Hacker Rocker

L’anarco-capitalismo e la Grateful Dead economy
Andrea Fumagalli

Pubblichiamo un estratto da Andrea Fumagalli, Grateful Dead Economy (Agenzia X)

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grateful dead6Le posizioni libertarian sono variegate e molteplici. Vi si può trovare un po’ di tutto. Dalle posizioni che perorano l’abolizione del monopolio di emissione della moneta grazie alle nuove opportunità tecnologiche offerte dalla moneta elettronica (criptocurrency) a quelle di stampo neoluddista, che vedono nell’informatica e nella figura del cyborg il rischio di un sopravvento del macchinico sulla natura umana (modello Matrix), fino a quelle cyberpunk. Non ci soffermiamo sulle prime ma sulla controcultura cyberpunk, che anche in Italia ha svolto un ruolo importante all’interno dei movimenti antagonisti dagli anni ottanta in poi.

Il filone cyberpunk è quello che maggiormente ha raccolto l’eredità politica del movimento hacker seguendo una direzione opposta al naturalismo e alla tecnofobia della generazione precedente (e dei neoluddisti).

Nel manifesto del movimento – l’antologia Mirrorshades pubblicata nel 1986 – Bruce Sterling rivendica una sorta di nuova alleanza tra tecnologie e controculture, mettendo in evidenza quella sorta di eccedenza “fuori controllo” evocata da Kevin Kelly. Nelle parole di Sterling:

La struttura attuale di potere, le istituzioni tradizionali hanno perso il controllo della velocità del cambiamento. E improvvisamente una nuova alleanza sta diventando evidente: un’integrazione di tecnologie e controculture degli anni ottanta. Una Non Santa Alleanza del mondo tecnologico e del mondo del dissenso organizzato: il mondo underground della cultura pop, dell’incostanza visionaria e dell’anarchia da strada.

E poco più avanti:

La controcultura degli anni sessanta era rurale, romantica, antiscientifica, antitecnologica. Ma vi era sempre una nascosta contraddizione al suo cuore, simbolizzata dalla chitarra elettrica. La tecnologia rock era la sottile punta del cuneo. Non appena gli anni passarono, la tecnologia rock crebbe sempre più in compiutezza, espandendosi verso registrazioni di alto livello tecnico, video satelliti e computer graphic […]. Come Alvin Toffler segnalò in The Third Wave – una bibbia per molti cyberpunk – la rivoluzione tecnologica che sta cambiando la nostra società è basata non sulla gerarchia ma sulla decentralizzazione, non sulla rigidità ma sulla fluidità. L’hacker e il rocker sono gli idoli della pop-cultura di questa decade e il cyberpunk è sicuramente un fenomeno pop: spontaneo, energetico, vicino alle sue radici. Il cyberpunk proviene da quel regno dove il pirata del computer e il rocker si sovrappongono, un minestrone culturale dove codici generici accostati tra loro si fondono.

È interessante l’analogia tra l’hacker e il rocker. La musica diventa il ponte tra una visione anarcoide della tecnologia digitale e l’organizzazione di un dissenso che reagisce alla nascita di nuove forme di potere basate sui diritti di proprietà intellettuale e su specifiche forme di gerarchizzazione e mercificazione della vita.

Rispetto alla controcultura degli anni sessanta, il movimento cyberpunk presenta una minore connotazione politica, soprattutto negli Stati Uniti. Matura negli anni novanta un distacco dalle forme della politica tradizionale al punto che molti esponenti che si rifanno al cyberpunk e alla pratica dell’hackeraggio sociale non fanno mistero, in nome della cultura anarco-individualista, di preferire i candidati del Partito repubblicano a quelli del Partito democratico, più propensi all’interventismo economico dello stato. Il Partito repubblicano, soprattutto in alcune frange radicali, è visto come un miglior difensore delle libertà personali contro la presenza invasiva della burocrazia statale e la regolamentazione economica di natura collettiva-assistenziale.

Un esempio clamoroso è fornito da John Perry Barlow, fondatore e presidente della Electronic Frontier Foundation nonché paroliere degli stessi Grateful Dead. Nel 1978 è stato infatti presidente del Partito repubblicano per la contea di Sublette e coordinatore della campagna elettorale di Dick Cheney nel Wyoming occidentale. All’inizio degli anni 2000, Barlow “non è stato più in grado di conciliare il suo ardente libertarismo con il prevalente movimento neoconservatore” e di conseguenza ha rifiutato di votare per George W. Bush. Se il caso Barlow è emblematico di un certo atteggiamento, occorre anche rilevare che nel movimento cyberpunk sono ravvisabili, seppur parzialmente, le origini del movimento black bloc che inizia a diffondersi negli Stati Uniti a metà degli anni novanta.

La diffusione della cultura digitale (netculture) e delle tecnologie Ict ha profondamente modificato l’organizzazione del lavoro. La natura orizzontale del nuovo paradigma informatico si distacca dal piano verticale-gerarchico che ha sempre contraddistinto l’organizzazione tayloristica del lavoro basato sulla sequenza rigidamente predefinita: progettazione → esecuzione → commercializzazione.

