Musica Ebrea

Salvatore Colazzo, Territori dell’Anima
Intervento a margine del Concerto “Symphonic Klezmer” dei Kol Simcha con l’Orchestra della Fondazione I.C.O “Tito Schipa” di Lecce, diretta da Giovanni Guarnieri, tenutosi a Cursi, in Piazza Pio XII, il 7 settembre 2001, alle ore 21, nell’ambito della manifestazione Territori di Pietra, XI edizione, “Progetto e identità”, organizzata dal Comune di Cursi assieme alla Provincia di Lecce.

Quando mi è stato richiesto l’intervento di questa sera, stavo leggendo l’ultimo libro di Milan Kundera, L’ignoranza . La domanda grosso modo a cui mi si chiedeva – e mi si chiede – di rispondere è: chi è per te l’ebreo? cosa la diaspora, cosa Israele?
La coincidenza dei due eventi mi è sembrata singolare, e perciò voglio partire proprio da qui per cominciare a tracciare un breve itinerario: lo farò con grande umiltà, facendo riferimento alle letture che in ragione della mia professione di musicologo ho avuto occasione di condurre.

Nel romanzo di Kundera, dedicato al tema della nostalgia che prende chi è costretto a vivere lontano dai luoghi delle proprie origini, si parla – tra gli altri – di un musicista ebreo, Arnold Schönberg, che ha significato molto nel campo della storia della musica. Si parla di Ulisse, principalmente, ma anche di Schönberg.
L’Odissea – dice Kundera – è “l’epopea fondatrice della nostalgia” , Ulisse preferì all’ignoto e all’avventura il noto, il ritorno. “All’infinito (giacché l’avventura ha la pretesa di non avere mai fine), preferì la fine (giacché il ritorno è la riconciliazione con la finitezza della vita)” .
E Schönberg? Schönberg era ebreo tedesco (più propriamente austriaco) e dovette rassegnarsi ad abbandonare senza soverchi rimpianti una patria che non seppe riconoscerlo come suo figlio. E con lui altri milioni di uomini e donne, tedeschi, ma ebrei… polacchi, ma ebrei.

Schönberg, il fondatore della dodecafonia, per i musicisti del XX secolo ha costituito una ineludibile pietra di confronto, la sua attività compositiva sottende una assoluta purezza di intuizione poetica e un eccezionale rigore formale. Un altro ebreo, Adorno, ha dedicato al radicalismo di Schönberg pagine appassionate e dense di ammirata comprensione. In Filosofia della musica moderna, opponendo Strawinskij a Schönberg, ha fatto, di quest’ultimo, una sorta di cavaliere senza macchia, capace di denunciare, con la superiorità etica del suo rigore compositivo, l’alienazione dei tempi, che sono stati capaci di produrre l’aberrazione inconcepibile dell’Olocausto .
Schönberg si considerava il grande erede di una importante tradizione culturale, che voleva portare al suo punto di più alto e coerente sviluppo, indirizzandola verso nuove, ardite conquiste, la tradizione di Beethoven, Brahms, Mahler. Ma nel 1936 dovette lasciare quella che considerava la sua patria ed emigrare in America: era ebreo e la sua arte era considerata dai nazisti “degenerata”, ovvero – come ci suggerisce Kundera – “cosmopolita, individualista, ardua, astratta” e pertanto da bandire.
L’esilio lo indurrà a riflettere con senso maggiore di consapevolezza sul suo essere “ebreo”. Progetterà l’opera Moses und Aron (che rimarrà inconclusa, non a caso!), la quale è una straordinaria riflessione sul senso dell’azione e dell’idea, del rapporto tra l’azione e l’idea.
Pur essendoci reciproca corrispondenza tra idea ed azione, tuttavia esse vivono in dimensioni diverse: Mosé è il fedele custode della Parola astorica ed assoluta, Aronne, spesso non compreso dal fratello, è il comunicatore, il pragmatico che cerca di tradurre nella quotidianità dell’esistenza la purezza dell’idea: l’agire di Aronne si configura – nonostante le rimostranze di Mosé - come l’unico modo a cui l’umano abbia accesso, - limitato, contraddittorio quanto si vuole, ma l’unico, possibile modo per vivere l’idea. Ambedue corrono dei rischi: a Mosé manca ad un certo punto la parola, egli è preso nel dramma della impossibilità di manifestare l’inesprimibile, Aronne è esposto all’ambiguità del linguaggio empirico e semantico.
Mosé, depositario del Verbo divino nella sua purezza di pensiero – checché egli ne pensi - non può fare a meno di Aronne, il quale pur riducend oil divino a simboli e schemi, imperfetti di sicuro rispetto all’idea dell’Essere sommo, comunica col popolo, che ha bisogno di una guida e di un consiglio, e non può capire Mosé.
Essere ebreo è vivere sospesi tra l’indicibilità della verità e la sua traduzione in termini umani, tra l’attesa della terra promessa e l’essere in cammino per le strade del mondo.

