Conservare La Memoria

Recentemente è stata data la notizia (senza grande evidenza, in verità, sulla stampa italiana. Va dato merito al "Messaggero" di Roma, che ha dedicato un'ampia pagina a firma di Mario Avaglione: cfr. in questo spazio Memorie della Shoah) della nascita presso l'Archivio Centrale dello Stato di una banca dati costituita da interviste audio-video a testimoni della Shoah.
Il progetto italiano va a rimorchio del più ampio progetto della fondazione voluta da Spielberg negli anni novanta del secolo scorso finalizzato ad ottenere un'ampia e articolata congerie di testimonianze da parte dei sopravvissuti all'Olocausto.
La responsabile del progetto italiano è Micaela Procaccia, che così lo descrive:
"Un ritratto inedito della vita delle comunità ebraiche dal 1918 al secondo dopoguerra, con notizie e ricordi sulle tradizioni popolari, le cerimonie religiose e i dialetti ebraici dell'epoca".
La ragione profonda che giustifica il progetto può essere rinvenuta nella motivazione che ha indotto lo storico David Bidussa a scrivere il saggio Dopo l'ultimo testimone (Einaudi, Torino, 2009), il quale si chiede se la scomparsa dei testimoni diretti della Shoah non possa facilitare l'opera mistificatrice dei negazionisti.
Ma digitalizzare e conservare, grazie all'ausilio delle nuove tecnologiche informatiche, la memoria non è sufficiente, in ragione della natura intrinsecamente viva e dinamica della memoria. Sono fondamentali, cioè, le pratiche sociali che si disegnano attorno alla memoria, a partire dalla memoria, con la memoria, utilizzata per decifrare il presente e progettare il futuro.
Questa è una delle principali conclusioni che ci sentiamo di poter trarre a distanza di due anni dal lancio del progetto "Laboratorio Memoria", che, con l'ausilio di un piccolo gruppo di collaboratori, abbiamo messo in piedi. (Per chi voglia approfondire la conoscenza del progetto, abbiamo allestito un sito http://www.laboratoriomemoria.it). Tale progetto ci ha consentito di assegnare alcune decine di tesi sulle più varie declinazioni del tema della memoria, con alcune campagne sul campo, che hanno portato i giovani a misurarsi, per il tramite dello scavo delle memoria dei loro nonni e dei loro genitori, con aspetti a loro sconosciuti della vita sociale, economica, politica delle comunità salentine.
Sono uscito recentemente confermato in questa idea, con la partecipazione ad un progetto internazionale in cui è coinvolto il mio gruppo di ricerca: "EuropAid". In un seminario tenutosi a Saragozza, è stato portato il caso della Bolivia, in cui le popolazioni locali, nel corso dei millenni, avevano selezionato più di 1.500 varietà di patate commestibili, ognuna perfettamente adattata al microclima in cui veniva coltivata, subiscono l'aggressione delle multinazionali delle sementi, che sta portando progressivamente alla sostituzione di questa molteplicità con un'unica, quella fornita dalle multinazionali, ritenute più congruenti alle richieste del mercato. I saperi, generalmente taciti, che si erano disegnati attorno alla coltivazione delle patate, creando una relazione equilibrata fra ambiente, bisogni umani e mente collettiva deputata a mantenere attivamente produttiva la relazione uomo-natura, regrediscono, e le comunità si impoveriscono sia dal punto di vista materiale che immateriale, poiché le patate proposte dalle multinazionali si rivelano inidonee al suolo che le ospita, sicché per consentirne la coltivazione si ricorre agli antiparassitari e all'irrigazione. La rinuncia alla biodiverisità si traduce immediatamente in monocoltura della mente: le nuove generazioni si conformano a ragionare dentro le logiche delle multinazionali, non riescono a comprendere quale ricchezza hanno perduto e quanto le loro comunità siano diventate più dipendenti dall'esterno e meno in grado di risolvere in autonomia i problemi della loro sussistenza. (Per approfondire cfr. l'articolo: Saperi locali e pedagogia di comunita).
E' chiaro anche in questo caso che la tutela della biodiversità non può essere scissa dalla tutela dei saperi locali. Non si tratta semplicemente di costituire una asettica banca delle sementi, si tratta piuttosto di mantenere vive le condizioni culturali e sociali che rendono funzionalmente praticata la biodiversità. I veri azionisti delle banche delle sementi devono essere i contadini e le comunità, coinvolti nella tutela dei beni materiali ed immateriali della loro cultura.

Su analoghe questioni si sono trovati a ragionare i ricercatori dell'Università di Cambridge che hanno deciso di metter su un archivio mondiale delle lingue a rischio di estinzione. (Consulta il sito http://www.oralliterature.org/ ).

Ho voluto aderire, per il tramite del "Laboratorio Memoria", alla Rete italiana di cultura popolare, che recentemente a Torino ha stilato il suo manifesto per la valorizzazione della cultura orale (cfr. manifesto-rete-italiana-cultura-popolare). Anche in quel caso c'è l'idea di utilizzare le nuove tecnologie per costituire una banca dati di testimonianze e attestazioni della ricchezza di espressioni della cultura popolare, ma vi è anche la consapevolezza che non bisogna musealizzare quelle espressioni. Conservare, ma non musealizzare.

E' quello che stiamo tentando di fare in un esperimento che dura ormai da una quindicina d'anni in una comunità del Salento, con Luigi Mengoli, col quale abbiamo messo in piedi l'Università Popolare della Musica e delle Arti "P.E. Stasi" con l'annesso Archivio della Musica e delle Arti "P. Sassu", che recentemente ha prodotto il Dizionario dei temi della tradizione musicale salentina.

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