Musicoterapia

La Musicoterapia è l'uso della musica e/o degli elementi musicali (suono, ritmo, melodia e armonia) da parte di un musicoterapeuta qualificato, con un cliente o un gruppo, in un processo atto a facilitare e favorire la comunicazione, la relazione, l'apprendimento, la motricità, l'espressione, l'organizzazione e altri rilevanti obiettivi terapeutici al fine di soddisfare le necessità fisiche, emozionali, mentali, sociali e cognitive. La Musicoterapia mira a sviluppare le funzioni potenziali e/o residue dell'individuo in modo tale che il paziente o la paziente possano meglio realizzare l'integrazione intra e interpersonale e consequenzialmente possano migliorare la qualità della loro vita grazie ad un processo preventivo, riabilitativo o terapeutico.

(Federazione Mondiale di Musicoterapia)

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La musicoterapia è l’uso della musica per favorire l’integrazione fisica, psicologica ed emotiva dell'individuo e nella cura di malattie e disabilità. Può essere applicata a tutte le fasce d’età, in una varietà di ambiti di cura. La musica ha una qualità non – verbale, ma offre un’ampia possibilità d’espressione verbale e vocale. Come membro di un’équipe terapeutica, il musicoterapeuta professionista partecipa all’accertamento dei bisogni del cliente, alla formulazione di un approccio e di un programma individuale per il cliente e poi offre specifiche attività musicali per raggiungere gli scopi. Valutazioni regolari accertano ed assicurano l’efficacia del programma. La natura della musicoterapia amplifica l’approccio creativo nel lavoro con gli individui handicappati. La musicoterapia fornisce un approccio umanistico possibile che riconosce e sviluppa le risorse interne del cliente spesso non sfruttate. I musicoterapeuti desiderano aiutare l’individuo per spingerlo verso un migliore concetto di sé, e, nel senso più ampio, per far conoscere ad ogni essere umano le proprie maggiori potenzialità.

(Associazione Canadese di Musicoterapia)

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La musicoterapia è l’uso della musica nella realizzazione degli scopi terapeutici: il ristabilimento, il mantenimento e il miglioramento della salute mentale e fisica: E’ l’applicazione sistematica della musica, diretta dal musicoterapeuta in un ambito terapeutico, per portare i cambiamenti desiderati nel comportamento. Tali cambiamenti permettono all’individuo di affrontare la terapia per arrivare ad una maggiore comprensione di sé e del mondo intorno a lui, e di ottenere quindi un più adeguato adattamento alla società. Come membro della squadra terapeutica il musicoterapeuta professionista prende parte all’analisi dei problemi dell’individuo e alla formulazione degli obiettivi del piano generale di trattamento, prima di progettare ed elaborare specifiche attività musicali. Valutazioni periodiche vengono fatte per determinare l’efficacia delle procedure impiegate.

(Associazione Nazionale di Musicoterapia U.S.A.)

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La musicoterapia è una forma di trattamento in cui s’instaura un mutuo rapporto fra paziente e terapeuta, che permetta il prodursi di cambiamenti nella condizione del paziente e l’attuazione della terapia. Il terapeuta lavora con una varietà di pazienti, sia bambini che adulti, che possono avere handicap emotivi, fisici, mentali o psicologici. Attraverso l’uso della musica in maniera creativa in ambito clinico, il terapeuta cerca di stabilire un’interazione, un’esperienza ed un’attività musicale condivise che portano al perseguimento degli scopi terapeutici determinati dalla patologia del paziente.

(Associazione Professionale dei Musicoterapeuti della Gran Bretagna)


Per musicoterapia intendiamo una disciplina paramedica che utilizza il suono, la musica e il movimento per favorire il dialogo intrapersonale ed interpersonale, agevolare processi di socializzazione, aiutare a gestire le emozioni, sviluppare le capacità immaginative di soggetti in situazione di disagio o anche solo alla ricerca di un incremento di benessere, vitalità e creatività. (Cfr: Alcune definizioni ufficiali di musicoterapia)
La musica è nelle condizioni di incidere, in maniera sperimentalmente misurabile, a livello psico-fisico, causando modificazioni, più o meno durevoli, nel network dei sistemi che costituisce il corpo umano, quindi di tipo neurologico, immunologico e mentale.
Dal punto di vista del culturalismo e del sociocostruttivismo l'effetto terapeutico della musica sull'organismo non deriva da una relazione meccanica che possa istituirsi tra suono e sistemi biologici, ma dal fatto che la musica è suono organizzato, cioè una forma di comunicazione iscritta in un sistema culturale. Quando parliamo del potere terapeutico della musica non possiamo di certo far leva sugli abusati studi su Mozart che, somministrato alle mucche, ne fa aumentare la produzione di latte.
La musica è un mediatore del rapporto che istituiamo con il mondo ed è in grado di guarire se innesca e sostiene un processo trasformativo della relazione che intratteniamo con gli altri e con noi stessi. Dire ciò non è negare la materialità del suono e la sua capacità di interagire con l'organismo in virtù della sua fisicità, ma è considerare che è l'uomo - inteso quale attore al centro di un complesso sistema di relazioni, quindi come elemento attivo di una cultura - che integra nel funzionamento del proprio corpo-mente gli stimoli sonori. Il rapporto uomo-musica è una relazione di senso.
(Cfr. il caso Carlo De Pascali, salvato dalla musica, divenuto tamburellista di assoluto valore e poi anche abile arciere).

