Musica Ed Emozioni

Sul tema oltre all'articolo qui proposto, ho anche sviluppato per un'altra occasine Musica e PNEI

SALVATORE COLAZZO
L’INTELLIGENZA MUSICALE DELLE EMOZIONI NELLA GESTIONE DELLO STRESS

Comunicazione tenuta nell'ambito della sessione tematica del 28 ottobre 2011 "Strategie antistress e meditative" del Congresso Internazionale di Psiconeuroendocrinoimmunologia "Stress e vita / Stress and Life", Orvieto, Palazzo dei Congressi, 27-30 ottobre 2011.

Il legame tra musica ed emozioni è stato ampiamente tematizzato nell’ambito della filosofia occidentale. Tale legame ha suggerito il suo uso quale agente piscoagogico, ossia come modulatore della vita emotiva. Fondamentale diventa capire il meccanismo di funzionamento della relazione musica-soggetto per poterla realmente utilizzare a scopi terapeutici.
Probabilmente non è sufficiente un’affermazione del tipo di quella offerta da Steven Pinker, che ha qualificato la musica come “un cocktail di elementi ricreativi che ingeriamo attraverso l’orecchio per stimolare simultaneamente una massa di circuiti del piacere” (Pinker 1997, p. 534).
Deriva da spiegazioni fondamentalmente riduzioniste dei dati provenienti dalle neuroscienze, che invece, laddove iscritti in una teoria ispirata al paradigma della complessità, potrebbero trovare una sistemazione più articolata e probabilmente più soddisfacente.
Prendiamo il caso di una recente ricerca condotta da Salimpoor ed altri (2011), in cui si sottolinea come uno stimolo musicale sia in grado di produrre lo stesso effetto di droghe psicoattive, in quanto favorisce il rilascio di dopamina nel cervello: essa può essere invocata come base per “un’interpretazione biologica della presenza della musica nei film e nei rituali” (Catanzaro 2011, p. 22), in conformità cioè con quanto detto da Pinker, ovvero come un dato della complessa sinergia tra sistemi culturali umani e substrato biologico, da cui essi emergono, pervenendo ad una relativa autonomia, con possibilità di retroazioni importanti.
D’altro canto questo dibattito non fa altro che riprodurre uno più antico. Era gli inizi del XVIII secolo quando Adam Brendel pretendeva che la fisica e la biologia fossero sufficienti a spiegare gli effetti della musica sull’uomo. (Notizie su questo medico tedesco sono reperibili al seguente indirizzo internet: http://de.wikipedia.org/wiki/Adam_Brendel). La musica è poco più di un titillamento del cervello. Le vibrazioni sonore, infatti, per il tramite dell’orecchio, attraverso il nervo acustico, producono, per azione fisica, “nella mente varie sensazioni sia gradevoli che sgradevoli”. Queste sensazioni sono strettamente riconducibili alle caratteristiche materiali degli stimoli, poiché è legge di natura che “suscitati certi moti nel corpo, la mente produce in sé sicuri pensieri” (Brendel 1706, citato in Di Mitri 2002, pp. 179-180).
Philipp Ball (2011), Oliver Sacks (2008) giustamente si chiedono se sia accettabile paragonare “la Messa in si minore di Bach alle pasticche di ecstasy della culub culture” (Ball 2011, p. 17) e se non sia invece più proficuo ragionare sul fatto che “noi esseri umani, come specie, siamo creature musicali non meno che linguistiche” (Sacks 2008, p. 15).

Siamo tutti in grado (con pochissime eccezioni) di percepire la musica; l’altezza delle note, il timbro, l’ampiezza degli intervalli, i contorni melodici, l’armonia e (forse nel modo più primordiale) il ritmo. Noi integriamo tutto questo e “costruiamo” mentalmente la musica servendoci di molte parti diverse del cervello. A questo apprezzamento strutturale, in larga misura inconscio, si aggiunge poi una reazione emozionale spesso intensa e profonda. […Si aggiunga che] l’ascolto della musica è un’esperienza non solo uditiva ed emozionale, ma anche motoria. Come scrisse Nietzsche, quando ascoltiamo la musica “ascoltiamo con tutti i muscoli” (Sacks 2008, p. 15).