Come già sottolineato in precedenza, una delle caratteristiche essenziali dell’attuale capitalismo biocognitivo è la smaterializzazione del capitale fisso e il trasferimento delle sue funzioni produttive e organizzative nel corpo vivo della forza-lavoro. Tale processo è all’origine di uno dei paradossi del nuovo capitalismo, ossia la contraddizione tra l’aumento di importanza del lavoro cognitivo quale leva della produzione di ricchezza e, contemporaneamente, la sua svalorizzazione in termini sia salariali sia professionali. Tale paradosso è interno a quello che Marazzi ha definito “il carattere antropogenetico della produzione capitalistica contemporanea”. Nel capitalismo biocognitivo, l’essere vivente contiene in sé entrambe le funzioni di capitale fisso e variabile, cioè di materiale e strumenti di lavoro passato e di lavoro vivo presente: il bios.

Ne consegue che la separazione tra lavoro astratto e lavoro concreto non è più così netta come nel capitalismo industriale-fordista. Innanzitutto, ciò che Marx chiamava il lavoro concreto, il lavoro che produce valori d’uso, può essere ridenominato “lavoro creativo”. Tale termine consente infatti di cogliere meglio l’apporto cerebrale insito in tale attività, mentre il termine “lavoro concreto”, pur essendo concettualmente sinonimo, rimanda più all’idea del “fare” che del “pensare”, con un riferimento più marcato al lavoro artigianale.

Il concetto di lavoro creativo non rimanda immediatamente a quello di classe creativa. Anzi, la nuova condizione del lavoro cognitivo si fonda proprio sull’eterogeneità dei soggetti mobilitati, soprattutto quando è la stessa soggettività (singolarità) che viene messa a valore. Ciò non consente la formazione di una classe omogenea, in sé e per sé, ma rimanda piuttosto a una moltitudine di singolarità differenziate, ciascuna con la propria percezione lavorativa. La produzione di nuove soggettività incide pesantemente anche sui meccanismi di autocontrollo, governance e autorepressione, da un lato, e di illusione, meritocrazia, indebitamento, dall’altro.

Nel capitalismo biocognitivo, inoltre, si assiste sempre più alla compenetrazione tra luogo di produzione e reti produttive. Lo spazio, geografico e virtuale, diventa il luogo di una produzione che appare come l’esito di una struttura a flussi, sempre più immateriali o al cui interno le reti immateriali svolgono una funzione strategica, anche e soprattutto quando la merce prodotta è materiale.

Una struttura a flussi presuppone la centralità delle reti linguistiche di comunicazione e lo sviluppo della cooperazione sociale riguardante sia la trasmissione di simboli sia il trasporto logistico delle merci e dei beni. All’interno di questo spazio, tuttavia, la cooperazione, lungi dall’essere orizzontale, si sviluppa lungo le traiettorie della divisione spaziale della produzione e della divisione cognitiva del lavoro.

La produzione reticolare, il network, è lo spazio molecolare, individualizzato, caratterizzato da relazioni individuali che il più delle volte producono cooperazione a valle ma non necessariamente sono fra loro cooperative. In seguito a queste trasformazioni, la produzione di valore non è più fondata su uno schema omogeneo e standardizzato di organizzazione del lavoro, a prescindere dal tipo di bene prodotto.

L’attività di produzione si attua con diverse modalità organizzative, caratterizzate da una struttura a rete, grazie allo sviluppo delle tecnologie di comunicazione linguistica e trasporto. Ne consegue uno scompaginamento della tradizionale forma gerarchica unilaterale interna alla fabbrica, sostituita da strutture gerarchiche che si attualizzano sul territorio lungo filiere produttive di subfornitura, caratterizzate da relazioni di cooperazione e/o di comando. Nel capitalismo biocognitivo, la divisione del lavoro assume anche caratteri cognitivi, ovvero si basa sull’utilizzo e l’accesso differenziato di forme diverse di conoscenze.

La conoscenza è divisibile in quattro livelli – informazione, conoscenza codificata, conoscenza tacita e cultura (o conoscenza sistemica) – caratterizzate da rapporti unilaterali di dipendenza.

L’informazione è il livello di conoscenza di base, sempre più incorporato nell’elemento macchinico. La conoscenza codificata è quella specializzata (know how) che deriva dalla conoscenza tacita ma si trasmette attraverso procedure standardizzate, con l’intermediazione delle macchine, con la conseguenza che chi ne è portatore può essere in qualunque momento sostituito senza poter far leva su una qualche forma di potere contrattuale. La conoscenza tacita può nascere da processi di apprendimento personali o da investimenti specifici in ricerca e sviluppo (grazie ai diritti di proprietà intellettuali); inoltre, almeno fino a che non diventa codificata, non è trasmettibile se non tramite l’essere umano, con la possibilità di originare forme di enclosures.