Una chiave per comprendere il funzionamento del farmaco musicale è il fenomeno del tarantismo, studiato da Ernesto De Martino e da Diego Carpitella.


La musica come terapia

Di recente (ottobre 2015) è stata approvata la Norma italiana UNI 11592 inerente la definizione dei requisiti relativi all'attività dei Professionisti delle Arti Terapie, con l'indicazione di conoscenze, abilità e competenze che si ritiene debbano possedere coloro i quali vogliano esercitare in tale segmento professionale.
Poiché ler norme UNI, per loro esplicita filosofia, cercano di mediare fra i diversi punti di vista di tutte le parti interessate, puntano ad ottenere il massimo consenso possibile e a rappresentare lo stato dell'arte relativo alla materia trattato, pare opportuno tenerne conto nel momento in cui si va a elaborare un contributo che, in maniera diretta o indiretta, va ad impattare sulle conoscenze della comunità professionale dei musicoterapeuti, che a quella norma si ispirano.
Questa contiene un esplicito riferimento al retroterra storico e antropologico-culturale delle Arti Terapie. Constata come esse si siano sviluppate a seguito di azioni ed interventi in contesti (scuole, carceri, comunità terapeutiche e di riabilitazione) caratterizzati da una convivenza sociale e da flussi emotivi non agevoli. In quei contesti le arti, e in particolar modo la musica, sono state utilizzate essenzialmente per due scopi:
a) modulare le emozioni;
b) consolidare il senso di comunità.
Questa doppia funzione coincide con una tematizzazione del ruolo sociale della musica formulata sin dai tempi più antichi e in culture differenti (Merriam 2000). D'altro canto l'uso concreto che, nel corso della storia, si è fatto della musica è stato ampiamente relato alla promozione di stati di benessere individuale e collettivo e al rafforzamento del senso del 'noi'. (Nattiez 2003).
Dagli studi antropologici la musicoterapia ricava l'idea che in molte culture la musica è stata usata terapeuticamente per trattare quella che noi definiamo malattia psichica e integrarla in qualche modo nella vita sociale, per produrre stati alterati di coscienza al fine di ridurre la pressione degli istituti sociali sui soggetti e rendere loro possibile abitare zone consentite di trasgressione; ma anche la constatazione che l'approccio proprio della musica colta occidentale al fatto musicale non è abituale in culture differenti e in molte subculture, dove il rapporto della musica non è di tipo estetico ma funzionale (Giannattasio 1998). Come ha scritto Tullia Magrini: "Gli studiosi occidentali, abituati a concepire la musica come un prodotto puramente motivato da finalità esteica, con gli studi etnomusicologici hanno incontrato società che utilizzavano l'attività sonora in modo profondamente diverso e molto più chiaramtne connesso alle loro necessità esistenziali" (Magrini 2002, p. 169)L'approccio proprio della musica colta prevede la distinzione di ruoli fra compositore, esecutore ed ascoltatore; immagina l'ascoltatore come fisicamente passivo nell'immersione che compie nella musica, che diventa una sofistica esperienza cognitivo-emotiva, laddove in altre culture la partecipazione all'evento musicale non è mai solo ascolto, ma è rapporto corporeo col suono generalmente in contesti collettivi a forte impatto emotivo, di cui sono parte integrante gli esecutori, che non fanno riferimento a uno spartito, ma ad una tradizione, che detta gli stilemi a cui far ricorso in ragione dell'occasione per la quale la musica è richiesta.
Pertanto essa ritiene che la musica, per un verso, possa essere usata (non in maniera esclusiva e in setting presidiati da professionalità deputate alla cura) per ridurre lo stato di disagio psichico, lavorando sui loro stati emotivi, per altro verso possa, ricostituendo la circolarità delle funzioni compositive, esecutive e d'ascolto, favorire forme di integrazione dell'io, inducendo l'esplorazione di sé e l'espressione delle proprie emozioni, e di consolidamento del gruppo, favorendo il coordinamento percettivo e motorio dei singoli, in funzione della realizzazione di un risultato collettivamente soddisfacente.
Se questa è la tradizione della musicoterapia, consolidatasi per via di un sapere prevalentemente incorporato che si è sviluppato nel corso di secoli e secoli di pratiche, oggi, per dare piena dignità alla professionalità del musicoterapeuta, è indispensabile trovare un fondamento scientifico della disciplina, in modo da consentirle di spiegarsi perché e come alcune cose funzionino.
La prima cosa che essa deve fare è esplicitare in che senso la musica è terapia, poiché potrebbe derivare un potenziale conflitto con ciò che per terapia si intende in ambito sanitario. Cosa che la norma UNI, a cui ci siamo richiamati, avverte tanto da chiarire che terapia e terapeutico, nel contesto delle Arti Terapie, vanno intesi in senso lato. Senso che, tuttavia, non è incompatibile con la definizione che di salute offre l'OMS che valorizza il conseguimento del pieno benessere, non solo sul piano strettamente fisico, ma anche psichico e sociale. Pertanto le Arti Terapie in quanto orientate a promuovere l'agio del soggetto non sono da considerarsi come atti sanitari, ma come eventualmente sistemi di azioni complementari e aggiuntivi - incardinati in una storia e in una tradizione, supportate da studi ispirati a rigore scientifico, secondo le più aggiornate prospettive teoriche e metodologiche - che coadiuvano l'approccio rigorosamente sanitario per il perseguimento di obiettivi di salute a "tutto tondo".
La seconda cosa è esplorare la letteratura scientifica nel campo delle scienze cognitive e delle neuroscienze, ma anche dell'endocrinologia e dell'immunologia, per cogliere in quegli studi gli elementi esplicativi della relazione che l'uomo stabilisce con la musica e le potenzialità che questa ha per influenzare gli stati di salute del soggetto.
Dalla nostra prospettiva risulta certamente utile avere un solido frame teorico di riferimento attraverso cui leggere queste ricerche. Tale frame può essere l'approccio PNEI.

