Paesaggio Sonoro

Che cos’è il paesaggio?

Dario Gentili

SINISTRA IN RETE http://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/5168-dario-gentili-che-cose-il-paesaggio.html

Il paesaggio ha una data di nascita: il 1336; e una “scena originaria”: l’ascesa di Petrarca del Monte Ventoso. Molti si sono soffermati su questo episodio e vi hanno individuato – pur con interpretazioni anche diverse – la nascita della Modernità: Jacob Burckhardt, Joachim Ritter, Hans Blumenberg, Paul Zumthor, Karlheinz Stierle, Michael Jakob, Hansjörg Küster e altri ancora. Giusto per esser chiari: in quella data fatidica non nasce l’idea moderna di paesaggio, bensì il paesaggio in quanto tale.

Anche Roberto Masiero attribuisce all’ascesa di Petrarca del Monte Ventoso un carattere paradigmatico e, quindi, condivide l’idea che il paesaggio sia un prodotto peculiare della Modernità, una sua “invenzione”. Che cosa è accaduto in quel giorno del 1336 sul Monte Ventoso di così epocale? Giunto faticosamente in cima, Petrarca distoglie lo sguardo dal panorama che gli si apriva di fronte e rivolge lo sguardo e la sua attenzione al seguente passaggio delle Confessioni di Agostino: “E gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti e gli enormi flutti del mare, le vaste correnti dei fiumi e il giro dell’Oceano e le rotazioni degli astri, e non si curano di se stessi”.

Ecco dunque che cosa è successo: il paesaggio nasce dalla separazione dell’uomo da quanto lo circonda, dal posizionamento della sua “autonomia”; tale ripiegamento su di sé, sulla propria interiorità, sulla distinzione e sulla differenza rispetto alla cosiddetta “natura” – tale “riflessione”, appunto – costituisce il paesaggio. Lo costituisce per l’esattezza nel momento in cui lo sguardo dell’uomo “torna” a rivolgersi a ciò che ha intorno.

Pertanto, come Masiero spiega e con lui Anna Longo e Marco Assennato (autori degli altri due testi del volume), la nascita del paesaggio – la “concettualizzazione” della natura in quanto paesaggio – coincide con la nascita del soggetto moderno, di quel soggetto che cerca al di fuori di sé la “corrispondenza” con la sua interiorità (da ciò anche quel portato “sentimentale” che sempre ha connotato il paesaggio). Tutt’altro che “naturale”, dunque, il paesaggio risulta dall’inquadramento della natura nella “prospettiva” – che, guarda caso, in pittura nasce in quella stessa epoca – da cui procede lo sguardo del soggetto. Pertanto, come suggerisce l’esergo del saggio di Masiero, l’esito più coerente delle riflessioni di Petrarca – la loro radicalizzazione, che finisce per privarle perfino dell’“illusione prospettica” – è da rintracciare nel racconto di Borges L’artefice (il titolo dice tutto), dove l’uomo che si propone di disegnare il mondo riconosce come risultato della sua opera l’immagine del suo volto.

Fosse questo – la definizione del paesaggio come “artificio” e come “prodotto” di un soggetto che aspira a fare della natura un “oggetto estetico” da contemplare – il contributo peculiare di Paesaggio Paesaggi, questo libro si aggiungerebbe a una bibliografia sull’argomento già molto nutrita e qualificata. Ma non è semplicemente questo. Che il paesaggio “non sia una cosa, piuttosto un modo di vedere le cose” è piuttosto l’assunto di partenza del libro.

Insomma, in ognuno dei tre testi che compongono il volume, parlare di paesaggio significa parlare del soggetto che lo guarda. Anzi, lo spunto è polemico e investe tutte quelle retoriche – non solo “istituzionali” – che con sempre maggiore frequenza insistono sulla “tutela”, la “difesa”, la “salvaguardia” di un paesaggio la cui “bellezza” è sempre più messa a rischio dall’urbanizzazione incontrollata e dallo sfruttamento selvaggio da parte dell’economia capitalista. La distruzione del paesaggio metterebbe a repentaglio il senso di appartenenza di quelle comunità che in quel determinato paesaggio hanno costruito la loro identità e lo stesso legame che le unisce, che là si sono “appaesate”.

L’argomento – molto convincente – che gli autori contrappongono alle diverse istanze emerse in difesa del paesaggio e per la sua “conservazione” consiste nell’affermare che tale posizione è nient’altro che il rovescio speculare, l’altra faccia della medesima dinamica che conduce alla distruzione del paesaggio: considerare il paesaggio una “cosa” da tutelare, che avvalorerebbe quello stesso processo di reificazione da cui procede il suo stesso sfruttamento – e non è certo definendolo “bene comune” che tale logica s’incrina. Il paesaggio è ridotto a cosa perché è cambiato lo sguardo che lo costituisce, che non è più quello del soggetto moderno. In conclusione del suo saggio, infatti, Masiero rovescia l’ordine dei termini dai cui procede e con cui si articola, oggi, la questione relativa al paesaggio; non è a partire dal paesaggio e dalla sua difesa che si salvaguardano quelle comunità che in esso si riconoscono, ma esattamente il contrario: “quale soggetto, per quale bene comune, per quale politica, per quale paesaggio?”.

