Didattica Della Storia Della Musica

Scheda di lettura
Maria Silvia Tasselli - Elita Maule
Musica, storia, territorio
Itinerari didattici per la scuola elementare e media
della provincia di Bolzano

Premessa di Marcello Conati. Schede storiche a cura di Michela Paoli

Edizioni Junior, Bergamo, 1998

La pubblicazione è il decimo dei Quaderni dell'Istituto Pedagogico di Bolzano. La presentazione della dirigente, Daniela Pellegrini Galastri, sottolinea come la proposta presentata nel libro muova da premesse teoriche che fanno riferimento alla nuova didattica della storia, presentando alcuni percorsi storico-musicali, "che mirano alla valorizzazione didattica del nostro territorio, in un processo di apprendimento che sollecita la costruizione/ricostruzione autonoma della conoscenza del passato attraverso il contatto diretto con fonti orali, scritte, iconografiche, architettoniche, sonore e musicali" (p. 9). Il territorio può essere concepito come un'enorme banca-dati, dalle straordinarie potenzialità didattiche se solo si ha voglia di voler indagare le vicende sociali e culturali che si sono col passare del tempo stratificate, lasciando testimonianze e documenti, che evocati ed inseriti in contesti esplicativi consentono un rapporto vivo e fecondo con una disciplina, la storia, che altrimenti rischia di essere avvertita come noiosa se non addirittura inutile.
Conati, in una breve ma lucida premessa, sottolinea come il valore didattico dell'esperienza raccolta nel libro consista essenzialmente nell'essersi proposta di indurre negli allievi l'interrogazione del presente, la problematizzazione degli spazi entro cui avviene la loro esistenza, rinvenendo la persistenza del passato, dei suoi segni, delle sue tracce. Una storia manualistica non potrà mai far maturare il senso del tempo storico come "flusso perenne nel quale viviamo e operiamo" in cui presente e futuro si incontrano e si intersecano reciprocamente. Il motivo principale per cui la storia viene studiate è nel mantenere vivo il senso nella percezione quotidiana di ciò che è vecchio come distinto da ciò che è nuovo, compresente magari, ma distinto. Ciò allo scopo di eludere il rischio di una rimozione del passato, che è poi una fuga dal presente e dalle proprie responsabilità.
Un approccio positivista nei confronti della ricerca dello storico ha esaltato le fonti come garanzia di oggettività, in realtà, come Jacques Le Goff insegna, la storia si fa sì con i documenti e le fonti, ma anche con l'immaginazione: l'interpretazione infatti consente la penetrazione dei documenti, lo spirito creativo impedisce di trasformare la disciplina in una vuota collazione di dati quantitativi.
Nell'ambito storico immaginazione ed erudizione sono sempre in un singolare e precario equilibrio, come peraltro recentemente ha sottolineato il migliore dei nostri storici, Carlo Ginzburg, il quale in Rapporti di forza. Storia, retorica, prova, edito da Feltrinelli (*), sostiene come dalla "ricerca storica" non possa essere espunto l'onere della prova, senza che questo debba voler dire ritienere che le fonti da sé sole bastino a rendere decifrabile una realtà. "I positivisti immaginavano ingenuamente che i documenti fossero come dei vetri trasparenti. In realtà ogni fonte è come un vetro distorcente che lascia spazio alla retorica. Da questo punto di vista non esistono fonti oggettive. Ogni fonte dice qualcosa della realtà e contemporaneamente dice qualcosa su se stessa". La storia ha inevitabilmente una natura congetturale: le fonti vanno interpretate e le vicende ricostruite vanno narrate.
E la narrazione non è mai innocente: "scegliere fra varie narrazioni non è indifferente, poiché ognuna di esse ha implicazioni cognitive". La consapevolezza stilistica fa parte integrante - suggerisce Ginzburg - del lavoro dello storico.
