Consumare Cultura

Paola Ravaioli, Che cosa vuol dire consumare cultura, "Rassegna Italiana di Sociologia", n. 3, luglio-settembre 2005, pp. 535-544.

Si tratta di una nota critica relativa a Bernard Lahire, in particolar modo al suo La culture des individus. Dissonances culturelles et distinction de soi, Paris, La Decouverte, 2004, p. 780.

Nelle attuali società, altamente differenziate, gli individui si trovano a confrontarsi con una pluralità di contesti di socializzazione e di azione. Ne deriva la possibilità di una socializzazione con marcate caratteristiche individuali. Si osserva una "pluralità disposizionale" quale risultato della pluralità dei principi e dei quadri di socializzazione. Quanto maturato in un contesto non è facilmente trasferibile in un altro. (E' il fenomeno della cosiddetta specificita di dominio, già intuita sul finire degli anni sessanta del secolo scorso dall'effetto doppio fondo segnalato da Poeggeler, il quale ricavava, peraltro, importanti conseguenze sul piano della criteriologia didattica, che individuava nella relazione apprendimento informale vs apprendimento formale lo snodo per un incrementare l'efficacia dell'azione di insegnamento/apprendimento). I vincoli al transfer comportano che l'individuo si trova ad agire facendo riferimento ad una sorta di politeismo di criteri di azioni. Altra conseguenza è che gli individui esibiscono una grande variabilità di comportamenti di pratiche individuale a seconda del dominio di pratiche "abitato", dei momenti della vita che il soggetto sta attraversando, del sistema di relazioni in cui è inserito.
La variabilità dei comportamenti incide anche a livello di gruppo. La frequentazione di diversi contesti offre al soggetto i materiali per interpretare con personali connotati i valori e i comportamenti del gruppo. (Ciò evidentemente fa i conti con quanto sfugge ai vincoli al transfer sopra richiamati: in una certa misura l'individuo, in quanto soggettività riflessiva, è in condizione di contaminare i contesti, ricavando lo spazio per perseguire un autonomo processo di soggettivazione).
Per definire questi due fenomeni (quello di variabilità individuale e quello di personalizzazione della relazione all'interno dei gruppi), Lahire ha usato il costrutto di dissonanza, che sta quindi tanto a significare le "variazioni intra-individuali dei comportamenti culturali" quanto "la lontananza dei comportamenti individuali dal comportamento modale del gruppo".
Questa dissonanza va interpretata come risultato della concorrenza delle influenze culturali, che si accompagna ad un contestuale indebolimento della credenza nella legittimità della cultura alta, che un tempo era indiscutibilmente la cultura egemone, orientando giudizi e scelte, gerarchizzando comportamenti e soggetti.
Lahire tuttavia non crede che ciò significhi l'affermarsi di un'equivalenza sostanziale di tutti i valori e di tutte le pratiche. Esiste ancora l'idea di una gerarchia tra le diverse forme di cultura, solo che questa gerarchia non è più così universalmente condivisa come un tempo. Quando gli individui compiono le loro scelte culturali, lo fanno non per una pura "scelta estetica" o perseguendo "Uno stile culturale eclettico rivendicato come tale, una 'ibridazione' o un métissage intenzionale e consapevole (secondo il modello del consumo onnivoro delle élites culturali proposto da Richard Peterson, dal quale Lahire prende le distanze" (P. Ravaioli, p. 537).
Da un punto di vista soggettivo, lo spazio culturale non è percepito come uno spazio di registri culturali dal valore equivalente, esso, ai loro occhi, appare gerarchizzato. I sistemi di classificazione, tuttavia, non sono univoci, esiste "una pluralità di ordini di legittimità culturale per lo più a diffusione (o validità) 'regionale' come conseguenza della differenziazione della società contemporanea" (P. Ravaioli 2005, p. 538).
"La partecipazione di uno stesso individuo a più mercati locali di legittimità" (p. 538) rende semplicemente più articolato il gioco, in quanto gli mette a disposizione una certa ricchezza di materiali attraverso cui disegnare una propria gerarchia della legittimità culturale. Quando egli attraversa i diversi contesti, manifesta dissonanza proprio in quanto impegnato in un proprio specifico disegno di distinzione, ossia "di differenziazione attraverso cui potersi sentire diverso dagli - e migliore degli - altri" (p. 538), sì da sentirsi giustificato di esistere per come esiste. Un processo che potremmo chiamare anche di edificazione, per usare una terminologia presa a prestito da Rorty.
La variabilità individuale relativamente ai consumi culturali viene attribuita a una serie di fattori:
a) la mobilità sociale;
b) le influenze dei contesti relazionali (familiare, amicale, professionale, scolastico, ecc.);
c) la penetrazione nelle case dei media audiovisivi di tipo personale che, "privatizzando e rendendo gratuito e immediato il consumo culturale" (p. 541), ha consentito per un verso l'accesso generalizzato a prodotti culturali legittimi e per altro verso di poter consumare, senza dover provare vergogna, prodotti culturali poco legittimi. Questa prossimità coi prodotti culturali poco legittimi ha contribuito ai pubblici più inclini ai consumi legittimi un rilassamento dei rapporti con i prodotti culturali, a prescindere dal loro grado di legittimità.
d) lo spostamento di legittimità dalla cultura letteraria ed artistica a campi culturali di tipo scientifico e tecnico, burocratico-politico, economico-commerciale, giuridico. Inevitabilmente questi fruitori avranno una cultura omogenea rispetto a ciò che più propriamente riguarda il loro stretto ambito di interesse, invece rispetto alle altre scelte manifestano una grande variabilità. Così "diventa sempre pià comune incontrare giovani inseriti in o usciti da percorsi di istruzione altamente prestigiosi che in domini culturali della cultura generale (pratiche di lettura e di ascolto di musica, uscite o visite culturali) hanno gusti e consumi mediamente o anche poco legittimi" (p. 547).

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