Il problema dunque è quello di spiegare la musicalità dell’uomo, al fine di riuscire a tener in adeguato conto la straordinaria importanza che tutte le culture umane hanno assegnato alla musica, attribuendole spesso significati cosmogonici, che è come dire considerare la musica come un’esperienza fondativa, irrinunciabile, densa di senso per la quale l’uomo è ciò che è. (Cfr. Blacking 1986).

Tra tutte le attività umane la musica spicca sia per la sua ubiquità che per la sua antichità. Nessuna società umana di oggi o del passato documentato è mai stata priva di musica. Alcuni dei più antichi manufatti rinvenuti in siti archeologici umani e protoumani sono strumenti musicali: flauti d’osso e tamburi fatti di pelli animali tirate su ceppi d’albero. Ogni volta che degli esseri umani si riuniscono, per qualsiasi motivo, c’è anche la musica: matrimoni, funerali, lauree, soldati in marcia verso il fronte, eventi sportivi negli stadi, una notte di baldoria, la preghiera, una cena romantica, una mamma che culla il suo bambino per addorrmentarlo e gli studenti del college che studiano con la musica in sottofondo (Levitin, p. IX-X).

La musica, cioè la organizzazione culturalmente definita, di frequenze e ampiezze acustiche, è uno dei più sorprendenti prodotti dell’intelligenza umana, che progressivamente stiamo cominciando, anche con il contributo delle neuroscienze, a capire un po’ meglio, sottraendola a quell’alone di ineffabilità costruitole attorno dalla cultura romantica.
Esperienza che accompagna l’uomo dai primordi più remoti, la musica potrebbe essere qualificata come “un prodotto inevitabile dell’intelligenza unita all’udito” (Ball 2011, p. 16): “quando ascoltiamo musica, anche per caso, il nostro cervello compie automaticamente e incosciamente un intenso lavoro svolgendo delicate attività di filtraggio, classificazione e previsione” (Ball 2011, p. 16). Non è solo un “inconscio calcolare” (tale aveva definito la musica Leibniz); essa piuttosto esibisce una complessità che la fa essere insieme “arte e scienza, logica ed emozione, fisica e psicologia” (Ball 2011, p. 16).
Tale complessità rinvia ad un processo di adattamento molto articolato. Presenta infatti, come ha notato Geoffrey Miller (2000) una serie di caratteristiche che sono proprie dei processi adattivi fondamentali della specie umana: universalità, sviluppo complesso ordinato lungo l’intero arco della vita, coinvolgimento di numerose aree del cervello, capacità di evocare emozioni. Miller collega il radicamento della musicalità nell’uomo a supposti benefici riproduttivi che avrebbero selezionato i geni collegati alla capacità di percezione e produzione musicale, assunti probabilmente come segnali di maggiore stabilità emotiva, dal momento che la musica costituisce un fattore importante di organizzazione delle emozioni e dei bisogni umani.
Risultato importante dell’evoluzione, “la musica non è qualcosa che noi in quanto specie, pratichiamo per scelta; essa è radicata nelle nostre funzioni cognitive e motorie, ed è implicita nel modo in cui costruiamo il nostro paesaggio sonoro” (Ball 2011, p. 19). Laddove, per ipotesi, pensassimo di eliminare da dentro una cultura la musica, di certo ne risulterebbe modificato il cervello dei suoi membri.
La musica è un’eccezionale “palestra per la mente”, poiché essa richiede la partecipazione per essere compresa e fatta di un numero eccezionalmente alto di aree del cervello, che lavorano in contemporanea. Ciò significa che la musica svolge un potente effetto integratore, con possibili positivi riverberi nel più complessivo funzionamento della mente (cfr. Ball 2011, p. 22).
La musicalità è praticamente innata e, ove sostenuta dall’ambiente, mediante la pratica musicale propria d’una data cultura, può svilupparsi in competenza musicale, cioè in capacità di produrre senso attraverso l’ascolto e la produzione dei suoni (cfr. Stefani 1983).
Almeno questo portano ad affermare gli studi compiuti sui neonati. Secondo queste ricerche, già in periodo fetale il bambino mostra una capacità di percezione e analisi dei suoni, recandone il ricordo dopo la nascita.
L’imprinting sonoro fetale spiegherebbe, secondo Franco Fornari, la capacità che ha la musica di influenzare profondamente la emotività, sino al punto di procurare stati modificati di coscienza, come la trance, che altro non esprime se non rappresentazioni di reinfetazione e di rinascita (cfr. Fornari p. 37. Sul rapporto musica-trance, letto però da un’ottica etno-antropologica, vedi pure Rouget 1986, il quale individua nella trance due componenti, una piscologica e l’altra culturale. La trance trova nella musica un attivatore di una disposizione psicofisiologica innata della natura umana, che è messa in forma in maniera diversa dalle varie culture).