L'insegnamento non manualistico della storia consente di recuperare alla disciplina il suo carattere problematico. Non c'è storico che non sappia come i documenti siano essenzialmente cagione di domande, rispetto alle quali le risposte che si offrono costituiscono semplicemente delle provvisorie ricostruzioni, confutabile all'emergere di un nuovo fatto o revocabili in dubbio da un'altra valutazione dei medesimi fatti. E' indispensabile poter trasmettere agli allievi questa "provvisorietà" delle narrazioni storiche, non per minare la loro fiducia nel sapere, ma per far comprendere che nella ricostruzione storica è in atto un "lavoro" intellettuale, cioè la messa in atto di un congegno mentale umano complesso, che attraverso la verifica collettiva, mostra la sua tenuta e si consolida. Il senso costruttivo della storia si acquisisce attraverso il concreto impegno volto a ricavare credibili interpretazioni di una congerie du fatti, sulla base di un meditato studio opportunamente orientato.
I programmi della scuola di base italiana chiedono agli insegnanti di educazione musicale di tenere in debito conto la necessità di offrire agli studenti degli strumenti per "leggere" storicamente il fatto musicale.
La musica - a ben badare - costituisce il segno più tangibile della sopravvivenza del passato nel presente. I mezzi di comunicazione di massa hanno reso il passato musicale come un bene ad ampia accessibilità, ma tale fatto non costituisce di per se stesso una garanzia di una diffusione del senso della storicità della musica.
Anzi è diventato molto probabile che l'enorme possibilità offerta dalle tecnologie elettroniche di archiviare dati porti con sé una vera e propria rimozione del passato. Il passato divene tutto a portata di mano, tutto viene conservato, ma si paralizza la voglia e la capacità di riflettere sul passato, di elaborarlo. Cosa ne facciamo di un passato divenuto muto presente?
Rivolgersi allora al territorio, come Maria Silvia Tasselli ed Elita Maule hanno fatto, significa abituare gli allievi a porsi in maniera più problematica nei confronti dei loro contesti di vita, che così sono indotti ad imparare a cogliere il valore testimoniale e documentale dei segni che le generazioni precedenti hanno lasciato nell'ambiente, per allargare le loro prospettive conoscitive e quindi anche il senso della loro identità, che è essenzialmente appartenenza ad una società, ai suoi usi, alle sue abitudini, alla sua storia, insomma.
Ma la proposta ha anche un significato più ampio: essa porta a ridimensionare la portata del "manuale", che, per quanto riguarda la storia, ha avuto sempre un peso maggiore degli stessi programmi a "costruire la concezione di storia degli insegnanti" (p. 13), condizionando fortemente le soluzioni didattiche adottate. Non va peraltro sottovalutato il fatto che un ripensamento del valore del manuale induce la storia in quanto disciplina ad interrogarsi sul senso della sua presenza nel curricolo scolastico, scoprendo che il suo valore educativo consiste non tanto nei contenuti e nei valori che trasmette (nel qual caso significherebbe rassegnarsi ad una concezione più o meno "ideologica" della storia), ma piuttosto nelle abilità cognitive il cui sviluppo l'esercizio della ricerca favorisce.
Nell'ambito della didattica della storia generale il dibattito attorno a queste problematiche appare sufficientemente maturo, datando ormai di alcuni decenni, è invece appena ai primi balbettìi nella dimensione storico-musicale. Tanto più significative appaiono allora iniziative come quella di Silvia Tasselli ed Elita Maule, le quali mostrano come la storia della musica possa - vista nella sua valenza interdisciplinare - costituire una chiave di ingresso per meglio comprendere una storia che aspira a divenire sempre pià "globale", cioè a vedere il complesso sitema di nessi e di relazioni che unisce la articolata trama delle vicende umane.
Da un punto di vista metodologico-didattico le autrici propongono un processo di apprendimento che, partendo dalla esigenza di ricostruire autonomamente la conoscenza relativa a determinati "luoghi" del territorio, favorisca il contatto diretto con le fonti orali, scritte, iconografiche, architettoniche, per poi pervenire a contenuti più formalizzati, che consentano di collocare la minuta porzione di storia "locale" evidenziata in contesti più generali. A tale scopo può anche essere utile il manuale, il quale può costituire un riferimento (non assoluto, ovviamente) acché le domande nate in sede di "ricerca" trovino alcune risposte.