Un musicologo ci aiuta a comprendere meglio i termini di questa sospensione. Il musicologo è Vladimir Jankélévitch, il quale qualifica l’esistenza ebraica in termini di sottile ambivalenza . Egli ritiene che niente meglio della musica possa rappresentare l’anima ebraica. La musica in essenza è un linguaggio equivoco e discontinuo, che attraverso la sua distanza dal Logos che si esprime attraverso la parola e il concetto, allude ad un mondo completamente altro, in cui l’essere delle cose appare incessantemente penetrato di non essere, in cui l’essere delle cose si trova in prossimità del “quasi nulla”. Ma qual è quella condizione per cui le cose dialogano in qualche modo con la morte? E’ la condizione del divenire, e per divenire dobbiamo intendere non un movimento unilineare, coerente, progressivo, bensì semplicemente uno stare in movimento.
Unicamente il linguaggio musicale può orientarsi verso l’inesprimibile e l’ineffabile. Unicamente la musica può farci sentire come in esilio in questo mondo che quotidianamente abitiamo con le nostre certezze .
Esilio. E’ parola ben nota all’ebreo, è elemento costitutivo la sua coscienza. E lo è nella sua ambiguità di condizione insieme storica e categoriale. Mi spiego meglio. L’esilio in quanto condizione storica è superabile quando altre condizioni storiche ne decretino la fine; in quanto presupposto categoriale, l’esilio costituisce l’anima stessa dell’ebreo. Jankélévitch sostiene che il movimento costituisce la maniera di esistere della coscienza dell’ebreo, la quale è permeata da una costitutiva contraddittorietà: è infatti l’ebreo nello stesso tempo straniero ed indigeno, ha desiderio di distinguersi, ma anche di essere integrato. “Il peregrinare – scrive Jankélévitch -, che si oppone alla tendenza all’insediamento fu sempre considerato come uno dei tratti fondamentali di Israele” .
La situazione dell’ebreo trae alimento dalla contraddizione, che egli abita quasi fosse la sua vocazione. E la abita nell’unico modo in cui è possibile abitare la contraddizione, divenendo – scrive Jankélévitch “gli opposti che egli non può essere simultaneamente” , perciò per l’ebreo muoversi è vitale.
L’ebreo è portatore di due istanze distinte. Per un verso egli avverte la spinta all’integrazione, egli vuole essere come gli altri, per un altro verso avverte la necessità di non rinunciare a sé, di essere unico, di distinguersi, di non lasciarsi assimilare. Sono due istanze fra loro incompatibili, ma egualmente vive e presenti in lui. Egli, nel momento in cui si rivolge a sé e resiste all’assimilazione, rivendica la propria identità, avverte “la nostalgia dell’apertura, di tutto ciò a cui egli si chiude, di tutto ciò a cui rinuncia” . Succede così che egli non potendo accettare di essere come gli altri, ma parimenti non potendo accettare di essere il solo della sua specie, deve addivenire ad “essere un altro da sé sviluppandosi all’infinito, sfuggendo a se stesso”

