Contaminazioni Musicali

Introduzione al libro di Emanuele Raganato, DeContaminazione
di Salvatore Colazzo

finita il 30 dicembre 2017

1. Il libro di Raganato parla di identità e alterità, dei processi attraverso cui le identità,entrando in contatto con ciò che da loro è differente, evolvono e creativamente si sviluppano, ma anche di dinamiche sociali per le quali alcuni gruppi impongono (o tentano di imporre, poiché dove c'è imposizione c'è una qualche forma di resistenza) ad altri forme di assimilazione e di funzionalizzazione della loro identità alle esigenze egemoniche dei dominanti, attraverso strategie che legano le esigenze del riconoscimento con la costruzione di forme di relazione asimmetrica.
Raganato chiama i processi evolutivi dell'identità determinati dall'incontro con l'alterità "contaminazione". Perciò dedica all'esplorazione della fenomenologia attraverso cui si realizza la contaminazione grande parte del suo lavoro. Lo fa privilegiando il canale del sonoro: la musica in tal modo assume valore metonimico rispetto ai meccanismi di funzionamento delle relazioni fra sé e l'altro.
Quando due culture entrano in contatto, può scattare un meccanismo difensivistico dell'identità: l'altro è l'estraneo che costituisce una minaccia, è il nemico da tenere a debita distanza, ha un potenziale distruttivo che dev'essere preventivamente evitato. E tuttavia è solo quando si crea lo scambio che le culture evolvono ed esprimono appieno la loro creatività. Spesso lo scambio è avvenuto nei termini del conflitto, oggi pensiamo che dovremmo perseguire delle forme meno distruttive di incontro con l'altro. C'è un'ampia letteratura sulla necessità dell'interculturalità, sulle opportunità del dialogo, sull'accoglienza. Ciò nondimeno si sta sviluppando parallelamente un ritorno di argomentazioni opposte, di rifiuto delle culture estranee, rivendicando la necessità di perseguire una difesa dei valori culturali propri, messi in pericolo da forme di vita esogene che, attraverso i fenomeni migratori incontrollati, si infiltrano, per ora, nelle nostre città, nelle nostre nazioni in attesa di imporle. Chi, come Houellebecq, il celebre autore di Soumission, si pone questa questione, ci riserva una domanda cruciale: se l'essenza della nostra cultura è il cambiamento continuo, rivelando la sua natura nichilista, sarà mai possibile immaginare una difesa credibile? Siamo destinati quindi a subire la sottomissione da parte di chi invece ha una visione più essenzialista dei valori. Quale purezza ci rimane da rivendicare?

2. Stiamo vivendo un momento storico in cui, a seguito dei processi migratori indotti dalla globalizzazione, il tema della contaminazione culturale diventa particolarmente problematico, imponendo di rivedere le teorizzazioni basate su un accesso "facile" all'interculturalità, al dialogo religioso, al meticciamento culturale. Quando dei soggetti appartenenti a culture differenti - suggerisce Bourdieu - si incontrano, si crea un confronto che non è mai banale, poiché contiene in sé degli elementi conflittuali, che potremmo definire di violenza simbolica volta a stabilire un'egemonia di una cultura rispetto all'altra. Le culture sono al loro fondo intraducibili, se i significati che veicolano diventano elemento di negoziazione, è la performatività della forza di una delle due che rende possibile tale negoziazione.
Perciò se parliamo di contaminazione musicale parliamo di una forma (implicita) di violenza (non necessariamente avvertita come tale) simbolica esercitata da una cultura su altre culture. Ogni cultura è tale in quanto disegna uno spazio che propriamente la caratterizza distinguendola da ciò che invece è fuori dai modi attraverso cui essa organizza i significati che ne disegnano l'identità. Gli appartenenti ad una cultura sono tali per via del loro habitus, ossia di una competenza che essi hanno nell'approcciare il mondo. Competenza che è simile agli altri appartenenti alla medesima cultura. Si tratta di una sorta di accordo implicito che consente il coordinamento delle loro azioni. Muovendosi nello spazio simbolico rappresentato dalla cultura ogni soggetto gioca i suoi beni (relazionali, materiali, cognitivi, emozionali, ecc.) per assicurarsi una posizione di preminenza, ossia per poter influenzare (a suo favore) il gioco degli altri attori sociali. La cultura, in quanto spazio simbolico, quindi, è un sistema implicito di regole che chi ne fa parte accetta come naturali. Dentro il frame di significazione disegnato, ogni soggetto cerca di migliorare la propria condizione esistenziale, senza tuttavia, in genere, mettere totalmente in discussione ciò che è assunto come scontato. Il frame di significazione può essere definito come l'ordine delle cose in cui ognuno di noi cala la propria ricerca di senso. In quell'ordine delle cose le posizioni non sono simmetriche, c'è il dominante e il dominato. L'uno e l'altro hanno interiorizzato l'ordine delle cose, sicché può dirsi che chi è dominato è tale anche col suo inconsapevole concorso, poiché egli concorre con le sue azioni a ribadire e legittimare l'ordine delle cose. E tuttavia il lavorìo per il riconoscimento che compie il dominante come il dominato, trasforma entrambi: la contaminazione è un movimento a doppio senso, evidentemente con simbolizzazioni differenti, l'una volta a recuperare maggiori spazi di esercizio della propria dignità, l'altro con il tentativo di ribadire (in altra forma) i rapporti di forza esistenti.
L'ideale della purezza invece, concependo la contaminazione come disvalore, persegue la separatezza delle culture, è rivendicato da chi ritiene che la propria cultura sia superiore e pretende che essa si sviluppi endogamicamente per affinamento dei propri valori in un riconoscimento che deve avvenire tra eguali, che ribadiscono la propria superiorità su ciò che non appartiene alla loro sfera culturale. La purezza produce ghettizzazione e necessita di violenza perché possa essere perseguita.