Il bambino, non ancora nato, immerso in un bagno di suoni, percepisce, come distinti dagli altri, la voce della madre e il suo battito cardiaco. Accorda al ritmo di questo, la suzione del pollice che si instaura già nella fase prenatale. Una volta nato, qualsiasi situazione rimandi alla condizione precedente, ha la capacità di riportarlo al paradiso perduto (la vita intrauterina di indifferenziata connessione con l’ambiente elargitore di ogni nutrimento).
In tal modo, “il riconoscimento postnatale di stimoli sonori (in particolare voce umana) percepiti nella vita prenatale ha un significato magico, nel senso che fa passare il bambino dalla agitazione alla quiete” (Fornari 1984, p. 13).
Il riconoscimento del suono prenatale nella situazione postnatale assume il carattere rassicurante del ritrovamento di una situazione idilliaca. Il suono diventa così il principale medium della saldatura tra vita intrauterina e vita extrauterina. Questa capacità di liason del suono risulta esaltata durante “l’evento più rilevante della vita postnatale: la poppata” (Fornari 1984, p. 14).
Il bambino durante la poppata, come già faceva con la suzione del pollice nell’utero, modella il ritmo della stessa sul battito cardiaco della madre; spesso succede che la madre accompagni la poppata col canto di una ninna-nanna, quindi si crea una situazione in cui il bambino ricava numerose coordinate sensazioni piacevoli: la mucosa orale investita dal latte, la visione del volto della madre, posto ad una distanza ideale per la sua capacità di messa a fuoco, il massaggio acustico della sua voce. Tali sensazioni agevolano una sorta di trance con percezioni visive interne: il cervello del bambino, durante la poppata, produce onde elettromagnetiche quali si constatano in uno stato di sonno tipo REM-sogno.
La poppata si configura come “un accoppiamento di danza fra il bambino e la madre, nel quale il battito cardiaco della madre costituisce l’elemento ritmico-fonico originario che guida la danza stessa, in una condizione generale di stato sognante” (Fornari 1984, p. 15).
Questo, per Fornari, è “il misterioso sogno-danza originario degli affetti” (Fornari 1984, p. 16), che spiega perché la musica è così intimamente legata alle emozioni. Il significato primario della musica si lega quindi ad una sorta di “ur-significato senza del quale tutti gli altri signifcati sarebbero senza significato” (Fornari 1984, p. 21), un significato che è in grado di spiegare pure il linguaggio, che si propone non tanto di esprimere, cosa che compete alla musica, quell’ur-significato, quanto di articolarlo a partire dall’accettazione della differenza, dell’opposizione interno/esterno, della castrofe, che è la cesura che separa pre e post-natale. La musica ha a che fare con l’anima, col luogo dove nascono originariamente gli affetti, i sentimenti; il linguaggio col mondo; la musica guarda alla divinità perduta (ha quindi una spinta alla trascendenza); il linguaggio all’immaenza dell’esistere. Rousseau, in un celebre saggio nel quale tematizzava l’origine del linguaggio, parlava del momento mitico in cui la parola si sarebbe staccata dalla musica, acquistando sicuramente in chiarezza, in possibilità di controllo (soprattutto delle emozioni da parte della cognitività, per scopi principalmente utilitaristici), ma perdendo in intensità emotiva (cfr. Rousseau 1781).
L’ipotesi di Fornari a qualcuno potrà apparire ardita e forse pure fantasiosa, certo non si può non dire che sia suggestiva e affascinante; comunque quel che fa è incasellare dentro la coerenza della spiegazione di una teoria psicoanalitica, una serie di evidenze sperimentali che allora erano emerse a seguito di una pluralità di attività di ricerca, che negli ultimi decenni si sono moltiplicate arricchendo il quadro di quanto si sa a proposito della percezione della musica nei neonati.
Citiamo alcuni risultati ormai acquisiti nell’ambito della psicologia clinica e delle neuroscienze. Neonati di una settimana mostrano di preferire la ninna-nanna che la mamma ha cantato durante la gravidanza, che riesce a svolgere sul bambino un potente effetto calmante, quando questi sia agitato. Ciò porta a dire che il feto, almeno nelle ultime fasi del suo sviluppo intrauterino, ha capacità di analisi acustica e di memoria molto sviluppate, ben più di quanto in precedenza si immaginasse.