Il punto di vista di scienze cognitive e neuroscienze

Una frase di senso comune è che la musica veicoli emozioni. Da molto tempo ci si chiede come ciò sia possibile. Una spiegazione che ci si è data è che le caratteristiche sonore dei brani musicali siano in grado di procurare modifiche degli stati emotivi, per via del fatto che il ritmo, la melodia, l'armonia, il timbro interagiscono con la fisiologia del nostro corpo, portandoci a interpretare queste alterazioni corporee come emozioni. Si tratta cioè di risposte neurovegetative a stimoli sonori, che ad altro livello di coscienza qualifichiamo come emozioni. Esistono recenti studi che comprovano che quando ascoltiamo una musica, le oscillazioni dell'attività elettrica del cervello si sincronizzano con il suo ritmo. La sincronizzazione poi appare correlata con il riconoscimento delle note, che è più preciso nei soggetti in cui la sincronizzazione è più accentuata. Più dimestichezza si ha con la musica, più immediata e accurata è la sincronizzazione (soprattutto quando lo stimolo sonoro è costituito da brani lenti) e la possibilità di individuare le note ascoltate. Ciò dimostra l'importanza dell'esercizio nell'elaborazione cognitiva della musica. (Doelling & Poeppel 2015).
Uno studio di sonogenetica ha trovato la possibilità di intervenire sui neuroni del verme C. elegans, arrivando a controllare i movimenti dell'animale grazie un intervento a livello neuronale col ricorso agli ultrasuoni unitamente a modifiche genetiche e mini-bollicine riempite di gas per amplificare l’attività egli ultrasuoni che vanno ad interagire con una particolare proteina, un canale ionico noto come TRP-4. Si ipotizzano sviluppi che portano a immaginare la sonogenetica come sostituto della stimolazione cerebrale profonda a cui oggi si ricorre con elettrodi impiantati nel cervello per moderare i sintomi di malattie come il Parkinson (Chalasani et alii 2015).
Precedenti studi avevano reso evidente (Bernardi et alii 2009) la capacità che ha l'ascolto musicale di modificare frequenza cardiaca, pressione arteriosa e frequenza del respiro. Tali modifiche sono correlate col tipo di musica che si ascolta. Le caratteristiche musicali trainano, sincronizzandole, le funzioni vasomotorie, pressorie, di flusso cerebrale, respiratorie e di frequenza cardiaca. Si tratta di interazioni musica-organismo che vengono a livello subcosciente, interessando le strutture cerebrali profonde, quelle collocate nel tronco dell'encefalo che governano il neurovegetativo. Su questa base biologica, evolutivamente inscritta nei nostri circuiti cerebrali come risposta all'ambiente, di attaccamento o di allarme, viene poi elaborata dalla cultura sociale e individualmente determinata.
Questa osservazione è importante poiché esiste una variabilità individuale agli stimoli musicali molto significativa, sicché non può intendersi il rapporto musica-stato emotivo secondo un rapporto lineare causa-effetto. Vi sono numerosi studi che confermano la non univocità della risposta degli individui alle sollecitazioni sonore. Un recente studio (Brattico et alii 2015) argomenta della possibilità che su taluni soggetti l'ascolto musicale di certi brani possa sortire effetti opposti di quelli riguardanti soggetti con caratteristiche di personalità differenti. Ci sono soggetti che decidono di ascoltare musica triste, ricavando risultati non deprimenti sull'umore, ricavandone anzi un effetto catartico, altri che decidono di ascoltare musica triste poiché si trovano in uno stato depressivo, ricavandone un effetto negativo sul loro umore. In genere l'ascolto di musica che riflette un momentaneo stato d'animo negativo è un atto fondamentalmente sano, poiché serve come mezzo per sentirsi meno soli (Saarikallio e Erkkilä, 2007), per distrarsi e rivalutarsi (Van den Tol e Edwards, 2013), per acquisire una maggiore comprensione dello stato affettivo (Skånland, 2013). Tuttavia in taluni casi l'ascolto di musica triste si accompagna ad isolamento sociale e incapacità a migliorare il proprio stato (McFerran e Saarikallio, 2014). Se l'ascolto della musica non è usato per riequilibrare l'umore, esso viene a configurarsi come analogo al comportamento di ruminazione disadattiva (Brattico et alii 2015).
La potente capacità che ha la musica di interagire con il sistema nervoso umano è testimoniata anche dal potere analgesico che essa sembra poter svolgere nel caso di operazioni chirurgiche. Un recente articolo apparso su Lancet (Hole et alii 2015) che ripercorre 72 studi scientifici sul tema, giunge a confermare che effettivamente la musica sembra funzionare a ridurre la percezione del dolore. Le ipotesi sui meccanismi alla base dell'analgesia indotta musicalmente sono molte, a cominciare da un'azione sui neurotrasmettitori cerebrali. Un recente studio (Barrios 2015) porta ulteriori evidenze empiriche nella capacità che la musica ha di funzionare come antidolorifico.