Il movimento allora è fonte di sofferenza, ma è anche l’inquietudine della ricerca, della tensione produttiva e feconda. “La peculiarità dell’ebreo non è mai stata quella di cercare la soluzione nella sintesi conciliatrice” , piuttosto egli vive “la disseminazione con la sua inquietudine” . E’ questa propriamente la diaspora, che non viene meno neanche con la nascita dello Stato di Israele, che certamente rappresenta la realizzazione (limitata e definita, schematica e simbolica – ricordate Aronne? -) della promessa del Signore, ma è anche (proprio per la sua banalità e limitatezza) pungolo vivo a continuare ancora ad immaginare, desiderare ed invocare un’altra patria. L’ebreo non sa accettare senza riserve l’assimilazione totale nella patria che lo ospita, non vuole neanche identificare tout court la nazione ebrea con lo Stato d’Israele. In questo modo egli è fedele alla verità, la quale non si dà mai all’uomo come certezza incrollabile, compatta e definita, ma sempre in forma lacerata ed incoerente. “Le verità – scrive Jankélévitch, con mirabile acume – sono sporadiche e incompatibili e non possono essere onorate tutte insieme” .

Un’associazione viene abbastanza immediata ed è il riferimento all’umorismo dell’ebreo. Sigmund Freud – un ebreo, non a caso - ha scritto un celebre saggio sul motto di spirito, in cui ha riportato numerosi esempi dello humor ebraico. Woody Allen ha dato luogo con le sue commedie ad uno straordinario repertorio di situazioni umoristiche. E Moni Ovadia ha costruito la sua Ballata di fine millennio con sagace umorismo. Attraverso l’umorismo l’ebreo sfugge alla stretta morsa del linguaggio, scopre la dimensione altra che esso cela come in enigma. L’umorismo è in linea di continuità con la dimensione problematica dell’ebreo, l’umorismo per essere ha bisogno infatti in chi lo esercita di una capacità di decentrarsi, di essere per un momento altro da se stesso.
“Non è serio essere tentati dal contro-desiderio del proprio desiderio. Non è una cosa seria né una verità. E’ qualcosa, al contrario – scrive Jankélévitch - che richiede di essere trattato come uno scherzo, con umorismo. E’ serio, al contrario, riconoscere al limite il lato un po’ ironico della nostra condizione, il lato contraddittorio e ironico della nsotra condizione di uomini” . Ma chi sorride della vita e di sé è persona che sa cogliere il valore della mansuetudine, della pazienza e della bontà, ma soprattutto è disponibile alla tolleranza e sa quale male può produrre l’integralismo.