Interagendo musicalmente col feto, si ritiene che sia possibile accelerare lo sviluppo di alcuni comportamenti del bambino, quali ad esempio la lallazione e la coordinazione mano-occhi. Sono in corso studi in questa direzione, anche se ancora non si ha una sufficiente mole di dati atta ad avvalorare con certezza tale ipotesi.
Lo studio della mente musicale del bambino riserva ulteriori sorprese, che suggeriscono l’opportunità di condurre un’educazione al suono e alla musica sin dalla più tenera età (cfr. le proposte di Tafuri 1997 e Gordon 2003). Ad esempio, la presenza già nei neonati di una notevole capacità di astrazione musicale, la quale fa sì che, come ha accertato Trehub (1987), i neonati, alla stessa stregua degli adulti, riescano a riconoscere una melodia anche se spostata di tonalità ovvero modificata nel metronomo o variata nelle durate o eseguita da strumenti differenti. Ciò significa che i neonati, nel rapportarsi alla musica, “non utilizzano le caratteristiche di superficie, cioè i precisi parametri acustici di ogni nota, come rappresentazioni, bensì le relazioni fra le note” (Schön, Akva-Kabiri, Vecchi 2007, p. 17).
Quanto sia sosfisticata questa facoltà, lo si comprende dal fatto che ad oggi non esiste alcun software che riesca ad operare un riconoscimento della musica alla stessa stregua di quello che invece spontaneamente fanno i neonati.
Il fatto che sia il bambino molto piccolo ad esibire una tanto sofisticata capacità di astrazione pone numerose domande sullo sviluppo cognitivo, su cui varrà la pena continuare ad esercitarsi.
Stante ciò, non meraviglierà che in tutte le culture umane il canto materno sia una forma di comunicazione privilegiata tra madre e figlio. “Il canto materno consiste principalmente in un repertorio di ninne-nanne e di canzoni finalizzate al gioco e alla comunicazione delle emozioni (calmare, attivare)” (Schön, Akva-Kabiri, Vecchi 2007, p. 24).
Le caratteristiche di queste ninne-nanne e canzoni sono la loro regolarità, semplicità e ripetività nella struttura. La madre cantandole, tende a farle sempre nello stesso modo e i bambini sembrano apprezzare molto questa caratteristica. Il che porta a ritenere che il canto sia utilizzato, nella relazione madre-bambino, quale elemento di stabilizzazione emotiva nella comunicazione: “la ripetizione frequente di una melodia ai bambini può implicare una specie di memoria motoria e può assomigliare a un rito” (Schön, Akva-Kabiri, Vecchi 2007, p. 26). In quanto promuove relazioni emozionali reciproche tra la madre e il bambino agisce sulla relazione di attaccamento. Il canto è utilizzato dalla madre per contribuire al benessere del bambino, agito come modulatore emotivo si mostra in grado di ridurre il pianto e favorire l’addormentamento, contribuisce, all’occorrenza, all’aumento dell’attività motoria e dell’attenzione. Probabilmente aiuta anche il bambino a imparare la lingua “in quanto sembra facilitare la segmentazione, ossia l’estrapolazione e il riconoscimento delle parole” (Schön, Akva-Kabiri, Vecchi 2007, p. 27).
Se la musica costituisce un canale di comunicazione emotiva fra madre e figlio favorendone la sintonizzazione empatica, essa può proiettare questa sua capacità anche nella vita adulta, lo constatiamo negli antichi riti cerimoniali per unire emotivamente e consolidare il senso di appartenenza alla comunità.
Tra questi riti ve n’è uno che oggi ha trovato una, per certi versi insospettata, ripresa, sia pure in forme non letterali e ancora in attesa di una accurata ed articolata indagine. Ci riferiamo al tarantismo, che studiato sul finire degli anni Cinquanta del secolo scorso da Ernesto De Martino e Diego Carpitella, si propose come fondamentale per il progresso degli studi antropologici ed etnomusicologici italiani (cfr. Agamennone, Di Mitri 2002).
Nell’economia di questo contributo voglio velocemente sottolineare il suo proporsi, in un preciso e situato contesto culturale, come un complesso dispositivo musicoterapico, dotato di una comprovata efficacia. Comprendere come mai la terapia musicale funzionasse nel tarantismo è comprendere come debba configurarsi odiernamente, mutatis mutandis, un setting musicoterapico per sortire degli effetti di pari efficacia.
Non abbiamo lo spazio per articolare questa ipotesi, rimandiamo ad altra occasione la possibilità di sviluppare adeguatamente il discorso che qui abbiamo appena potuto tanto sommariamente accennare.

