Hip Hop

L’esplosione della cultura hip-hop in Italia si verifica allorquando si realizza la saldatura tra pratiche controculturali e tecnologia. Da quel momento la cultura hip-hop progredisce rapidamente e si manifesta come la forma comunicativa delle nuove generazioni, capace di catalizzare il senso di difficile appartenenza al mondo loro consegnato da chi le ha precedute.
Il disagio giovanile le cui cause vanno cercate nella riduzione di significatività per la vita delle comunità della politica, nella caduta nei cittadini (divenuti prevalentemente consumatori) della fiducia di poter intervenire sulla realtà sociale per modificarla, nella incapacità di trovare delle forme comunicative per dialogare efficacemente, il disagio giovanile scoprendo il rap e la cultura dell’hip-hop trova le modalità per dirsi, scopre una dimensione per costruire un mondo di “valori” alternativo rispetto al quadro dei riferimenti normalmente vigenti.
La penetrazione dell’hip hop in Italia è stata tutt’altro che superficiale e contiene una radice di sentito rifiuto dell’esistente. L’hip hop costituisce pertanto un campo che merita d’essere indagato da chiunque voglia comprendere le istanze, le aspettative, le speranze delle nuove generazioni; è una forma di creatività sociale in cui (per chi voglia intendere) si preannunciano i tempi nuovi, si prefigurano le future contraddizioni e le nuove modalità d’essere.
Il concetto che meglio definisce la cultura hip-hop è quello di neo-tribalismo, in quanto, a partire dalla musica, attorno al nucleo condensante della musica, si costruisce una vera e propria comunità, con le sue pratiche, i suoi intenti artistici, ludici e (perché no?) politici; gli studiosi sottolineano come l’hip hop rispetto ad altre sottoculture (o controculture, che dir si voglia) giovanili si caratterizza per il darsi nelle forme dell’ethnos. L’alternatività dell’hip hop consiste nell’avere assunto radicalmente la pratica del bricolage culturale; agisce la contaminazione come strumento di contrapposizione più o meno consapevole.
Nell’esperienza italiana il bricolage ha prodotto anche risultati esteticamente interessanti e, soprattutto, ha attivato dei processi di recupero della memoria popolare. Ha inoltre lavorato sugli aspetti ritmici del linguaggio tanto da interessare (e non banalmente) poeti di non trascurabile portata; si è caratterizzato per l’utilizzo del dialetto, valorizzato sia per le sue valenze foniche che per esprimere con immediatezza e pregnanza un antagonismo represso. Il folklore in Italia negli anni Settanta era diventato ostaggio di gruppi che avevano precipuamente l’obiettivo di mantenere in vita dei relitti culturali; destinati ad essere via via erosi dal progredire della cultura omologante dei modelli dominanti; l’hip hop, per nulla interessato alla museificazione del folklore, invece si impossessa creativamente del dialetto, degli stilemi rinvenienti dalla tradizione e li immerge nel bagno di una tecnologia, peraltro piegata alle esigenze della nuova controcultura. L’hip-hop interagisce con l’avvertimento della disgregazione sociale e in qualche misura ne costituisce un contravveleno; ha dentro evidentemente rabbia, ma in qualche misura organizza questa rabbia e le fa assumere un contenuto; è una forma di comunicazione che le generazioni emergenti sentono come loro propria e con le quali hanno trovato la possibilità di esprimere il proprio punto di vista sul mondo. Fin quando la comunicazione trova modo di strutturarsi c’è una storia; gravissima sarebbe invece la frattura e ogni continuità culturale sarebbe compromessa se il dolore, la sofferenza dei giovani fossero un sordo risentimento ed un oscuro soffrire: ci attenderebbero tempi buiissimi; c’è del positivo in questa controcultura, che ha apprezzabili elementi di autenticità. Bisogna avvicinarsi ad essa con la circospezione e la voglia di capire dell’etnologo, perché i nostri giovani per qualche aspetto sono come stranieri a noi e noi dobbiamo apprendere i modi per interagire con loro, senza arroganza, con rispetto e sana curiosità. Il testimone oggi lo si passa così.
Il nuovo linguaggio dell’hip-hop riesce a far cortocircuitare il linguaggio di un’etnia geografica e sociale con l’etnia metropolitana della posse e qui si realizza la radicalità di una contestazione, che a tratti può assumere anche elementi caratterizzati d’una certa violenza. Ma è una comunicazione comunque che esprime una forte vitalità, è “ritmo pulsante” e per questo sa essere profondamente coinvolgente.
L’hip hop aiuta a sentire la differenza. Sono d’accordo con chi dice che la differenza non è riconducibile al concetto logico della diversità, così come pure non è identificabile col principio dialettico della distinzione; la differenza pertiene alla dimensione dell’estetico e perciò deve essere sentita. Fare esperienza della differenza significa misurarsi con intensità impulsionali troppo forti per poter tentare di conciliarle ed imbavagliarle, significa misurarsi inevitabilmente con l’eccesso. Dire ciò significa anche concepire il sentire come una forma di decremento del soggetto, un’esperienza che apre a stati altri di coscienza. Il sentire in qualche misura ci porta fuori di noi.
L’hip hop ci invita a misurarci con esperienze rispetto a cui i nostri consueti strumenti, formatisi nella lunga storia dell’Occidente per metabolizzare la realtà, sono piuttosto spuntati ed inefficaci, esso ci invita ad abbracciare esperienze che storicamente abbiamo sempre tentato di tenere lontane e di addomesticare con l’arte della pervicace rimozione. Ciò facendo l’hip hop recupera la capacità che antropologicamente la musica ha di disegnare comunità, di costruire sensibilmente pensiero, facendo muovere l’idea sull’onda di un ritmo che la guida, la strattona, la modifica, e ridando al gruppo il potere di strutturare realtà strutturando se stesso con atti lingustico-espressivi (potremmo azzardare di dire: riti).

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