Qual è l'origine evolutiva della musica? A questa domanda hanno tentato di rispondere Panksepp e Bernatzky (2002) che sostengono che la musica derivi dalle grida emesse dai primi ominidi per richiamare chi si allontanasse dal gruppo e dai richiami della madre per mantenere il contatto con il figlio: Nei cuccioli animali tali richiami stimolano il sistema vegetativo e fanno rizzare i peli riscaldandolo. Da lì deriva la capacità che ha la musica di procurare delle risposte neurovegetative che poi vengono elaborate a livello cognitivo. La musica ha la capacità di attivare il sistema limbico della gratificazione. La musica è un artefatto umano derivato dalla manipolazione del nesso naturale che esiste tra stimolo sonoro e risposta neurovegetativa allo scopo di procurare piacere ovvero ad altra funzione reputata utile. Attraverso la musica infatti l'uomo riesce ad attivare, a comando per così dire, il sistema limbico della gratificazione, così come fa col sesso o assumendo sostanze psicotrope.
Ma l'autogratificazione non è la sola ragione per cui l'uomo in origine faceva musica. Egli aveva compreso la sua capacità di organizzare la vita della comunità (azione complessa e distribuita fra più individui potevano essere coordinati dalla musica) e di rinsaldare i rapporti comunitari.
J.J. Rousseau (1781) aveva supposto che lingua e musica abbiano avuto un'origine comune. Studiosi odierni sono propensi ad avallare tale ipotesi, sostenendo che musica e linguaggio originano da un primitivo sistema comunicativo nel quale era indistinguibile l'aspetto referenziale ed emotivo. Per questo ipotetico protolinguaggio (verbale e musicale insieme) è stato coniato il termine di "musilanguage" (Brown 2001).
D'altro canto il linguaggio verbale, oggidì, in virtù degli aspetti prosodici ha numerosi punti di contatto con la musica. La poesia, da parte sua, esalta la dimensione musicale del linguaggio verbale. Il poeta produce musica con l'unità ritimica del verso, definita dalla scansione organizzata degli accenti, coi suoni dei fonemi, con le allitterazioni, le rime e le assonanze.
L'arcaicità e la fondamentalità del rapporto dell'essere umano alla musica è provato dalla particolare predisposizione che ha per gli eventi musicali, e ciò sin da quando è nel grembo materno. Hepper (1991) ha dimostrato che circa due settimane prima di venire alla luce il feto riconosce la differenza fra una musica ascoltata consuetudinariamente dalla madre rispetto ad una ascoltata per la prima volta. Trehub (2001) ha dimostrato la preferenza dei neonati (2-6 mesi di vita) per i suoni consonanti piuttosto che per quelli dissonanti. Balkwill e Thompson (1999) hanno dimostrato come la madre mediante il canto istituisca col bambino una comunicazione molto profonda. A delle madri facciamo ascoltare la stessa canzone sia in presenza del figlio neonato che in assenza. Ad alcune persone veniva chiesto di indicare quale registrazione lasciasse intuire la presenza del bambino. Sorprendentemente riuscivano ad indicare con accuratezza, dal solo ascolto, la differenza fra le due situazioni. La cosa interessante è che tale riconoscimento avviene anche se chi ascolta le registrazioni e valuta è di lingua differente.
Molti studi, così come riportato da Altenmuller (2005) dimostrano quanto sia modellabile la percezione musicale con l'esercizio. La corteccia uditiva e quella secondaria reagiscono selettivamente al tipo di attività musicale in cui il soggetto si esercita. Così, "in un sassofonista di professione, le strutture 'musicali' del cervello reagiscono più intensamente alle note di uno strumento a fiato che al suono di un violino" (Altenmuller 2005, p. 50); in un direttore d'rochestra i neuroni uditivi deputati a localizzare esattamente le sorgenti sonore sono più attivi di qualsiasi altro musicista, sebbene professionista.
Un altro esperimento molto interessante dice del nesso stretto esistente tra musica e immaginazione motoria. In soggetti che abbiano una qualche pratica strumentale, l'ascolto procura un'attività in aree cerebali che connettono percezione sonora e immaginazione motoria. La stessa cosa succede nel caso della danza. Quanto suoniamo uno strumento o eseguiamo una danza colleghiamo informazioni uditive e informazioni motorie. Ascoltando, le impressioni sonore rinviano ai movimenti associabili. Per chi abbia la pratica di uno strumento, ascoltare musica equivale a suonarla (silenziosamente). Il musicista esperto è nelle condizioni di rappresentare la musica in più modi: come suono, come shcema motorio, come linguaggio simbolico. Lo studio del suo cervello lo conferma ampiamente. Tutti quest esperimenti indicano della disposizione che l'uomo ha ad apprendere la musica; dell'importanza di uno studio della musica sin dalla più tenera età per sviluppare una disposizione alla plasticità neuronale, che si rivela preziosa nelle fasi di età successive.
Studi in numero minore, ma nondimeno importanti, hanno studiato il nesso musica-sistema immunitario. L'ascolto di musica rilassante è in grado di modificare alcuni paramentri immunitari. Pazienti in condizioni critiche, che hanno ascoltato musica rilassante, hanno mostrato una diminuzione di IL-6 e di incremento di TH, l'ormone della crescita (Conrad et alii 2007). Lo stesso fenomeno si è riscontrato in soggetti sani. Altri lavori hanno indagato, sempre in pazienti e in soggetti sani, il livello della concentrazione di immunoglobulina A solubile (sigA), fondamentale anticorpo di prima linea estremamente sensibile allo stresso. La stessa indagine è stata fatta mettendo a confronto coristi e persone che non praticano musica. Si è constatato che la sigA incrementa nell'ascolto passivo, ma molto di pià nella partecipazione alla performance musicale (Beck et alii 2007).