Ma non è certo con la salvaguardia, con la restituzione al soggetto moderno del suo sguardo dominante e della sua prospettiva privilegiata che è possibile tutelare il paesaggio. Anzi, i tre autori, ognuno/a a modo suo, cercano di pensare che ne è del paesaggio proprio a partire dalla crisi irreversibile di quella soggettività moderna che lo ha prodotto, non eludendo la questione fondamentale: è ancora da un soggetto – e, quindi, da una prospettiva – che tale sguardo proviene?

Sulla scorta del realismo speculativo e del suo approccio, Anna Longo prova a porre la questione di ciò che è al di fuori dell’uomo – la cosiddetta “natura” – senza la mediazione del paesaggio, ovvero del soggetto che guarda e rappresenta. Marco Assennato, invece, propone di “usare” lo stesso dispositivo del paesaggio – quel dispositivo che produce la natura – ma a partire dal “punto di vista” di una soggettività non più di tipo moderno. Sono questioni, queste, lasciate giustamente aperte – anche perché eminentemente politiche. Si tratta in fondo di rinunciare a quella pagina dove Luciano Francalanci ha ritagliato una “finestra” (è questo uno degli interventi non testuali che compongono il volume): guardare senza cornice, senza prospettiva – senza “misura”. È ancora, tale “dismisura”, paesaggio?

Roberto Masiero
Paesaggio Paesaggi. Vedere le cose
a cura di Marco Assennato
Libria (2015), pp. 275

UN CORSO SUL PAESAGGIO: http://www.ilpaesaggio.eu/cos%C3%A8.htm


PIGNATTI, SANDRO, Ecologia del paesaggio, Utet, 1994
recensione Tozzi, M., L'Indice 1995, n.08

BIANCOTTI, AUGUSTO, La metamorfosi della Terra, Giunti, 1995
recensione Tozzi, M., L'Indice 1995, n.08