La nuova storia ha compiuto un grande sforzo nel ripensamento della nozione di fonte e documento: dall'allargamento del significato di questi concetti ha tratto indubitabile giovamento la didattica della storia che - grazie alle indicazioni della nuova storia - può impegnare gli allievi al trattamento di dati di non impossibile reperibilità, recuperati attraverso un'accurata indagine a largo spettro del territorio. La nuova storia e una più moderna visione didattica si incontrano consentendo l'apprendimento di nuovi contenuti attraverso metodiche didattiche attivanti.
Per quanto riguarda la storia della musica le opere costituiscono la traccia che il passato ha lasciato nel presente e che grazie all'intervento mediatore dell'esecutore-interprete riemerge e si propone alla nostra attenzione. L'ascolto diviene un elemento da cui può scaturire un interesse all'approfondimento storico dell'oggetto estetico. In ambito didattico attraverso l'ascolto si realizza il raccordo tra la viva esperienza musicale e la comprensione storica. Come rileva Maria Silvia Tasselli: "l'ascolto di musica è un potente strumento per scoprire il passato nell'ambiente che ci circonda: le musiche ci parlano degli uomini, delle loro storie e vicende, dei loro modi di vivere e di stare insieme; con la musica possiamo trovarci, insieme ai nostri alunni, in modo quasi magico, in un castello, durante una festa, tra dame e cavalieri che danzano, o in una buia e forse paurosa chiesa medioevale, che risuona di preghiere e di canti di monaci…" (p. 20). Pertanto può ben dirsi che l'ascolto di musica costuisce una chiave d'ingresso privilegiata per la ricostruzione della storia nella scuola di base. La fonte musicale, integrata da altri tipi di fonti (iconografiche, testuali, orali, materiali) consente la ricostruzione storica, mettendo in rapporto diretto l'allievo con il passato.
Non manca chi - di fronte ad indicazioni di questa natura - muove delle radicali contestazioni. In un articolo apparso sul sito http://www.edumus.com/lavori/disandro.shtml a firma di Massimo Di Sandro si propone che in sede di didattica della storia della musica si sposti l'attenzione dai concetti di "comprensione storica" e di "spiegazione storica" a quelli di "ricezione" e di "uso". In questo caso - osserva Di Sandro - la didattica della storia della musica cambierà radicalmente in quanto sarà interessata soprattutto a conoscere come gli oggetti del passato "funzionano oggi, per noi". Nè vale - continua l'autore dell'articolo - rivolgersi alla micro-storia per evitare il rischio di una "sostanziale distinzione fra musica e fonte documentaria". Il fatto che si indaghino "fenomeni circostanziati e delimitati, anche 'materiali'", che magari pertengono a "strati sociali poco rappresentati e visibili" non riesce a risolvere quella che secondo Di Sandro è la vera questione di una didattica della storia della musica, cioè il passaggio "dalla storia all'arte, dalla realtà empirica alla musica".
Personalmente a me sembra che nei suoi Fondamenti di storiografia musicale (tradotti in italiano da Discanto-La Nuova Italia) Dahlhaus abbia in maniera convincente affrontato la questione del rapporto estetica-storiografia, riuscendo ad evitare il rischio di uno storicismo che appiattisce il contenuto estetico delle opere musicali sul loro significato storico-culturale.
Ma è un discorso che probabilmente meriterebbe un più ampio ed articolato argomentare. Qui ci si accontenti dell'enunciazione, che non ha nulla d'apodittico, essendo poco più di un "post it".
Salvatore Colazzo
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(*) Una intervista a Carlo Ginzburg a proposito del libro Rapporti di forza. Storia, retorica, prova, Feltrinelli, Milano, 2000, pp. 144, L. 38.000 è stata realizzata da Antonio Gnoli per "La Repubblica".


