Lapassade E Il Tarantismo

’Lultima volta che ho incontrato Georges Lapassade è stato il 16 ottobre 2005. Fu in occasione della presentazione della pubblicazione per Besa editore della traduzione italiana del suo Gens de l’ombre: transes et possession (1982). Eravamo a Spongano presso l’Università Popolare della Musica e delle Arti.
Lo spronai a parlare di De Martino, espose, confrontandole la sua concezione del tarantismo e quella di De Martino, evidenziò i punti di originalità, condusse un confronto con i culti di possessione marocchini.
Qui di seguito proponiamo, dal testo, un brano in cui riconduce il tarantismo all’interno dei culti di possessione dell’area mediterranea: vede l’azione su di essi del monoteismo che ne ha in qualche modo alterato l’originaria fisionomia.

Salvatore Colazzo

San Paolo-il Ragno

La nozione di marabutismo designa un complesso di pratiche religiose, magiche e terapeutiche, presenti nell’insieme dell’islam maghrebino. Ruotano intorno al personaggio del marabut, che è da porre in relazione con la resistenza agli invasori e ai colonizza­tori. Dopo la sua morte e per effetto di una mutazione culturale religiosa, il marabut diventa oggetto di venerazione e di culto, un santo. La nozione di marabutismo ingloba e designa alcune prati­che, le quali, senza essere antagoniste, si pongono a vari livelli della vita sociale e religiosa: culti dei santi locali (originati dalle tradi­zioni agrarie pre-islamiche) confraternite estatiche del sufismo popolare, con i relativi pellegrinaggi; comportamenti tradizionali di incubazione in alcuni santuari, ecc.
Non è impossibile che le pratiche inglobate nella nozione di marabutismo siano collegate all’antica cultura mediterranea, Allora, e qualora lo si esaminasse alla luce dcll’Islam popolare, si capirebbe perché il tarantisnio possa sembrare un fenomeno marabutico; il quale fenomeno, peraltro, non è affatto “in odore di santità”, né per l’islam ortodosso, né per il progressismo mili­tante. Oggi, tuttavia, nel Nord dell’Africa si può osservare una qualche ripresa del marabutismo. il rifiuto del marabutismo, in nome dell’ortodossia o del modernismo, è da collegare alla rimo­zione delle pratiche popolari e delle religioni estatiche; ci si comporta allo stesso modo nei confronti del vernacolo o del “saper fare” degli artigiani. Attualmente, in alcuni strati della gioventù del Maghreb, si assiste comunque a un riesame di questo rifiuto del marabutismo, che aveva fatto leva su accuse di ordine ideolo­gico e politico.
Per approfondire la comprensione del tarantismo mi sono servito abbondantemente del metodo comparativo: così ho confron­tato il culto di San Paolo nel tarantismo con quello del santo Abdelkader Jilali, presso gli gnaoua del Maghreb. L’esperienza dei culti maghrebini mi ha fatto capire meglio il ruolo e la figura di san Paolo nel sistema del tarantismo pugliese. A questo punto pro­pongo un’analisi comparativa, indicando alcuni raffronti che mi paiono importanti:
1) la tarantola aggredisce la sua vittima, come fa uno spirito (djinn) malefico nel Maghreb quando attacca e possiede” la sua vittima. In Italia, come in Maghreb, l’attacco spesso avviene in un momento difficile dell’esistenza, in una particolare fase di transizione, quando il cambiamento inevitabile rende più vulnerabile l’individuo: nella pubertà, durante la gcstazione, o un lutto, o durante un viaggio in un paese lontano. L’aggrcssore preferisce proprio quel momento; ma colpisce anche qualora sia stato offe­so, lui o un membro della sua famiglia. L’incidcnte succede, ad esempio, quando, disgraziatamente. venga ucciso un ragno che la figlia o la madrc vendicheranno (nel Salento), o quando (in un paese del Maghreb) sia stata versata acqua bollente in un luogo abitato da un djinn.
