Maragliano Parlare Le Immagini

Roberto Maragliano, Parlare le immagini. Punti di vista, Apogeo, Milano, 2008.
Le immagini costituiscono una delle questioni chiave della cultura occidentale. A partire dalle immagini e attorno alle immagini si sono sviluppate pratiche e teorie le più varie. Tuttavia si può tentare di categorizzare quelle pratiche e teorie iscrivendole in pochi fondamentali modelli. Esistono fondamentalmente due approcci al mondo delle immagini:
a) l'approccio logico secondo il quale è possibile "arrivare a catturare il significato dell'immagine. La sua ambizione è di mettere a punto una sorta di grammatica" (p. VIII) in base alla quale è possibile sempre rivelare ciò che l'immagine intende dire. Salvo dover constatare che l'immagine intende dire molto di più di quello che noi riusciamo a fargli dire. Salvo dover constatare che "l'immagine sfugge ad ogni cattura" (p. VIII), sicché si finisce col temerla arrivando financo a combatterla, "per esempio accusandola di non essere 'realtà' ma copia, immagine - appunto - di realtà: quindi falsità, illusione, tradimento. Pericolo" (p. VIII).
b) l'approccio psicologico, il quale si propone intenti prima pratici e secondariamente conoscitivi. "Che me ne faccio dell'immagine, che cosa le immagini fanno di me, e, soprattutto, come le immagini operano dentro di me? Sono questi i problemi che ci si pone" (p. VIII). "In pratica non si crede in una realtà che prescinda dalle immagini. Le immagini sono realtà, sono elementi (fondamentali) attraverso i quali noi costruiamo e usiamo realtà" (p. VIII). Così considerate esse implicano la totalità del soggetto, sensoriale, psichico e sociale.
Bisognerebbe riuscire a tematizzare - dice Maragliano - "l'inquietudine pedagogica" (p. 9) suscitata dalle immagini per capire un po' meglio la pedagogia stessa. E bisognerebbe riuscire a farlo da dentro la pedagogia stessa, la quale non evitare di parlare dei media e dei loro prodotti. "Se vuol parlare di formazione, non si potrà farlo escludendo il tema della mediazione, il tema dei media" (p. 12).
Una prima approssimazione al problema può essere costituita dall'idea che la scuola e i media si ispirano a due paradigmi differenti. La scuola assume l'esperienza conoscitiva, affettiva e sociale come qualcosa di fissabile, delimitabile, analizzabile, scomponibile, i media assumono l'esperienza come qualcosa di mobile, aperto, includente e globalizzante.
Quest'attitudine dei media può definirsi sonora. E' infatti il suono ad essere mobile, aperto, includente e globalizzante. Quindi qualsiasi esperienza, fosse immagine, fosse scrittura (come succede nel caso delle e-mail e delle chat), che abbia queste caratteristiche può dirsi incardinata nella matrice del suono. "L'immagine in movimento ha la sua matrice nel suono" (p. 22).
Diversamente che per l'immagine fissa, "l'immagine in movimento favorische una condotta immersiva, non dissimile da quella di un ascolto partecipante, dove tutto risuona, oggetto, soggetto e contesto: lì fruire dell'immagine significa starci, esserci dentro, e, perdendosi il distacco che è prerogativa del leggere, ciò equivale a sostenere che il soggetto entra in consonanza (o dissonanza) con l'oggetto, prende parte ad esso, anzi ne è parte" (p. 22).
La pedagogia è a suo agio con l'immagine fissa, è perturbata da quella in movimento. L'immagine fissa ha confini ben definiti, ha un suo ordine interno e quindi "sollecita una condotta astrattiva nell'utente, non dissimile dalla condotta attivata dalla pratica di lettura" (p. 22). Di fronte ad un immagine in movimento "il soggetto è assorbito, incluso 'assoggettato' dall'immagine che lo fa suo" (p. 22).
Da qui scatta una sorta di moralismo iconofobico. Secondo le asserzioni di questo moralismo iconofobico la cultura delle immagini è causa di imbarbarimento culturale perché porta a richiedere "un rapporto conoscitivo diretto, facile, immediato con le cose e le loro rappresentazioni" (p. 23), mentre ignora "quella nobile relazione con il mondo intessuta di filtri, fatica, complessita, meditazione quale garantisce (garantiva!) solo l'assidua ed esclusiva consuetudine con la lingua in particolare quella scritta" (p 24).