Musica e PNEI

Dicevamo, all'inzio del nostro articolo dell'opportunità di iscrivere gli studi sui fondamenti biologici della musica all'interno di un approccio capace di tenerli assieme e citavamo la PNEI come utile allo scopo.
La Psiconeuroendocrinoimmunologia si fonda sull'ipotesi che mente, cervello, sistema endocrino e sistema immunitario sono connessi e agiscono reciprocamente, contribuendo all'interazione che l'uomo stabilisce con l'ambiente. Essa è una disciplina che per un verso offre una nuova chiave di lettura ad evidenze emerse in una serie di discipline e per altro verso promuove specifiche ricerche in grado di mostrare come i diversi sistemi che costituiscono l'organismo si regolano reciprocamente, in risposta alle modificazioni ambientali, alla ricerca di una condizione di omeostasi. Non aspira a monopolizzare le ricerche che riguardano il network umano, peccherebbe di monismo epistemologico: ammette la legittimità di prospettive differenti di ricerca, incardinate in discipline che hanno una loro storia tematica e metodologica, sente però l'esigenza di spronarle a ricercare nella zona in cui si possa comprovare l'interrelazione fra un sistema e gli altri.
La PNEI, da questo punto di vista può considerarsi una forma di nuovo olismo (nuovo poiché non esclude le specificità disciplinari), che spinge i diversi ricercatori ad iscrivere le loro indagini nell'orizzonte della complessità.
Dalla prospettiva della PNEI, sentimenti, emozioni, affetti, coscienza e pensiero dipendono dall'equilibrio che si crea a seguito delle interazioni fra i sistemi dell'organismo, equilibrio che va continuamente ricreato, poiché la ricchezza di comunicazioni che esistono tra l'ambiente interno e quello esterno (e nello stesso ambiente interno) rompe l'equilibrio di un istante prima e rimette in moto il gioco complesso della regolazione neuro-endocrino-immunulogica.
Potremmo citare, quale riprova del nesso fra i sistemi dell'organismo, il fatto che lo stress ha un comprovato effetto immunodepressivo. Il che implica che se noi andiamo in qualche modo a ridurre lo stress, incidendo sui fattori che lo determinano, ad esempio con delle sedute di musicoterapia, con dell'attività fisica, con la meditazione, ecc., dobbiamo poter verificare un incremento dell'efficacia delle risposte immunitaria dell'organismo.
Accanto a questi studi sullo stress si segnalano gli studi di Candace Pert su neuropeptidi, ormoni e cellule immunitarie. Questi studi ci consentono di capire come sia possibile che la musica influenzi gli stati emotivi, avendo positivi effetti sul benessere dell'uomo.
I neuropeptidi sono sostanze chimiche prodotte e rilasciate da cellule cerebrali o di altro tipo. I neuropeptidi fluttuano virtualmente in tutti i fluidi del corpo e vengono attratti solo da recettori specializzati. Quando si legano ai recettori producono effetti non trascurabili su altri stati corporei e, cosa ancora più importante, modificano gli stati emotivi del soggetto. Si pensi ad esempio all'azione delle endorfine, oppiacei prodotti dal cervello, la cui azione, regolata e regolante insieme quella di altre sostanze chimiche circolanti nel corpo umano, risultano in grado di modificare le performance della nostra mente e del nostro corpo.
La cosa interessante è che gli oppiacei introdotti ab-aesterno nel corpo umano vanno ad intercettare i recettori presenti per interagire con le endorfine procurando effetti che procurano evidenti modificazioni nel funzionamento della mente e del corpo.
La produzione di neuropeptidi è influenzabile dall'esterno, poiché la sua funzione è di migliorare l'interazione dell'organismo con l'ambiente. La musica si rivela in grado di stimolare molto finemente la produzione di endorfine: da ciò probabilmente la sensazione che si ha quando si sia immersi in un ascolto musicale di stare in un ambiente sonoro. La musica è la prima forma di "realtà virtuale" a cui l'uomo ha dato vita, ricavando dall'interazione con essa la possibilità di produrre degli stati emotivi "ad arte".
Dal punto di vista dello sviluppo dell'uomo è stata fondamentale, poiché gli ha dato la possibilità:
a) di pensare di poter progettare un mondo (modificando quello in cui si svolgono quotidianamente le sue azioni) in cui trovarsi a proprio agio, un mondo quindi non solo da subire, ma da costruire a misura dei suoi bisogni di benessere;