Scheda di lettura del contributo di

Sergio Miceli, La manualistica storico-musicale tra tentazioni divulgative e imbarazzo accademico, “BeQuadro”, nn. 73-74, 1999, pp. 7-13.

Cosa e quanto passa dalla ricerca accademica in campo storico-musicale al mondo scolastico? Ma soprattutto come passa? In Italia funziona la mediazione culturale che rende possibile il trasferimento di modelli storiografici in sede didattica?
Che è come dire: di che manuali storico-musicali disponiamo? I libri che usiamo per trasmettere le conoscenze storico-musicali rispondono allo scopo di creare una base di conoscenze, su cui efficacemente costruire successivamente un impianto di consapevolezze ben articolate, ricche e in linea con gli studi più avvertiti nel campo?
Per trovare una qualche risposta a questi interrogativi, Miceli esamina la II edizione della Storia della Musica della Edt, un’opera considerata di riferimento nel mondo dell’insegnamento storico-musicale. Essa – nella intenzione dei suoi autori – vuole essere un’opera capace di mettere in comunicazione il mondo accademico col mondo scolastico, offrendo in termini divulgativi le più aggiornate interpretazioni della ricerca storiografica. Quindi, dovrebbe essere, un manuale puntuale ed aggiornato, capace di orientare il lettore, che, all’occorrenza, può dotarsi di ulteriori strumenti utili ad approfondire questa o quella tematica.
Ma, a giudizio di Miceli, l’opera tradisce i suoi intenti, in quanto manca di uno specifico e consapevole impianto didattico-divulgativo.
Un manuale si differenzia da altre tipologie di testi proprio per questa esigenza funzionale che reca in sé e che ne influenza la struttura, il linguaggio, la scelta degli argomenti. Un manuale compie delle scelte selettive, infatti, rispetto alla materia che tratta, cerca di raccordarsi alle più aggiornate prospettive epistemologiche e metodologiche della disciplina, conservando comunque una esaustività espositiva. Tale esaustività non è richiesta ad un saggio, il quale fa costantemente, anzi, riferimento ad un più ampio dibattito, di cui esso è momento.
La Storia della Musica della Edt, in alcuni suoi volumi, mancano di alcuni tratti fondamentali ed irrinunciabili che pertengono ai manuali. Spesso il tono è di chi parla all’interno di un gruppo che ha una “enciclopedia” di riferimento condivisiva: alcuni giudizi rimangono del tutto impliciti e dei dati sono considerati come noti al lettore. Nonostante ciò l’opera nel suo complesso si configura come un manuale di alto livello, col ricorso ad apparati capaci di facilitare l’apprendimento (si pensi alla antologia di documenti, opportunamente selezionati, posti in coda ad ogni volume). Purtroppo in mano a qualcuno degli autori la materia assume un carattere saggistico e l’opera perde quel valore didattico-divulgativo, per il quale il lettore dovrebbe avvicinarvisi.
Miceli è categorico: la Storia della Musica della Edt è quasi del tutto inapplicabile ai livelli più bassi dell’istruzione msuicale.
Il limite denunciato a livello di impianto editoriale è significativo – a parere di Miceli – di una carenza strutturale del sistema scolastico italiano, caratterizzato da una scarsa permeabilità tra i settori che si occupano di metodologia degli insegnamenti musicali, tra cui anche quello storico, e quelli che invece sono impegnati nella ricerca musicologica. La musicologia italiana d’altro canto non ha di proprio “né tradizioni né sensibilità formativa”, come peraltro provato dalla stessa Società Italiana di Musicologia, che si distingue per una colpevole disattenzione nei confronti delle problematiche relative all’insegnamento della storia della musica.
Così ci troviamo a doverci porre il problema di cosa fare per dotare gli studenti degli strumenti metodologici di base e delle indispensabili fondamentali competenze storico-estetiche indispensabile per chiunque intenda studiare musica con qualche critica consapevolezza.
Oggi il problema appare indifferibile. Un Conservatorio rinnovato saprà iscrivere la questione della mancanza in Italia di una adeguata didattica della storia della musica tra i propri obiettivi?
Per l’intanto si potrebbe cominciare a produrre nell’ambito delle Scuole di Didattica, che sembrano essere le istituzioni più idonee allo scopo, qualche efficace riflessione, iniziando ad elaborare dei modelli di divulgazione didattico-musicale, che potrebbero fungere da pagina-mastro in un successivo più fortunato momento per le sorti della musica in Italia.

Salvatore Colazzo

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