Chi possiede conoscenza tacita, rilevante per il processo produttivo, detiene così un elevato potere contrattuale e definisce la struttura gerarchica nella produzione e nel lavoro. Tuttavia, la conoscenza tacita, se rilevante, è destinata prima o poi a trasformarsi in conoscenza codificata e quindi a svalorizzarsi. La cultura, infine, è l’insieme di quei saperi e conoscenze che consentono di ricoprire la funzione intellettuale, ovvero di svolgere un’attività critica e creativa, non immediatamente sussumibile alla logica di valorizzazione biocapitalistica. Di conseguenza, è pericolosa per la riproducibilità socioeconomica del sistema, ma ne costituisce anche l’eccedenza irriducibile al comando.

Infine, la condizione della forza lavoro è accompagnata da mobilità e dalla predominanza della contrattazione individuale (precarietà). Ciò deriva dal fatto che sono le individualità nomadi a essere messe al lavoro e il primato del diritto privato sul diritto del lavoro induce a trasformare l’apporto delle individualità, soprattutto se caratterizzate da attività cognitive, relazionali e affettive, in un individualismo contrattuale. Il rapporto di lavoro basato sulla condizione di precarietà, ovvero sulla limitazione temporale e la mobilità spaziale della prestazione lavorativa, costituisce il paradigma di base della forma odierna del rapporto capitale-lavoro. La precarietà diventa così una condizione strutturale, esistenziale e generalizzata.

In un simile quadro, si sviluppano modelli di organizzazione del lavoro più flessibili e capaci di adattabilità veloce ai mutamenti del contesto economico e sociale. Non facciamo riferimento alla sola flessibilità del lavoro ma anche alla flessibilità del comando sul lavoro, aspetto che raramente viene sottolineato, soprattutto in Europa e in Italia.

Negli Stati Uniti, la contrattazione individuale (con i suoi effetti collaterali sulla precarietà/flessibilità del posto di lavoro) ha sempre avuto un ruolo dominante rispetto alla contrattazione collettiva. E ciò vale in particolare per i nuovi settori emergenti delle Ict, dove i cambiamenti qualitativi nella prestazione lavorativa inducono a una maggior partecipazione e coinvolgimento individuale nel processo produttivo.

Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, il confine tra lavoro e capitale (ma anche tra lavoro concreto e astratto) non è più tracciabile in modo chiaro. Anche le modalità di remunerazione del lavoro tendono a modificarsi. Le nuove società informatiche assumono formalmente la connotazioni di imprese stake-holder, per le quali mantenere un rapporto virtuoso e positivo con i fornitori, gli addetti, i clienti è di fondamentale importanza strategica. Di fatto, però, tendono a essere più imprese share-holder, che hanno come primo obiettivo l’incremento del valore azionario e del capitale sociale quotato in borsa.

Si tratta dell’esito del processo di finanziarizzazione che ha segnato l’avvento del nuovo capitalismo biocognitivo favorendo ciò che Carlo Vercellone ha definito “il divenire rendita del profitto”, a seguito del processo di espropriazione della cooperazione produttiva indotta dallo sfruttamento delle economie di rete e di apprendimento.

È tramite il nuovo ruolo dei mercati finanziari (o meglio, delle oligarchie che li dominano), in grado di definire e di indirizzare le convenzioni finanziarie dominanti, che le imprese dot.com, a partire dai primi anni novanta, si autofinanziano con le plusvalenze generate dalle operazioni payback, leverage buy-out, fusioni e acquisizioni sui propri titoli azionari. In tal modo, i mercati finanziari diventano il motore dell’accumulazione e della valorizzazione dell’industria informatica e di internet sia per le modalità di finanziamento dell’innovazione continua sia per la distribuzione del reddito. Sempre più spesso i dipendenti vedono i guadagni di produttività remunerati con partecipazioni azionarie. Assistiamo così anche al divenire rendita del salario.

Sono queste le nuove modalità di finanziamento che, insieme a un’organizzazione del lavoro più cooperativa (ma senza che comunque la gerarchia venga meno), dove la forza-lavoro viene coinvolta in misura maggiore nel processo di elaborazione progettuale e produttiva, consentono a partire dagli anni novanta il boom della cosiddetta net-economy negli Stati Uniti e il sorgere nel decennio seguente dei grandi colossi industriali legati ai social, ai media, alla navigazione su internet, alla raccolta e al trattamento di banche dati sempre più imponenti (big data).
In questa organizzazione della produzione, un ruolo centrale viene svolto dal consumatore, che sempre più nella sua individualità diventa fonte diretta di valorizzazione. Non è un caso che il termine prosumer (consumatore-produttore) venga coniato per la prima volta nel 1980 da Alvin Toffler nel libro The Third Wave, ricordato da Bruce Sterling come una sorta di bibbia per il movimento cyberpunk.

Occorre rilevare, tuttavia, che nella letteratura cyberpunk l’idea di prosumer indicava più il consumatore-produttore che il produttore-consumatore, all’interno di un’utopia libertaria che auspicava una democratizzazione della produzione al punto tale che la generazione di valore d’uso doveva essere prevalente sulla generazione di valori di scambio. La storia recente ci dice che le cose non sono andate esattamente in questo modo.

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