b) di ritenere possibile accedere, attraverso opportuni strumenti e tecniche, al proprio corpo, apprendendo risposte emotive in grado di migliorare l'efficacia della interazione dell'organismo col mondo. Da questo punto di vista, la musica è la prima psicotecnica a cui l'uomo abbia pensato. Facciamo un esempio: l'uomo è un animale che conosce i vantaggi della cooperazione per migliorare le possibilità di sopravvivenza del singolo, pertanto prima di un'azione di caccia vi erano dei riti propiziatori basati sulla musica e la danza, che garantivano la possibilità di mettere in circolo nei corpi i neuropeptidi con funzione pro-sociale, garanzia di successo dell'azione di caccia. La funzione del "fare comunità" della musica non appare trascurabile, probabilmente attraverso la musica l'uomo ha rafforzato la sua natura sociale, controllando l'aggressività interindividuale, attraverso un abbassamento dello stress, alla maniera di quello che avviene per i bonobo che usano con medesima funzione il sesso. (Il bonobo è aduso praticare sesso ricreativo, ovvero non riproduttivo, anche omosessuale. Secondo l'etologo F.B. M. De Waal, quest'attività trova una giustificazione nella necessità di mantenere sotto controllo l'aggressività intraspecifica. Cfr.
I popoli antichi avevano fatto una rigorosa tassonomia degli effetti psicoattivi di una pluralità di modi musicali: vi era una melodia per ogni situazione, c'era musica idonea a indurre fierezza e coraggio piuttosto che mollezza o eccitazione dei sensi.
I neuropeptidi, in numero di alcune decine, interagiscono fra di loro, grazie ai recettori, in una varietà incredibile di combinazioni, rendendo estremamente variegata la risposta psico-corporea dell'organismo. Attraverso i neuropeptidi, in relazione agli stimoli ambientali, modificano lo stato del corpo in modo che si attui una conservazione della vita.
I recettori sono sparsi in tutto il corpo, ma addensano il loro numero in particolari organi. Il sistema limbico contiene numerosi recettori di oppiacei (ma anche di altri recettori), questo significa che il sistema limbico (ipotalamo, ghiandola pituaria e amigdala) può essere considerato il principale luogo in cui vengono elaborate le emozioni. Prova ne sia il fatto che se noi stimoliamo con degli elettrodi la corteccia in corrispondenza dell'amigdala scateniamo una gamma di manifestazioni emotive, accompagnate da ricordi intensi.
Le ricerche del gruppo di Pert hanno inoltre scoperto che anche gli ormoni sono dei neuropeptidi, nel senso che sono prodotti anche da cellule nervose (e quindi non solo dalle ghiandole), immagazzinati anche nel cervello e che i recettori degli ormoni sono collocati non solo in alcuni distretti del corpo, ma anche nel cervello. Ciò significa che gli ormoni sono in grado di regolare l'emissione di altri neuropeptidi. Gli ormoni quindi, attraverso questa loro azione, sono nelle condizioni di influire sugli stati emotivi.
Ancora: le informazioni provenienti dai sensi, giungono in zone del cervello in cui avviene un complesso processo di produzione/ricezione di neuropeptidi, che ancora una volta determina risposte emotive.
Questo conferma ulteriormente come possa succedere che la musica, uno stimolo sensoriale, procuri stati emotivi, che si modificano al suo modificarsi, evolvendo, nel tempo, l'uno nell'altro, costruendo con ciò delle narrazioni emotive, fatte di transizioni da emozione ad emozione, dando, con ciò, spessore emotivo al tempo.
Gli studi di J. LeDoux (200) hanno individuato un circuito che collega direttamente l'orecchio al talamo per raggiungere poi l'amigdala.
Un'ultima osservazione: le interrelazioni del sistema neuronale e di quello ormonale con il sistema immunitario. Gli immunociti, che si muovono attraverso vene e arterie, raggiungono le zone da difendere o riparare, guidati da precisi segnali chimici, e hanno, a loro volta, dei recettori per neuropeptidi e ormoni e sono - sorprendentemente - nelle condizioni di produrre esse stesse dei neuropeptidi. Ciò ha un'implicazione: che agendo sulle emozioni è possibile agire sul sistema immunitario.
La musica riesce ad avere degli effetti misurabili sul funzionamento del sistema immunitario, svolgendo il ruolo di coadiuvante nei processi di guarigione, influenzando lo stato flogistico dell'organismo e migliorando le capacità di contrasto di malattie come il cancro.
La complessità di scambi comunicativi che avvengono nel corpo sembrano suggerire di delocalizzare la coscienza, che appare per così dire distribuita nelle varie parti del corpo. La logica di questi scambi è quella della rete, che non ha una gerarchia, ma dei nodi e dei link. Tutti questi scambi non sono casuali, ma rispondono ad una sorta di telos che consente alla vita di mantenersi intatta: la mente è ciò che tiene insieme il complesso meccanismo di informazioni che circolano nella rete secondo un ordine.
E' possibile entrare in molti modi nella rete ed immettere informazione: lo si può fare con i farmaci, lo si può fare con la parola, con i pensieri, con l'ipnosi, con la meditazione; ma anche con la musica, che è nella condizione di indurre nel soggetto stati ipnotici, di regolare respiro e circolazione, con effetti sull'intero network.
Ma per pensare che è possibile progettare l'influenza ab aesterno sugli stati interni al nostro organismo è indispensabile pensare che la mente e la coscienza siano distinti dal corpo, potendolo in qualche modo governare. E qui probabilmente ci è indispensabile Varela che ci suggerisce di considerarle qualità emergenti della materia quando raggiunga determinati livelli di complessità.

