Juke Box

Il juke-box: i suoni della nostalgia
di Salvatore Colazzo

Chi frequenta i mercatini antiquari avrà avuto certamente modo di osservare come il juke-box sia un oggetto di culto nel mondo del modernariato, trattato con l’affettuoso rispetto che si usa verso ciò che ha colorato la nostra adolescenza e animato la nostra giovinezza. C’è poi chi si propone sul mercato degli “strani lavori” come restauratore di questo oggetto della memoria, guadagnando delle cifre di tutto rispetto. Spigolando in internet ho rinvenuto un sito in cui si spiega con dovizia di particolari quanto sia complessa la rimessa a nuovo di questa macchina dispensatrice di musica in pillole, di felicità in due minuti, come ha avuto a dire Jean Baudrillard.
Ma cosa rendeva così amato il juke-box, sì da meritare oggi il rimpianto della nostalgia?
Forse erano i molti colori della “carrozzeria” o era il rumore della monetina inghiottita dalla famelica sonora policromatica scatola, o la meccanica precisione del braccio che andava a pescare l’oggetto designato dalla nostra scelta o ancora la percezione della condivisione da parte degli avventori del locale della nostra scelta (ma lo stesso gusto talvolta lo si ricavava dal rifiuto che in vario modo essi rappresentavano nei confronti dei nostri gusti).
Il diffondersi del juke-box su scala mondiale segnò l’egemonia della musica americana, coincise con l’avvento dei 45 giri e accompagnò l’epopea del rock’n’roll. Il juke-box suona nelle sale dei bar, costituisce arredo immancabile e li trasforma in piccole balere. Il mercato discografico lancia grazie al juke-box una produzione riservata esclusivamente ad un pubblico giovanile, divenuto, col boom seguito alla guerra, un target interessante. Il juke-box diventa allora simbolo della ricerca degli orizzonti ideali della nuova generazione, che per la prima volta appaiono quasi integralmente mediati dalla musica, nuovo potentissimo mezzo di comunicazione. E funziona pure come un congegno attraverso cui le giovani generazioni si addestrano alla società dei consumi e ai suoi meccanismi di scelta.
Il juke-box reca nel nome il suo destino, nell’arcaico gergo americano 'jook' designava uno stile di vita inquieto e sregolato, e 'juke joints' erano i bar per neri dove si beveva e ballava sino a notte fonda. Nella mia memoria il juke-box appare associato al flipper, altro oggetto di divertimento capace di favorire la socializzazione giovanile. Discutendo i gusti musicali, sfidandoci al flipper imparammo ad acquisire la consapevolezza dei nostri sogni e delle nostre utopie. Allacciammo amori e li interrompemmo: una canzone fu la scintilla che ci infiammò il cuore, un’altra canzone espresse tutto il nostro perduto entusiasmo.
Discoteca senza dj, il juke-box consente alla musica di permeare la quotidianità e darle un senso più pieno: insinuandosi tra un panino ed una coca-cola, inducendo un ballo improvvisato, accompagnando un corteggiamento riscatta la routine, senza necessità di introdurre la cesura d’uno spazio appositamente dedicato alla musica e ai suoi riti, quale ad esempio può essere la discoteca.
Poi la musica per taluni versi è diventata sempre più “privata”, il walkman segna questo passaggio, che ha reso desueto il juke-box. I giovani di oggi abituati agli standard imposti dall’alta fedeltà difficilmente si acconterebbero dei risultati sonori del juke-box. Oggi nei locali c’è la tv digitale con schermo panoramico e audio surround: la musica si accompagna inevitabilmente all’immagine, sono i video che scatenano gli entusiasmi, e il disco di Fred Bongusto non suona più per noi, divenuti purtroppo dei “matusa”, un po’ spaesati in questo mondo divenuto tanto più veloce, tanto meno ingenuo.
Del juke-box s’occupò pure Adorno ma lo fece per bollarlo con parole di fuoco. Egli vide in quel congegno il simbolo della musica che scoperta la dimensione di massa inevitabilmente si fa truffa: suona la scatola della baldoria nel locale vuoto “per attirare i pivelli col miraggio che la festa marci già a pieno regime” e così la musica si qualifica come “fallace promessa di gioia che pone se stessa al posto della gioia”.
Oggi il juke-box è rinato; ma è rinato in forma virtuale. E’ nella rete: da Internet è possibile estrarre musica di tutti i generi. RealAudio è l’agente di questa nuova vita del congegno dispensatore di musica a buon mercato. Per poche lire, o più spesso gratuitamente, è possibile scaricare sul proprio computer la musica che si ama, e scambiarla via e-mail con compagni che condividono i nostri gusti. Un genere che va molto (l’avreste mai detto?) sono le sigle dei cartoni, giapponesi soprattutto, di qualche anno fa.
Oggi grazie alla tecnologia della rete è possibile creare un archivio personalizzato di file audio, nel formato mp3. In qualsiasi momento sarà possibile, grazie ad un computer ed un modem, collegarsi ad un account, messo a disposizione dai siti (come ad esempio Mp3.com) che sono degli enormi data-base musicali e ascoltare le canzoni preferite. Chi ha aperto un account sul sito Mp3.com può collegarsi a questo, inserire il cd nel drive del proprio computer e vedersi trasformare automaticamente la sua musica in formato mp3, in modo da poterla depositare nell’account e recuperarla in qualsiasi momento lo desideri.
La musica nella rete crea delle articolate comunità virtuali, costituisce un collante straordinario di migliaia di persone, un potentissimo mezzo di costruzione dell’identità individuale e collettiva.

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