I moralisti delle immagini temono il movimento, "non tanto e non solo in senso fisico quanto in senso psicologico" Essi hanno in sospetto i "moti interni del soggetto" in corrispondenza con le immagini (p. 24). "Le immagini inquietano perché sono aperte e dirette, perché lasciano poco spazio e tempo alle mediazioni interpretative: questo è quanto sostengono i critici" (p. 25). "Le immagini inquietano perché mettono in scena la molteplicità/complessità dei giochi che si attuano nell'intendere e praticare quel terzo spazio (l'immaginario) che sta tra mondo esteriore e mondo interiore, dove le matrici della scrittura e del suono operano assieme, dove trionfa l'ibrido: questo è quanto sostengo io. Alludendo con ciò a tutte le immagini. Che sono in movimento, e smuovono e fanno movimento anche quando sono fisse. Che illustrano il mondo, anzi i mondi, nel senso che ci danno modo di costruirli, di costruirceli" (p. 25).
Si prospetta una sfida per la pedagogia: "riconoscere l'impossibilità di scotomizzare o esorcizzare gli elementi che turbano, dell'immagine e nell'immagine" (p. 34). Riuscire a lavorare, elaborare, sviluppare "l'immagine cattiva, quella che ti prende e dalla quale ti fai prendere" (p. 35). Che poi significa trovare un rapporto con quel mondo dei media che accettano e cavalcano il prorompere aggressivo dell'immagine, senza preoccuaprsi di salvaguardare un'istanza di interpretazione critica e di distanziamento. Detto in altri termini, la pedagogia deve tentare "un approccio interpretativo che, nel coinvolgere anche gli aspetti interiori dell'agire umano e dunque nell'individuare e 'riscattare' il lato oscuro e inquietante che è di tutte le immagini, fornisca le basi per la costruzione di una pedagogia altra: la pedagogia del 'di dentro delle immagini'" (p. 35).
Per questa via essa deve poter mettere in discussione "il verbocentrismo delle pratiche educative correnti" (p. 35), aprendo nel contempo la scena educativa all'ingresso di tutto quanto "è corpo, tatto, azione", "moto d'animo, sensazione, affetto" (p. 37).
Si tratta di abitare, vivere le immagini. Entrare, cioè, in una dimensione fabbrile che "nessun attrezzo del pensiero analitico, per fine che sia, potrà mai esprimere compiutamente" (p. 37).
Come dice De Kerckhove il miglior modo di trattare le psicotecnologie è di non avvertirle come estranee e minacciose, ma di farle diventare parte integrante della nostra psicologia individuale: "un nuovo umano si sta formando" (D. De Kerckhove, La pelle della cultura. Un'indagine sulla nuova realtà elettronica, Costa & Nolan, Milano 2000, p. 228).
Una pedagogia adeguata dell'imamagine si mostra in grado di avvertire l'immagine come "una forma embrionale di pensiero, ungrumo di pre-pensiero, un sostrato di intelligenza senso.motoria, il tronco su cui si innesta il linguaggio e di conseguenza si determina nel soggetto, la capacità di 'chiamare' e classificare, di 'dire'" (p. 66).
In questa pedagogia è possibile riflettere le immagini, ma in un modo differente da come avveniva nella pedagogia tradizionale, ove riflettere un'immagine significa accedere a forme di concettualizzazione astratta, trasformarle in oggetti di pensiero; qui, in questa pedagogia che accetta la sfida della società delle immagini, la riflessione è giocata "sul fatto che il soggetto si riflette nella cosa-immagine, così come potrebbe avvenirgli se si servisse di un anomale (e non tranquillizzante) specchio attivo, che guardando si vede guardato, e dove insomma egli si rispecchia". (p. 154).
Confrontando le immagini interne con quelle esterne, il soggetto si sintonizza con gli altri, rinvenendo una possibilità di comunicazione che è un abilitare il portar fuori il dentro dei soggetti e l'introiettare il fuori per assimilarlo. Non si riflette sulle immagini, si riflette con le immagini. Scopre come tenere assieme la dimensione emotiva e quella astratto-razionale, scopre come immergersi nella realtà, produrre pensiero emozionato e reimmergersi nell'esperienza, per arricchirla creativamente.
Nell'era dei media elettronici tutti siamo costretti in qualche modo a diventare artisti. "Per parlare le immagini occorre imparare a giocare sugli innumerevoli tavoli della traduzione, della parodia, della trasformazione, della composizione" (p. 179), bisogna diventare capaci di compiere "un lavoro di rigenerazione delle immagini che sia garantito dalla scelta di ricorre al raccontare e al raccontarsi, esperienze cruciali per la crescita della propria e dell'altrui immagine" (p. 179).
La speranza è che con ciò si possa contribuire ad edificare una società in cui, come ci suggerisce Richard Rorty, i cittadini sappiano esercitare "la tolleranza, la solidarietà, l'ironia, ossia le competenze per proporsi il compito di autoformazione e autodeterminazione" (p. 129).

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