni Goldberg di Bach, per Wertheimer è l’altrettanto classico “inizio della fine”; verrà letteralmente annientato dalla consapevolezza che lui non diventerà mai la leggenda, ruolo riservato a Glenn. In un’Odissea postuma – narrata dal protagonista nella città in cui si trova dopo aver assistito al funerale di Wertheimer, suicidatosi dopo circa tre decenni da quel primo incontro, e dopo la morte naturale di Glenn, e dopo la fuga della sorella – leggiamo quella che è diventata nel tempo una vita, per Wertheimer, di perenne sconfitta; una vita piena di meschinità, invidia neanche celata e disperazione, rancori sfogati sugli innocenti (la sorella, unico suo appoggio: letteralmente schiavizzata per piegarla alle sue esigenze, tanto che lei scapperà con uno svizzero).

«Facciamo una grandissima fatica per salvarci da questi soccombenti e da questi uomini da vicolo cieco, poiché questi soccombenti e questi uomini da vicolo cieco ce la mettono tutta per tiranneggiare il mondo che li circonda e uccidere a poco a poco le persone che li frequentano, mi dissi. Per deboli che siano […] essi hanno la forza di esercitare sul mondo che li circonda un effetto devastante, pensai. […] quelli ci trascinano con sé, appena possono ci trascinano verso il basso, mi dissi, con tutta la violenza di cui sono capaci, disposti a sacrificare chiunque, anche la propria sorella, pensai.»

«Tuttavia, la catastrofe di Wertheimer ha già avuto inizio nell’istante in cui Glenn Gould, rivolgendosi e Wertheimer, gli ha detto che era il soccombente. […] Noi diciamo una parola e annientiamo un essere umano senza che questo essere umano da noi annientato, nel momento in cui pronunciamo la parola che lo annienta, abbia cognizione di questo fatto micidiale, pensai.»

«Pur essendo in molte cose più fine e sensibile di me, finiva sempre per armarsi, fu questo il suo errore più grande, di sentimenti sbagliati, insomma era un vero soccombente, pensai. […] Voleva essere un artista, a lui non bastava essere l’artista della propria vita, benché questo concetto racchiuda tutto ciò che può rendere felice qualsiasi persona lungimirante, pensai. Wertheimer insomma si era innamorato, o addirittura era rimasto ammaliato dal proprio fallimento, pensai, e in questo fallimento si era incaponito fino alla fine. In effetti potrei dire perfino che pur essendo certamente infelice nella sua infelicità, sarebbe stato ancora più infelice se dall’oggi al domani avesse smarrito la sua infelicità […] In verità sono molte le persone che proprio perché profondamente immerse nella loro infelicità, in fondo sono felici, pensai.»

«A un’analisi più attenta, così lui [Wertheimer, n.d.A.], i cosiddetti svantaggiati e i cosiddetti poveri e i cosiddetti diseredati si rivelano per loro propria natura senza carattere e disgustosi come gli altri […] Il cosiddetto intellettuale ha in odio il suo stesso cosiddetto intellettualismo ed è convinto di trovare la propria salvezza presso i cosiddetti poveri e svantaggiati, quelli che in passato venivano chiamati umiliati e offesi, diceva, ma da loro, anziché la propria salvezza, egli trova le schifezze che già conosce, così diceva, pensai.»

Leggendo Il soccombente, mi sono venuti in mente due esempi musicali: il primo è l’album Mr Simpatia [Vibra Records, 2004] di Fabri Fibra, probabilmente la sua opera migliore, un disco capolavoro che ci mostra un “perdente” senza filtri, che non fa nulla per attirare le simpatie e la compassione e si mostra con tutti i suoi aspetti respingenti, con un non casuale ricorso a rara violenza verbale e a pesante volgarità, sbattendoci in faccia anche le cose più politicamente scorrette, ma per questo catartiche: la donna come oggetto sessuale e la misoginia, l’omofobia, l’abuso di droghe e l’odio viscerale per chi invece “vince”.

Da Rap in vena:

Mi sveglio e vado al lavoro con l’umore storto/tanto che il primo stronzo che incontro lo vorrei morto/faccio benzina e già ’sto scemo guarda male/cazzo vuoi c’hai un lavoro di merda ed io uguale.
[…]
e non ne vale la pena/se questo è un lavoro meglio farsi in vena/almeno per un po’ non sentirò il problema/vorrei vedere il mio capo andare in cancrena.

Da Venerdì 17:

Entro in casa mia arrampicandomi dal terrazzo/punto un lanciafiamme sulla mia famiglia e la ammazzo/così voglio vedere quando vado all’inferno/se il demonio c’ha la faccia di Erika o del suo ragazzo/ora sto con gente con cui mi devasto/ultimamente fumo eroina tabasco/e ti assicuro è buona ce la vende Vasco/per me il rap è uno stress perché ho fatto fiasco/e adesso io lavoro nell’ufficio di un fallito/sogno ormai da anni di ucciderlo con armi di ogni tipo.

L’altro esempio è una corrente del black-metal che, negli ultimi anni, ha dedicato spazio al “loser”: alcune band lo apologizzano, col rischio però di cadere nel retoricamente ridicolo, mentre altre restano in un genuino equilibrio tra autodistruzione e catarsi: penso a gruppi come gli svedesi Shining, soprattutto con l’album vii: Född Förlorare (“nato perdente”, “born loser”) [Spinefarm Records, 2011], e la conterranea one-man band degli Svart, con Förlorad (“sconfitto”, “perdente”) [Frostscald Records, 2010].

Piero Fadda

LETTURA AD ALTA VOCE DE IL SOCCOMBENTE - RadioTre

http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/PublishingBlock-7471c149-44d6-471b-83e5-0d36853a4162.html

IL SOCCOMBENTE ovvero il mistero di Glenn Gould
riduzione teatrale

https://www.youtube.com/watch?v=9RsIf1nMKuI

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Nel 2016 Luca Ferri ha proposto un film "Il Soccombente".

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