2) Nei rituali della transe i colori assumono un ruolo importante:
- La tarantola è “vestita” di un colore che bisogna identificare e detesta altri colori;
- presso gli gnaoua del Marocco, le serie dei mlouk sono carat­terizzate da colori diversi; gli aissoua detestano il nero;
- a Rio, nella macumba, gli orichas e le altre entità hanno ciascuno un loro colore,
3) Si diceva che la tarantola, mordendo la sua vittima, emettesse un suono o una musica e che bisognasse prima di tutto iden­tificare quel suono. Era “la divisa” della tarantola. In Marocco, con il termine melk si indica sia lo spirito possessore sia la sua divisa musicale.
4) La visita ai santuari è pratica comune ai due sistemi: nel tarantismo la visita di San Paolo a Galatina; nel Maghreb la visita dei santuari (marabut). Queste visite hanno un ruolo terapeutico.Nel Maghreb è tradizione che un malato, o un suo rapprescntan­te, trascorra la notte nel santuario, nell’attesa di un sogno o di una visione, che alla fine darà luogo a una interpretazione: l’interpreta­zione ha come fine la diagnosi, con la relativa prescrizione del comportamento da assumere.
5) C’è un altro punto di raffronto fra la tarantola mitica del Salento e gli esseri soprannaturali del Maghreb. che possono possedere la gente. Il raffronto si riferisce alla personalità che viene loro attribuita:
- nel Salento, ad esempio, si diceva che esistesse la cosiddetta tarantola libcrtina, che trasmetteva alla sua vittima un violento desiderio sessuale (si afferma che, durante il Medio Evo, i soldati cristiani morsi da tarantole e scorpioni in Sicilia avessero grandi desideri sessuali);
— nel sistcma degli gnaoua marocchini esiste una famiglia di spiritifemminili (Layalat), alcuni dei quali si ritiene trascinino le loro vittime in passioni erotiche: Lalla Haoua è la “Signora Amore”, è Eva, madre del genere umano. Tali sono anche Lalla Mira e Lallla Malika, che si dice colpiscano gli uomini in viaggio, s’interessino agli uomini sposati e li seducano; Aicha Kandicha, lnvccc, s’h,teressa agli adoLcscentt.
6) C’è una somiglianza impressionante tra la grazia di san Paolo e la haraka dei santi musulmani. San Paolo di Galatina concede la grazia: enunciato nei linguaggio cristiano, il potere protet­tore del santo assume un significato immediatamente accessibile a tutti. Ma nello stesso tempo è limitato. Per ampliare il concetto bisogna riferirsi alla nozione di baraka, che designa la forza attri­buita nell’Islam popolare ai santi protettori. La baraka è collegata sia alla persona del santo, sia alla sua discendenza. Si tratta di una. forza che protegge, guarisce, e può rendere invincibili. È la stessa qualità “magico-religiosa” che la gente della tarantola attribuisce a San Paolo, il marabut di Galatina…
7) Come il djinn (o i djnoun}, San Paolo, in quanto spirito “possessore” è caratterizzato non solo dalla bontà, ma soprattutto dall’ambivalenza. Questa ambivalenza di San Paolo viene procla­mata nelle canzoni, Protegge dal morso del ragno, può far guarire (concedere la grazia), ma egli stesso può anche mordere, o dare ordine alla tarantola di mordere. È capace di causare sia il bene, sia il male. Nel Maghreb lo stesso carattere di ambivalenza si collega alla definizione dello djinn (genio) musulmano, mentrce gli altri - djinn, o dijnoun (ebrei o cristiani) - provocano soltanto il male. Sidi Chaamarouch, il djinn del sud del Marocco, presentato a volte, alla pari di molti altri esseri soprannaturali, come un antico fqih guaritore e come patrono delle veggenti, è ambivalente in quanto partecipe del sistema della possessione. Lo stesso accade per San Paolo-iIl Ragno: nei Salento la sua integrazione al culto (inconfessato) di possessione, il suo passare dallo stato di “protettore” a quello di “possessore”, ha trasformato la sua figura di bontàt, che lo caratterizzava nel culto popolare e cattolico dei santi, in figura ambivalente.