BIBLIOGRAFIA

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TREHUB S.E., Infants’ perception of musical patterns, Attention, perception & psychopshysics, 1987; 6:635-641, DOI: 10.3758/BF03210495.


La Psiconeuroendocrinoimmunologia si fonda sull'ipotesi che mente, cervello, sistema endocrino e sistema immunitario sono connessi e agiscono reciprocamente, contribuendo all'interazione che l'uomo stabilisce con l'ambiente. Essa è una disciplina che per un verso offre una nuova chiave di lettura ad evidenze emerse in una serie di discipline e per altro verso promuove specifiche ricerche in grado di mostrare come i diversi sistemi che costituiscono l'organismo si regolano reciprocamente, in risposta alle modificazioni ambientali, alla ricerca di una condizione di omeostasi. Non aspira a monopolizzare le ricerche che riguardano il network umano, peccherebbe di monismo epistemologico: ammette la legittimità di prospettive differenti di ricerca, incardinate in discipline che hanno una loro storia tematica e metodologica, sente però l'esigenza di spronarle a ricercare nella zona in cui si possa comprovare l'interrelazione fra un sistema e gli altri.
La PNEI, da questo punto di vista può considerarsi una forma di nuovo olismo (nuovo poiché non esclude le specificità disciplinari), che spinge i diversi ricercatori ad iscrivere le loro indagini nell'orizzonte della complessità.
Dalla prospettiva della PNEI, sentimenti, emozioni, affetti, coscienza e pensiero dipendono dall'equilibrio che si crea a seguito delle interazioni fra i sistemi dell'organismo, equilibrio che va continuamente ricreato, poiché la ricchezza di comunicazioni che esistono tra l'ambiente interno e quello esterno (e nello stesso ambiente interno) rompe l'equilibrio di un istante prima e rimette in moto il gioco complesso della regolazione neuro-endocrino-immunulogica.
Potremmo citare, quale riprova del nesso fra i sistemi dell'organismo, il fatto che lo stress ha un comprovato effetto immunodepressivo (cfr. Bottaccioli 2005; Corgna 1996; Blaloct 1992). Il che implica che se noi andiamo in qualche modo a ridurre lo stress, incidendo sui fattori che lo determinano, ad esempio con delle sedute di musicoterapia, con dell'attività fisica, con la meditazione, ecc., dobbiamo poter verificare un incremento dell'efficacia delle risposte immunitaria dell'organismo.
Accanto a questi studi sullo stress si segnalano gli studi di Candace Pert su neuropeptidi, ormoni e cellule immunitarie. Questi studi ci consentono di capire come sia possibile che la musica influenzi gli stati emotivi, avendo positivi effetti sul benessere dell'uomo. (Cfr. C. Pert, Molecole di emozioni. Il perché delle emozioni che proviamo, TEA, 2005).