Ritorniamo all'amigdala. Abbiamo detto che stimolando l'amigdala si generano emozioni e ricordi. Questa constatazione apre ad interessanti considerazioni. L'amigdala ha numerosissimi collegamenti con altre aree cerebrali, e in particolare con la corteccia prefrontale e con l'ippocampo, questo fa sì che vi sono messaggi di ritorno che consentono un 'controllo' dell'attività dell'amigdala. Dal punto di vista musicale, possiamo dire che poiché il suono evoca emozioni e ricordi, che vengono elaborati a livello di ippocampo e di corteccia, la musica viene a stimolare la dimensione cognitiva, tanto che sono nati studi per comprendere se e in chi misura l'esercizio della musica non agevoli anche lo sviluppo di alcune determinate capacità cognitive. Si vedano ad esempio gli studi che correlano lo sviluppo di capacità linguistiche o matematiche all'esercizio sin dalla più tenera età della musica, ovvero quelli che correlano lo sviluppo di capacità mnemoniche e di apprendimento con lo studio della musica.
Le emozioni che vengono scatenate nell'amigdala, ove non subiscano un'attività regolatoria da parte dell'ippocampo, tendono a stabilizzarsi, tanto da poter essere prontamente evocate dal ripresentarsi di uno stimolo analogo. I traumi sono nelle condizioni di inibire il funzionamento dell'ippocampo e quindi di provocare un fissarsi molto incisivo del trauma nella memoria implicita (cioè memoria che non ha subito una elaborazione cognitiva).
Quindi possiamo dire che l'esperienza traumatica fissa un condizionamento il quale finisce per non essere sotto il controllo dell'attività cognitiva del soggetto, segnando in qualche modo una dissociazione. Per recuperare questa dissociazione è indispensabile intervenire per ripristinare quel nesso fra dimensione implicita e dimensione della consapevolezza.
E' interessante approssimare fenomeni come quello del tarantismo con questo schema esplicativo. La tarantata viene ad avere una potente reazione emotiva, meglio sarebbe dire: entra in uno stato alterato di coscienza (trance), in relazione all'ascolto di un suono, di una musica, evocativi (in qualche modo) di un trauma, ma poi la stessa musica, unita al ballo, in presenza di una comunità che offre un supporto sociale all'evoluzione delle emozioni, agevolata dall'orchestrina terapeutica, attraverso la narrazione che il rito contiene (il veleno che è scacciato dal corpo, il Santo che interviene salvifico, a seguito delle invocazioni contenute nella musica) aiuta ad un superamento del trauma consentendo una modulazione del bagno di sostanze (neuropeptidi, ormoni, cellule immunitarie) che favorisce un recupero dello stato di normalità.