8) Gli spiriti possessori parlano per bocca delle loro vittime. Nel Salento mi hanno raccontato la storia di una tarantata che, durante i momenti di crisi gridava “tu hai ucciso mia rnadre!…”. E si diceva che fosse stata morsa da una tarantola orfana, la cui madre era stata uccisa dalla stessa tarantata, la quale era abitata, perciò, dalla figlia-tarantola, che da dentro lei gridava “hai ucciso mia madre..”. In Marocco ho studiato il caso di Malika, una giovane posseduta colpita da un essere soprannaturale. All’inizio era stata condotta presso un fqih esor­cista. Quindi il djinn che la possedeva aveva gridato: “Andatevene”. Gridava per bocca della posseduta, come acca­deva in Europa con le possessioni demoniache.
9) Tarantismo e marabutismo oscillano fra esorcismno e adorci­smo. Per Malika, la posseduta marocchina, dopo il fallimento dell’esorcista avevano chiamato gli gwaoua, il cui rituale tende più all’adorcismo, cioè all’alleanza con lo spirito possessore. Una certa parte di adorcismo esisteva anche nel tarantismo italiano, attra­verso la cura, si poteva stabilire un rapporto di amicizia con la tarantola. Pa spiegare, in uno stesso culto, la presenza dell’esorci­smo e dell’adorcismo, della bontà e dell’ambivalenza, bisogna pro­cedere a uno studio genealogico. La stratigrafia culturale della possessione e del suo trattamento, la prassi dell’alleanza attraverso la conciliazione (adorcismo). rappresenta uno strato storico più antico di quello dell’espulsione del male (esorcismo). Il fatto è più facilmente constatabile nei Maghreb, dove l’esorcismo è collegato all’islam, mentre l’adorcismo deriva dalle culture pre-islamiche, in cui la religione è collegata al culto degli antenati, in queste cultu­re il rito terapeutico si propone di riparare un disturbo nei rap­porti. Allora, interviene il culto dei saliti:
- santi protettori (san Paolo di Galatina: il marabut) sono santi esorcisti (si beve l’acquadcl santuario di Galatina e si vomi­ta “il veleno”)
- i santi possessori (sincretizzati con le “divintà antiche”) sono adorcisti. È San Paolo-il Ragno.
10) Le pratiche d’incubazione erano già note agli antichi Greci, le si ritrova nel Mcdio Evo, nelle chicse e nelle cattedrali, spesso collegate ai culto dei santi, ai quali si andava a chiedere protezio­ne e guarigione. È ciò che accade nella cappella di San Paolo a Galatina, nella notte dal 28 al 29 giugno. I tarantati trascorrono lanotte nella cappella, dove attendono la grazia del santo. Una visio­ne può accompagnare il momento della grazia.
11) Tutti i tarantati del Salento sembrano riconoscersi - forma­no una specie di “confraternita fantasma” di San Paolo alla quale si collegano i musicisti del Salento e i loro clienti. Si tratta di gente di una religione rurale e si può capire come coloro che partecipano a una stessa attività si conoscano, da un villaggio all’altro (e anche nei piccoli paesi). (Così accade per tutti i musicisti popolari del Salento (non solo per coloro che si dedicano alla cura musicale domiciliare). Tra di loro e con i loro parenti gli stessi tarantati formano una specie di società solidale, non istituzionalizzata, che li protegge dalle aggressioni esterne (cosa visibile nel corso del pellegrinaggio del giugno 1981: le tarantate, chiuse nella cappella di San Paolo assediato dai turisti, traevano protezione da tale solidarietà). Naturalmente, questa “confraternita fantasma” dcl tarantismo non ha la stessa forza istituzionalizzata elegittimate delle confraternite islamiche. Come è detto nei canti dei tarantati, La ‘confraternita” si organizza intorno alla figura di San Paolo, “re delle tarantole’. Tutti i tarantati si ritrovano a Galatina per il pellegri­naggio del 28-29 giugno, come gli aissaoua del Marocco si ritro­vano a Meknès, intorno al mausoleo del santo fondatore, durante il loro pellegrinaggio annuale. San Paolo è, al tempo stesso, “patro­no delle tarantole e dei tarantati”, un po’ come, nel Maghreb, il celebre santo Abdelkader Jilani (Jilali in Marocco) è dichiarato “sultano dei djnoun” (principe degli spiriti possessori) e, nel con­tempo, protettore dei poveri, dei diseredati e dei posseduti.