I neuropeptidi sono sostanze chimiche prodotte e rilasciate da cellule cerebrali o di altro tipo. I neuropeptidi fluttuano virtualmente in tutti i fluidi del corpo e vengono attratti solo da recettori specializzati. Quando si legano ai recettori producono effetti non trascurabili su altri stati corporei e, cosa ancora più importante, modificano gli stati emotivi del soggetto. Si pensi ad esempio all'azione delle endorfine, oppiacei prodotti dal cervello, la cui azione, regolata e regolante insieme quella di altre sostanze chimiche circolanti nel corpo umano, risultano in grado di modificare le performance della nostra mente e del nostro corpo.
La cosa interessante è che gli oppiacei introdotti ab-aesterno nel corpo umano vanno ad intercettare i recettori presenti per interagire con le endorfine procurando effetti che procurano evidenti modificazioni nel funzionamento della mente e del corpo.
La produzione di neuropeptidi è influenzabile dall'esterno, poiché la sua funzione è di migliorare l'interazione dell'organismo con l'ambiente. La musica si rivela in grado di stimolare molto finemente la produzione di endorfine: da ciò probabilmente la sensazione che si ha quando si sia immersi in un ascolto musicale di stare in un ambiente sonoro. La musica è la prima forma di "realtà virtuale" a cui l'uomo ha dato vita, ricavando dall'interazione con essa la possibilità di produrre degli stati emotivi "ad arte".
Dal punto di vista dello sviluppo dell'uomo è stata fondamentale, poiché gli ha dato la possibilità:
a) di pensare di poter progettare un mondo (modificando quello in cui si svolgono quotidianamente le sue azioni) in cui trovarsi a proprio agio, un mondo quindi non solo da subire, ma da costruire a misura dei suoi bisogni di benessere;
b) di ritenere possibile accedere, attraverso opportuni strumenti e tecniche, al proprio corpo, apprendendo risposte emotive in grado di migliorare l'efficacia della interazione dell'organismo col mondo. Da questo punto di vista, la musica è la prima psicotecnica a cui l'uomo abbia pensato. Facciamo un esempio: l'uomo è un animale che conosce i vantaggi della cooperazione per migliorare le possibilità di sopravvivenza del singolo, pertanto prima di un'azione di caccia vi erano dei riti propiziatori basati sulla musica e la danza, che garantivano la possibilità di mettere in circolo nei corpi i neuropeptidi con funzione pro-sociale, garanzia di successo dell'azione di caccia. La funzione del "fare comunità" della musica non appare trascurabile, probabilmente attraverso la musica l'uomo ha rafforzato la sua natura sociale, controllando l'aggressività interindividuale, attraverso un abbassamento dello stress, alla maniera di quello che avviene per i bonobo che usano con medesima funzione il sesso. (Il bonobo è aduso praticare sesso ricreativo, ovvero non riproduttivo, anche omosessuale. Secondo l'etologo F.B. M. De Waal, quest'attività trova una giustificazione nella necessità di mantenere sotto controllo l'aggressività intraspecifica. Cfr. F.B.M. de Waal, Sesso e società nei bonobo, "Le Scienze", n. 321, maggio 1995, pp. 72-78).
I popoli antichi avevano fatto una rigorosa tassonomia degli effetti psicoattivi di una pluralità di modi musicali: vi era una melodia per ogni situazione, c'era musica idonea a indurre fierezza e coraggio piuttosto che mollezza o eccitazione dei sensi.

I neuropeptidi, in numero di alcune decine, interagiscono fra di loro, grazie ai recettori, in una varietà incredibile di combinazioni, rendendo estremamente variegata la risposta psico-corporea dell'organismo. Attraverso i neuropeptidi, in relazione agli stimoli ambientali, modificano lo stato del corpo in modo che si attui una conservazione della vita.
I recettori sono sparsi in tutto il corpo, ma addensano il loro numero in particolari organi. Il sistema limbico contiene numerosi recettori di oppiacei (ma anche di altri recettori), questo significa che il sistema limbico (ipotalamo, ghiandola pituaria e amigdala) può essere considerato il principale luogo in cui vengono elaborate le emozioni. Prova ne sia il fatto che se noi stimoliamo con degli elettrodi la corteccia in corrispondenza dell'amigdala scateniamo una gamma di manifestazioni emotive, accompagnate da ricordi intensi.
Le ricerche del gruppo di Pert hanno inoltre scoperto che anche gli ormoni sono dei neuropeptidi, nel senso che sono prodotti anche da cellule nervose (e quindi non solo dalle ghiandole), immagazzinati anche nel cervello e che i recettori degli ormoni sono collocati non solo in alcuni distretti del corpo, ma anche nel cervello. Ciò significa che gli ormoni sono in grado di regolare l'emissione di altri neuropeptidi. Gli ormoni quindi, attraverso questa loro azione, sono nelle condizioni di influire sugli stati emotivi.
Ancora: le informazioni provenienti dai sensi, giungono in zone del cervello in cui avviene un complesso processo di produzione/ricezione di neuropeptidi, che ancora una volta determina risposte emotive.
Questo conferma ulteriormente come possa succedere che la musica, uno stimolo sensoriale, procuri stati emotivi, che si modificano al suo modificarsi, evolvendo, nel tempo, l'uno nell'altro, costruendo con ciò delle narrazioni emotive, fatte di transizioni da emozione ad emozione, dando, con ciò, spessore emotivo al tempo.
Gli studi di J. LeDoux hanno individuato un circuito che collega direttamente l'orecchio al talamo per raggiungere poi l'amigdala.