Possiamo chiamare (alla maniera di Carli e Paniccia) agito emozionale quel comportamento derivante dall'attivazione dell'amigdala non mediato dall'elaborazione a livello di ippocampo e corteccia, mentre possiamo chiamare pensiero emozionato il comportamento derivato da emozioni elaborate a livello cognitivo. I correlati neuroendocrinologici dei due stati emotivi sono evidentemente molto differenti, con due stati psicologici molto differenti, di spaesamento il primo, di dominio di sé il secondo. (Carli, Grasso, Paniccia 2007).
In presenza di traumi, il passaggio dall'agito emozionale al pensiero emozionato è reso difficile, tuttavia esistono psicotecniche (la iatroterapia della pizzica tarantata è una di queste, ma potremmo pure pensare alla psicoterapia), che consentono di transitare da una logica del puro agito emozionale a quella del pensiero emozionato.
La cosa interessante è che il suono costituisce una chiave di accesso fondamentale alla possibilità di agire sulle emozioni e farle evolvere. La psicoterapia, per come la concepisce Mancia (2004), è un'attività compiuta da una figura (il terapeuta) che, lasciandosi guidare dalla musica delle parole, per come gliele restituisce il paziente, coglie la radice del trauma, il punto in cui l'esperienza corporea e mentale risultano disconnesse e progressivamente, trovando sempre un feedback nel suono delle parole, accordando il suo orecchio al suono delle parole, riesce progressivamente, ricorrendo alle giuste parole (e sono giuste anche e soprattutto sonoramente), aiuta il cliente ad allineare memoria implicita e pensieri espliciti, recuperando l'iniziale scissione tra situazione emozionale e situazione cognitiva, in modo che il sistema delle comunicazioni intracorporee acquisti un nuovo equilibrio più consono all'interazione produttiva con l'ambiente. La dimensione musicale è via di accesso alle strutture inconsce profonde del paziente, alla sua memoria implicita (ossia ai meccanismi di difesa più radicati), quando in essa siano iscritti traumi, che l'ascolto empatico del terapeuta può aiutare a risolvere.

La sensibilità al suono nel bambino si struttura già nel feto, quindi prima ancora che il suo cervello sia pienamente sviluppato. Tutto ciò che il bambino ascolta nel periodo fetale e in quello dei primissimi anni di vita si radica molto profondamente nella sua memoria, consentendogli di recuperare sensazioni di piacevolezza o di spiacevolezza veicolate dall'ascolto dei suoni associati alle une o alle altre. La voce della madre evidentemente, poiché è associata al calore del suo abbraccio, alle carezze dispensate, al nutrimento fornito attraverso il latte, causano nel neonato una sensazione di profondo benessere. Ogni volta che l'ascolta, immediatamente, se agitato, si acquieta. Su queste constatazioni Fornari (1984) ha tratteggiato la sua Psicoanalisi della musica, che qualifica l'esperienza musicale come un tentativo di costruire un mondo sonoro che, sospendendo (provvisoriamente) la condizione di realtà, rinvia alla stato di coscienza pre-natale e peri-natale, iscritte nella memoria implicita del soggetto come condizioni archetipe di felicità.
Ognuno di noi ha dei suoni in grado di causare, al di qua della consapevolezza, immediatamente degli stati emotivi. Perciò la musicoterapia di Benenzon ricerca l'ISO, cioè la melodia e il ritmo che in qualche modo costituiscono l'imprinting sonoro del soggetto, ritenendo che attraverso esso è possibile evocare le memorie implicite per poi elaborarle e cognitivizzarle.


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