12) […]
13) […] il tarantismo sarebbe l’ultima espressione del culto asiatico della “Dea Madre”: in questo modo si collegherebbe al coribantismo (la mia ipotesi, condivisa in particolare da Diego Carpitella, sostiene che il rapporto col coribantismo sia più diretto di quello col dionisismo). Nel tarantismo tradizionale le donne avevano un ruolo improtante, specie nell’orchestra terapeuti. Nel rituale della cura domiciliare, delle donne suonavano il tamburello. E spesso, quando una donna era tarantata, il marito non era presente durante la cura domiciliare. Per tutta la durata della cura, lasciava sua moglie con le donne di famiglia e del vicinato e si recava a dormire in un’altra casa. Anche nel Magheb le donne hanno un ruolo importante nel sistema della possessione. […] Sarebbe interessante paragonare le condizioni di vita delle donne, nel Sud Italia e nel Marocco. Negli ambienti interessati, si constaterebbe anzitutto che le turbe definite come casi di “tarantismo” o di “possessione” sono spesso collegate al ruolo della donna nei sistemi culturali tradizionali del Mediterraneo, a a base essenzialemente rurale. […]
14) Il rito terapeutico della pizzica pizzica è come un teatro, o più precisamente, secondo l’espressione di Michel Leiris, un pre-teatro della possessione. Anzitutto, il (la) tarantato(a) balla in posizione di ‘arco isterico’. Allora i taratati oscillano ‘legandosi a un filo’, come fa il ragno: si tratta di un’imitazione, di una condotta mimetica. [..] Ebbene, nei riti africani di possessione si mimano continuamente gli spiriti possessori. E si conviene che queste condotte mimetiche siano un tratto essenziale del pre-teatro della possessione. [..] Per i posseduti è lo spirito possessore in persona che si impossessa del corpo dell’adepto e lo anima dall’interno. Il tarantato non imita il ragno: è il ragno che, a modo suo, lo fa ballare. La nozione d’imitazione presuppone una distanza tra il soggetto posseduto e l’essere possessore. Ma è un’idea del tutto estranea a questi sistemi culturali. Vi è l’imitazione e il pre-teatro solamente per noi, gli osservatori. La tarantata si comporta come il ragno (a terra, o appesa a una corda, o sull’altalena), senza essere cosciente di imitare un ragno: si dice che il suo ballo sia comandato dal velec­no, ossia, in fin dei conti, dal ragno che la abita (il veleno le ha
invaso il corpo e vi ha messo l’essenza del ragno). Eppure, al tempo stesso il ragno sta fuori, è lontano, sta in qualche punto della sua ragnatela. In quel momento, anch’esso balla nella sua ragnatela, per telepatia. Poiché la musica che viene suonata fa ballare, contemporaneamente ma in luoghi diversi, sia i taratati sia le tarantole.
15) Il ballo del ragno: uso l’espressione nei due sensi:
- il ballo in cui si “mima” il ragno;
- il ballo in cui il ragno è invitato a ballare (il ballo è stato organizzato per fargli piacere, per calmarne il furore; ma si dice anche che lo si faccia ballare per sfinirlo e tentare di provocarne la morte). In questo modo, come già ho suggerito, la danza del ragno oscilla anche tra i due poli dell’”esorcismo” (bisogna espellere il veleno, ci si sforza di uccidere il ragno, sfinendolo con la danza) e dell’”adorcismo” (quando san Paolo ha fatto la grazia, i taratati possono chiamare la tarantola con il suo nome, e farne la loro amica; allora, tra tarantato e tarantola, si stabilisce un’alleanza e una ricongiunzione. Come gia detto, tale oscillazione tra esorcismo ed adorcismo si ritrova tra molte culture della possessione, e particolarmente in Marocco, dov’essa costituisce il risultato di un incrocio tra credenze, in cui si mescolano gli influssi africani (piuttosto orientati verso il culto degli dèi, e dunque verso l’ador­cismo) e l’impatto del monoteismo musulmano (che tende a vedere nella possessione la presenza di un demone, che è necessario espellere).

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