L’ebreo avverte quindi insopprimibile la spinta a cercare sempre altrove, sempre oltre, c’è in lui come una perplessità infinita, che lo anima. Perciò per lui il Messia non è il Dio che si incarna e si fa uomo, viene tra gli uomini e li salva, ma è piuttosto una speranza indeterminata, un’idea che consente la trasfigurazione morale degli uomini. Il Messia è questo tendere dell’uomo verso Dio, è la luce che illumina l’oggi, è la speranza che può orientare la nostra quotidianità. “Per il fatto stesso che noi ci rivolgiamo a un futuro infinitamente lontano, che questo futuro non arriverà mai sul calendario, ma sopraggiungerà come un profondo mistero, come il mistero della morte sbocca in un altro ordine, esso è sempre presente: dire che è sempre futuro o sempre presente è la stessa cosa…” .
Ho letto in un’intervista a Moni Ovadia che mi ha indotto a riflettere proprio su quest’aspetto . “L’ebraismo – sostiene con forza Ovadia – non è identificabile con la religione, che è un cascame, il culto è una concessione che Dio fa agli uomini, alla loro debolezza, alla loro fragilità, anche perché costruire un cammino etico senza regole è difficile. Il vero fulcro dell’ebraismo è invece la santità della vita” . Questo modo di concepire la religione implica che “il vero problema non è Dio”, il vero problema “è che l’uomo creda nell’uomo. Dio è dove lo lasci entrare, è accoglienza, è un percorso, un progetto etico” . Quindi nell’ebraismo il centro è costituito dalla libertà. “L’uomo libero, questo postula la Torah, e questa è la più grande e sconvolgente scoperta dell’ebraismo, e dalla libertà non può essere disgiunta la responsabilità” . La responsabilità è primariamente – va detto – responsabilità verso l’Altro, come ha chiarito inequivocabilmente Levinas. Incontrando l’Altro noi dobbiamo essere disponibili a farci carico del suo destino, a confrontarci con ciò che per principio è incomparabile, poiché ogni essere è unico .

Può la riflessione sulla coscienza dell’ebreo aiutare a comprendere meglio cosa sia la musica? Secondo Jankélévicht sicuramente sì, perché l’affinità tra ebraismo e musica è di tipo strutturale. La musica non sceglie tra sentimenti contraddittori, ma si muove attraverso essi; la musica, passando da un sentimento all’altro, da un sentimento al suo opposto, crea un clima complessivo, uno stato d’animo più comprensivo, che è sempre ambivalente ed indefinibile. La contraddizione non risolta è dunque l’essenza profonda della musica. Essa mette l’uomo in contatto con i lati più autentici e profondi dell’esperienza umana. La musica ha a che fare con l’ineffabile, che non è l’indicibile (il quale confina con la morte), è invece l’inesprimibile, che alimenta interminabilmente il nostro dire, ed è il movimento della vita. Vive allora la musica d’una tensione creatrice la cui soluzione risiede all’infinito. La musica è infatti tempo e movimento e la sua forza di persuasione risiede nella capacità che essa ha di trascinare l’ascoltatore nel flusso del suo movimento, superficiale ed insieme enigmatico e perciò profondissimo.

Musica ed ebraismo sono allora due dimensioni dell’esistenza umana, due esperienze che rivelano l’uomo all’uomo, la sua enigmaticità, il suo essere permeato di nulla, il mistero che alberga in lui e che chiede non d’essere svelato, ma d’essere vissuto.

Note

Milan Kundera, L’ignoranza, Adelphi, Milano, 2001
Ivi, p. 13.
Ivi, p. 14.
Theodor W. Adorno, Filosofia della musica moderna, trad. it. Einaudi, Torino.
Ivi, p. 20.
Dell’ebraismo di Jankélévitch si è mirabilmente occupato Enrico Fubini, autore di un bel saggio per una nota rivista di problematiche filosofiche: Enrico Fubini, Temi musicali e temi ebraici nel pensiero di Vladimir JanKélévitch, “aut aut”, n. 270, novembre-dicembre 1995, pp. 125-134.
Cfr. Vladimir Jankélévitch, Il non so che e il quasi nulla, trad. it. Marietti, Genova, 1987.
Vladimir Jankélévitch, La coscienza ebraica, La Giuntina, Firenze, 1986, p. 28.
Ibid.
Ivi, p. 89.
Ivi, p. 93.
Ivi, p. 34.
Ivi.
Ivi, p. 36.
Ibid.
Ivi, pp. 64-65.
Michele Mancino, L’uomo è un progetto etico, sito internet: www.varesenews.com/articoli/2000/aprile/varese-laghi/13-4ovadia1.htm (data della ricerca: 5 settembre 2001).
Ibid.
Ibid.
Ibid.
Cfr. Emmanuel Levinas, Etica come filosofia prima, Guerini e associati, Milano, 1989.

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