Un'ultima osservazione: le interrelazioni del sistema neuronale e di quello ormonale con il sistema immunitario. Gli immunociti, che si muovono attraverso vene e arterie, raggiungono le zone da difendere o riparare, guidati da precisi segnali chimici, e hanno, a loro volta, dei recettori per neuropeptidi e ormoni e sono - sorprendentemente - nelle condizioni di produrre esse stesse dei neuropeptidi. Ciò ha un'implicazione: che agendo sulle emozioni è possibile agire sul sistema immunitario.
La musica riesce ad avere degli effetti misurabili sul funzionamento del sistema immunitario, svolgendo il ruolo di coadiuvante nei processi di guarigione, influenzando lo stato flogistico dell'organismo e migliorando le capacità di contrasto di malattie come il cancro.
La complessità di scambi comunicativi che avvengono nel corpo sembrano suggerire di delocalizzare la coscienza, che appare per così dire distribuita nelle varie parti del corpo. La logica di questi scambi è quella della rete, che non ha una gerarchia, ma dei nodi e dei link. Tutti questi scambi non sono casuali, ma rispondono ad una sorta di telos che consente alla vita di mantenersi intatta: la mente è ciò che tiene insieme il complesso meccanismo di informazioni che circolano nella rete secondo un ordine.
E' possibile entrare in molti modi nella rete ed immettere informazione: lo si può fare con i farmaci, lo si può fare con la parola, con i pensieri, con l'ipnosi, con la meditazione; ma anche con la musica, che è nella condizione di indurre nel soggetto stati ipnotici, di regolare respiro e circolazione, con effetti sull'intero network.
Ma per pensare che è possibile progettare l'influenza ab aesterno sugli stati interni al nostro organismo è indispensabile pensare che la mente e la coscienza siano distinti dal corpo, potendolo in qualche modo governare. E qui probabilmente ci è indispensabile Varela che ci suggerisce di considerarle qualità emergenti della materia quando raggiunga determinati livelli di complessità. (Cfr. la voce Paradigma enattivo).

Ritorniamo all'amigdala. Abbiamo detto che stimolando l'amigdala si generano emozioni e ricordi. Questa constatazione apre ad interessanti considerazioni. L'amigdala ha numerosissimi collegamenti con altre aree cerebrali, e in particolare con la corteccia prefrontale e con l'ippocampo, questo fa sì che vi sono messaggi di ritorno che consentono un 'controllo' dell'attività dell'amigdala. Dal punto di vista musicale, possiamo dire che poiché il suono evoca emozioni e ricordi, che vengono elaborati a livello di ippocampo e di corteccia, la musica viene a stimolare la dimensione cognitiva, tanto che sono nati studi per comprendere se e in chi misura l'esercizio della musica non agevoli anche lo sviluppo di alcune determinate capacità cognitive. Si vedano ad esempio gli studi che correlano lo sviluppo di capacità linguistiche o matematiche all'esercizio sin dalla più tenera età della musica, ovvero quelli che correlano lo sviluppo di capacità mnemoniche e di apprendimento con lo studio della musica.

Le emozioni che vengono scatenate nell'amigdala, ove non subiscano un'attività regolatoria da parte dell'ippocampo, tendono a stabilizzarsi, tanto da poter essere prontamente evocate dal ripresentarsi di uno stimolo analogo. I traumi sono nelle condizioni di inibire il funzionamento dell'ippocampo e quindi di provocare un fissarsi molto incisivo del trauma nella memoria implicita (cioè memoria che non ha subito una elaborazione cognitiva).
Quindi possiamo dire che l'esperienza traumatica fissa un condizionamento il quale finisce per non essere sotto il controllo dell'attività cognitiva del soggetto, segnando in qualche modo una dissociazione. Per recuperare questa dissociazione è indispensabile intervenire per ripristinare quel nesso fra dimensione implicita e dimensione della consapevolezza.