3. Come la storia ha dimostrato, il perseguimento della purezza produce mostruosità. Nasce da un misconoscimento della realtà umana, sia biologica che culturale, che di fatto persegue non la purezza ma il meticciamento.
Nessuna comunità, nessun individuo potrebbe realmente sopravvivere senza interpretare dinamicamente la propria identità, senza recuperare informazioni dall'esterno per sostenere i propri processi vitali, cioè di ricostruzione di sé in quanto sistema. E invero ogni comunità, ogni individuo trova il modo di cambiare. Turner, ad esempio, ci ha spiegato come le società tradizionali, che assumono il non-cambiamento come valore, in realtà cambiano. Lo fanno o perché accadono eventi traumatici: irrompe l'inatteso e scatta una dinamica di accomodamento, o perché si abilitano soggetti o momenti in cui ciò che di norma non è consentito diviene praticabile. Attraverso quei soggetti immuni e quei momenti liminali le comunità esplorano la praticabilità del possibile. Se le comunità non conoscessero l'importanza della contaminazione non porrebbero il tabù dell'incesto.
Le società più statiche sono suscettibili di contaminazione e quindi di cambiamento, la cultura è in essenza dinamica e lo è perché elabora l'identità per sollecitazione dell'alterità (fosse anche semplicemente la natura che sprona l'uomo a elaborare culturalmente il bisogno e quindi obbligandolo a reinterpretare di continuo la propria relazione con l'ambiente).
Cavalli Sforza, un genetista geniale e dalle grandi idee, ragionando dell'impatto dei fenomeni migratori sul genere umano, si dice convinto che il processo in atto produrrà un'umanità di individui più simili somaticamente, ma nel contempo sempre più eterogenei dal punto di vista genetico. Probabilmente in Occidente avremo una riduzione relativa dei tipi biondi e di pelle chiara, di quei rappresentanti della perfezione della "razza" ariana. La mescolanza genetica a livello planetario avrà benefici effetti sulla resistenza alle malattie infettive, ma anche sull’intelligenza, poiché in natura vale la regola del "maggior vigore degli ibridi", a dispetto delle farneticazione di Hitler, convinto che la natura ama poco i bastardi, fisicamente e psicologicamente destinati a soccombere. Cavalli Sforza ha contribuito come pochi a demolire numerosi pregiudizi che hanno sorretto ideologie razziste e discriminatorie, facendoci comprendere il valore del meticciamento biologico e culturale.
Ideologie che hanno caratterizzato pesantemente il secolo scorso e anche quello precedente. Tra il finire dell'Ottocento e gli inizi del Novecento nacque l'idea di una biopolitica fondata sull'eugenetica. Galton, a metà dell’Ottocento, sostenne la possibilità di creare una razza superiore favorendo l'incrocio di individui dotati di qualità superiori. Negando la riproduzione agli immigrati, agli alcolisti, agli handicappati, si sarebbe completata poi l'opera, impedendo il diffondersi di geni sfavorevoli. In America, nei primi decenni del Novecento, si introdussero programmi di sterilizzazione forzata di criminali, ritardati mentali e altri indesiderabili. In Australia, nella prima metà del XX secolo, decine di migliaia di bambini di sangue misto (solitamente padre bianco e madre indigena) vennero tolti alle loro famiglie aborigene per essere raccolti e cresciuti in appositi centri governativi o affidati a famiglie bianche. Si voleva evitare la creolizzazione e le possibili conseguenze, quale quella del dover riconoscere una qualsiasi forma di proprietà della terra agli indigeni, che dovevano rimanere ai margini della società australiana. In quel clima culturale, allora molto diffuso, che abilitava l'idea della possibilità di un intervento dello Stato a favore della supposta purezza di una razza, rispetto al pericolo di contaminazione derivante dal contatto con razze reputate inferiori, si innestò la segregazione e persecuzione nazista degli ebrei. Nel 1938 le leggi di Norimberga vietarono i matrimoni misti e reputarono degno della cittadinanza tedesca solo chi poteva vantare quattro nonni di sangue tedesco, aprirono la strada all'eugenetica negativa, l'eugenetica cioè espressamente volta ad eliminare gli elementi nocivi alla razza. Il governo nazista assegnò ai suoi principali compiti una politica attiva volta espressamente a preservare, con ogni mezzo, la salute della razza, propagando, per un verso, la stirpe sana, attraverso una selezione sistematica, e eliminando gli elementi malati, con altrettanto pervicace sistematicità. Questi dispositivi biopolitici, sostiene a ragione Cavalli Sforza, sono molto più infarciti di filosofia che non di biologia: si tratta di una politica teorizzata da menti nutrite da un'ideologia fondata sull'uso distorto ed improprio della genetica.
In epoca prossima alla nostra le migrazioni sono apparse connesse soprattutto alla conquista di terre oltreoceaniche da parte degli europei, che hanno procurato lo sterminio delle popolazioni indigene, al colonialismo e allo schiavismo, che si è concretato in migrazione forzata di migliaia e migliaia di persone dal continente africano. Gli europei, nelle Americhe, hanno rimpiazzato, dopo aver fatto pulizia etnica dei nativi, con forza lavoro deportata dall'Africa. Favorendo il mescolamento genetico, ma anche culturale, fra il patrimonio dei neri e quello dei bianchi. Proprio nel continente americano si è verificata, a seguito di migrazioni plurime, un melting pot, che si mostra foriero di straordinarie innovazioni culturali.
La deportazione dei neri era dovuta soprattutto a ragioni economiche (il lavoro dei neri era migliore e costava meno), ma si volle trovare una giustificazione su un altro piano: si giustificò lo schiavismo attribuendolo alle caratteristiche subumane dei neri, assimilati alle scimmie.
Il mondo attuale, che ha visto il moltiplicarsi degli scambi e dei viaggi, assiste ad un mescolamento genetico molto consistente e verosimilmente, in futuro, sarà ancora maggiore.
Oggi, vi è una pressione migratoria che interessa l'Europa: dall'Africa chiedono di essere accolti migliaia di esseri umani. Questa pressione migratoria suscita risposte sul piano culturale e politico diverse, fra cui quella xenofoba.
Di fronte all'estraneità che chiede di essere inclusa, l'essere umano è preso da un doppio movimento: per un verso lo rifiuta e lo isola, quasi temesse di uscirne contaminato, per altro verso vorrebbe relazionarsi, poiché è il nuovo, lo sconosciuto e può dare la possibilità di inaugurare possibilità inedite. L'estraneo genera paura, l'estraneo genera attrazione. La paura può diventare odio, l'incontro con l'altro può diventare perdita dell'identità. Per gestire le problematiche delle migrazioni odierne probabilmente abbiamo bisogno di nuovi apparati politici, di nuovi ordinamenti giuridici ed amministrativi, capaci di superare le costruzioni di cittadinanza legata al suolo e al sangue. Una cittadinanza planetaria?, una cittadinanza che ci fa essere tutti membri di una stessa tribù, che insiste sul pianeta terra, che ove non trovi il modo di equilibrare la propria presenza con le risorse disponibili, è destinata a perire.
La storia umana è quella di un viaggio iniziato centomila anni fa: la colonizzazione del pianeta oggi è compiuta e le strade del mondo si presentano finite. Il cammino ulteriore da fare è nel conquistare una piena, universale umanizzazione.
Nel Settecento si era affermata una curiosa teoria, che spiegava le differenze fra i popoli secondo un concetto di "degenerazione": gli europei erano più vicini alla perfezione umana, poiché diretti discendenti da Adamo, gli altri erano risultato di corruzione lungo la catena dell'essere, da Adamo, via via per li rami fino al negro e alla scimmia.
Oggi, che le origini africane dell'intera umanità sono ormai provate, l'uomo bianco è chiamato ad una profonda revisione della propria cultura, in nome dell'esigenza indifferibile del riconoscimento della dignità umana che compete ad ogni essere umano, a prescindere dalle differenze che ne segnano la sua identità.