E' interessante approssimare fenomeni come quello del tarantismo con questo schema esplicativo. La tarantata viene ad avere una potente reazione emotiva, meglio sarebbe dire: entra in uno stato alterato di coscienza (trance), in relazione all'ascolto di un suono, di una musica, evocativi (in qualche modo) di un trauma, ma poi la stessa musica, unita al ballo, in presenza di una comunità che offre un supporto sociale all'evoluzione delle emozioni, agevolata dall'orchestrina terapeutica, attraverso la narrazione che il rito contiene (il veleno che è scacciato dal corpo, il Santo che interviene salvifico, a seguito delle invocazioni contenute nella musica) aiuta ad un superamento del trauma consentendo una modulazione del bagno di sostanze (neuropeptidi, ormoni, cellule immunitarie) che favorisce un recupero dello stato di normalità.

Possiamo chiamare (alla maniera di Carli e Paniccia) agito emozionale quel comportamento derivante dall'attivazione dell'amigdala non mediato dall'elaborazione a livello di ippocampo e corteccia, mentre possiamo chiamare pensiero emozionato il comportamento derivato da emozioni elaborate a livello cognitivo. I correlati neuroendocrinologici dei due stati emotivi sono evidentemente molto differenti, con due stati psicologici molto differenti, di spaesamento il primo, di dominio di sé il secondo.
In presenza di traumi, il passaggio dall'agito emozionale al pensiero emozionato è reso difficile, tuttavia esistono psicotecniche (la iatroterapia della pizzica tarantata è una di queste, ma potremmo pure pensare alla psicoterapia), che consentono di transitare da una logica del puro agito emozionale a quella del pensiero emozionato.

La cosa interessante è che il suono costituisce una chiave di accesso fondamentale alla possibilità di agire sulle emozioni e farle evolvere. La psicoterapia, per come la concepisce Mancia (2004), è un'attività compiuta da una figura (il terapeuta) che, lasciandosi guidare dalla musica delle parole, per come gliele restituisce il paziente, coglie la radice del trauma, il punto in cui l'esperienza corporea e mentale risultano disconnesse e progressivamente, trovando sempre un feedback nel suono delle parole, accordando il suo orecchio al suono delle parole, riesce progressivamente, ricorrendo alle giuste parole (e sono giuste anche e soprattutto sonoramente), aiuta il cliente ad allineare memoria implicita e pensieri espliciti, recuperando l'iniziale scissione tra situazione emozionale e situazione cognitiva, in modo che il sistema delle comunicazioni intracorporee acquisti un nuovo equilibrio più consono all'interazione produttiva con l'ambiente. La dimensione musicale è via di accesso alle strutture inconsce profonde del paziente, alla sua memoria implicita (ossia ai meccanismi di difesa più radicati), quando in essa siano iscritti traumi, che l'ascolto empatico del terapeuta può aiutare a risolvere.

La sensibilità al suono nel bambino si struttura già nel feto, quindi prima ancora che il suo cervello sia pienamente sviluppato. Tutto ciò che il bambino ascolta nel periodo fetale e in quello dei primissimi anni di vita si radica molto profondamente nella sua memoria, consentendogli di recuperare sensazioni di piacevolezza o di spiacevolezza veicolate dall'ascolto dei suoni associati alle une o alle altre. La voce della madre evidentemente, poiché è associata al calore del suo abbraccio, alle carezze dispensate, al nutrimento fornito attraverso il latte, causano nel neonato una sensazione di profondo benessere. Ogni volta che l'ascolta, immediatamente, se agitato, si acquieta. Su queste constatazioni Fornari ha tratteggiato la sua Psicoanalisi della musica, che qualifica l'esperienza musicale come un tentativo di costruire un mondo sonoro che, sospendendo (provvisoriamente) la condizione di realtà, rinvia alla stato di coscienza pre-natale e peri-natale, iscritte nella memoria implicita del soggetto come condizioni archetipe di felicità.

Ognuno di noi ha dei suoni in grado di causare, al di qua della consapevolezza, immediatamente degli stati emotivi. Perciò la musicoterapia di Benenzon ricerca l'ISO, cioè la melodia e il ritmo che in qualche modo costituiscono l'imprinting sonoro del soggetto, ritenendo che attraverso esso è possibile evocare le memorie implicite per poi elaborarle e cognitivizzarle.

Articolo correlato, utile per un approfondimento del tema emozioni e musica.

Corgna 1996 è reperibile in internet all'indirizzo: http://www.mariacorgna.it/PDF/02_MB9603.pdf
J. E. Blaloct: Production of peptide hormones an neurotrasmitters by the Immune SysteÌ, in J.E.Blaloct Neuroimmunoendocrinology; Karger, Basilea 1992.

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