4. Gli attuali media ci mettono a disposizione numerosi materiali culturali (e quindi anche sonori) provenienti dai più svariati contesti, vanno a costituire una pluralità di elementi disponibili all'uso, al riuso, alla combinazione e alla ricombinazione, ma non per questo possono propriamente definirsi agenti di contaminazione, poiché essi vivono una vita decontestualizzata, in un universo virtuale che porta a concepire l'identità più come un mixage - ci suggerisce Raganato - che come un metissage, da intendersi, quest'ultimo, come una esperienza di incontro (o anche scontro) con l'alterità che impedisce un ribadimento di sé, ma costringe ad una risignificazione della propria identità.
Oggi, è vero, è abilitata la differenza e, conseguentemente, vi è diffidenza nei confronti dei processi di standardizzazione, ma è da chiedersi se, a fronte di una grande dispersione dei comportamenti, degli atteggiamenti, delle preferenze, delle scelte e dei gusti, si realizzi un processo di co-costruzione di un senso condiviso, che è propriamente ciò che fa comunità (che è convivenza di differenze dentro un orizzonte condiviso di valori di fondo).
I media purtroppo rischiano di rendere concreto il concetto leibniziano di monade, nel senso che spesso, nell'universo di internet, vige un atomismo di persone ognuna imbozzolata nella sua verità espressa nello spazio tendenzialmente infinito della virtualità. Oggi si fa un gran parlare di post-verità, di fake news, senza in realtà comprendere la dinamica generativa. Ce la spiega Maurizio Ferraris, il quale ci avverte che la mancanza di un reale dialogo fra le persone congiunto con le potenzialità dei media cosiddetti social produce asserzioni, che ognuno assume come verità credendovi, gettandole nell'universo della comunicazione generalizzata, creando un diffuso rumore, che rende ulteriormente difficile il dialogo e lo scambio comunicativo produttivo.
Per contaminarsi è necessario cercare di comprendere le ragioni dell'altro e cogliere la verità che ognuno rappresenta, per far sì che ciò di cui l'altro è portatore sia stimolo per pensare l'impensato. Bisogna realmente voler andare oltre la realtà di un individualismo che produce verità polverizzate in miriadi di prospettive sorde l'una all'altra.

5. L'azione educativa da compiersi è quella di lavorare per formare la competenza a convivere. Grazie allo svilupparsi di questa competenza lo scambio può essere un evento, cioè aperto alla imprevedibilità e proporsi come arricchente, cioè generativo di sviluppo. Bisogna arrivare a comprendere che l'altro, che non conosciamo se non attraverso lo stereotipo, non è il nemico da combattere o da cui fuggire, ma piuttosto è l'ignoto che ci stimola alla conoscenza attraverso la relazione.
La competenza a convivere genera sviluppo. L'altro lo si deve cercare ed incontrare su un terreno che non può essere saputo in anticipo, il terreno della relazione, sapendo (e volendo) che la conoscenza dell'altro non si può mai acquisire pienamente, perché è dinamica, sfuggente; slitta via nell'atto in cui cerchiamo di afferrarla, ma certamente con l'altro ci si può contagiare, dall'altro ci si può far contaminare e pretendere che egli si lasci da noi contaminare. Comprendere le ansie di realizzazione e cercare nella reciprocità delle relazioni di consentire la dinamica produttiva del riconoscimento, che dà dignità piuttosto che detrarla.

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