Qualche secolo fa la pianura pontina era una landa profondamente inospitale per l'uomo: paludi e laghi costieri formavano un sistema idrografico reso impenetrabile dall'intricatissima vegetazione. Ci volle il fascismo e l'operosità degli immigrati veneti e friulani per aver ragione di quelle terre, in una delle poche opere ingegneristiche del ventennio che sembra ben riuscita a tutti. Solo oggi ci si accorge che non è così, che le paludi - assunto il nome più impegnativo di zone umide - devono essere protette e se possibile estese in tutto il mondo. Troppo grande è il loro patrimonio naturale e paesaggistico per vederle ancora minacciate.
Al valore intrinseco si aggiunge ormai quello culturale del paesaggio, elemento che costituisce il legame più forte - ma non il solo - fra l'impostazione scientifica dell'impegnativo testo di Pignatti Ecologia del paesaggio e lo snello volume di Biancotti Le metamorfosi della Terra . L'eucalipto australiano piantato negli anni trenta nelle zone umide d'Italia (si riteneva tenesse lontana la malaria, in realtà grazie alle sue radici profonde contribuiva a prosciugare le paludi e solo di conseguenza a far decrescere le zanzare anofeli) fa parte ormai dello specifico di molti nostri paesaggi e testimonia le variazioni notevoli che la storia della vegetazione ha attraversato in Italia. Il Sahara, prima immensa regione verde e fertile ora deserto, viene rievocato da Pignatti e Biancotti a testimonianza del valore paradigmatico e trasversale di certi esempi. Non è un caso se il conflitto terra-acqua e il costituirsi del paesaggio a partire dall'elemento vegetale sono il punto di partenza dell'esposizione di Biancotti e la trama implicita sottesa a molte delle considerazioni dell' Ecologia del paesaggio .
Le metamorfosi della Terra è un libro in bilico fra la denuncia delle malefatte dell'uomo nella sua insana gestione della Terra e la speranza illuminista che con una maggiore conoscenza e informazione la situazione possa migliorare in futuro. Di esempi se ne trovano a decine e, anzi, essi costituiscono l'intelaiatura del libro stesso, che si snoda fra terre perdute per sempre e terre conquistate. Con toni un po' caricati e con un frequente uso dell'aggettivo iperbolico - maggiore azzardo avrebbe potuto portare a un'esposizione decisamente futurista - Biancotti condanna decisamente tutto ciò che è esecrabile delle opere dell'uomo moderno: il dissesto idrogeologico, la deforestazione selvaggia, l'avanzata dei deserti.
Dei numerosi esempi sul terreno, il più originale deriva dalle fallimentari esperienze dei fantasiosi progetti sovietici di risistemazione ecologica - per esempio quello dei "cinque mari", che consisteva nell'unire tramite canali e fiumi le coste di tutta l'Unione - e dei loro tremendi danni che non verranno riassorbiti rapidamente, come nel caso del Volga deturpato o del lago Aral ormai definitivamente prosciugato. Ma si parla anche della desertificazione irreversibile del Madagascar o della subsidenza della pianura padana causata dall'estrazione di gas naturale dal sottosuolo o dell'impatto del vulcanismo sulla civiltà minoica.
L'autore sembra talvolta farsi prendere la mano dalla possibilità tecnica di risolvere alcuni problemi urgenti e gravi con rimedi che sarebbero assai peggiori dei mali: non si sente davvero il bisogno di attingere all'intercalare continentale (l'immensa falda acquifera fossile nel sottosuolo del Sahara) per trasformare in giardino la Libia o di rubare altra terra al mare in Olanda. Ciò significherebbe non aver capito quale dovrebbe essere lo sviluppo naturale (l'unico sostenibile) del pianeta che invece è stato così chiaramente esposto in precedenza. Più convincenti invece sono gli esempi di riconversione paesistica di alcune regioni (la Valle d'Aosta), soluzioni più legate alla vera vocazione di quello che una volta era il giardino d Europa.
E giardino l'Italia continua a esserlo, visto che ospita molte più specie vegetali rispetto al resto d'Europa, rivelando una diversità che potrebbe fare guardare il futuro con ottimismo, se non fosse per gli altri dati chiaramente esposti da Pignatti nel suo magistrale saggio. Basta scorrere il capitolo dedicato ai sistemi paesistici (primo tentativo italiano) per rendersi conto dello straordinario valore della variabilità mediterranea, fra un paesaggio carsico e uno lagunare o tra quello del Gennargentu e quello della Tuscia (colpisce la presenza di due soli sistemi nell'Italia meridionale a fronte della molteplicità di quelli alpini, forse in dipendenza della mancanza di un'esperienza diretta dell'autore). Un patrimonio, dunque, che è stato scarsamente tutelato, mal conservato e messo a repentaglio da decenni di politica miope e di interventi di rapina. Quella vegetale ? una componente essenziale del paesaggio; l'uomo, però, lo modifica profondamente per piegarlo all'imposizione del proprio schema mentale a cui non si è ancora contrapposto efficacemente un movimento d'opinione conservazionistico di cui Pignatti sottolinea la mancanza.
Nell' Ecologia del paesaggio si trovano definizioni articolate e complete che faranno cambiare idea a chi pensa che flora e vegetazione siano sinonimi e a chi non ha mai sentito parlare di fitomassa o del ruolo culturale della fitogeografia. Attraverso lo studio del mondo vegetale si accenna anche a una storia del rapporto uomo-natura in Italia; in fondo nessuno sa come era costituita la flora mediterranea qualche centinato di migliaia di anni fa: gli incendi e l'uomo ne hanno fatto un'altra cosa, quella che noi osserviamo oggi. L'origine e l'evoluzione della flora in Italia vengono poi legate alla storta geologica e gli eventi registrati dagli stratigrafi nel tempo hanno un loro riscontro nei fossili vegetali quanto e come in quelli animali. Da espressione dell'ordine naturale, la vegetazione ha assunto caratteri più complessi dopo l'avvento dell'uomo e non mancano gli esempi d'interventi distorti, sopportati da una robusta base di dati (sotto forma di tabelle).
Nemesi storica finale: le bufale - scacciate e sterminate nell'Agro Pontino - vi sono oggi state reintrodotte e pascolano liberamente quasi in riva al mare e attorno ai laghi costieri; l'incremento nella produzione di mozzarella pregiata ha costretto i figli degli immigrati di un tempo a trasformare di nuovo in acquitrini (habitat ideale del bufalo) quelle zone di pascolo che i loro nonni avevano prosciugato.


Natura e paesaggio
Punti di vista dalla Fototeca della Biblioteca Panizzi
Paolo Capelletti

DOPPIOZERO http://www.doppiozero.com/materiali/musica/nella-materia-del-suono

Assumere un punto di vista è atto che pertiene naturalmente allo sguardo e che, insieme, ne rompe l’ordinario funzionamento. A fare della fotografia un’uscita dall’ordinario anche più straordinaria è la dichiarazione del punto di vista assunto, la proiezione dopo la sua introiezione, il risultato che essa persegue e che ne consegue: la fotografia è un punto di vista reso noto al mondo, genera un’immagine performativa, capace con il semplice fatto di essere visibile di creare un mondo, quello della visione, singola e singolare e proprio per questo così potente. Per dirla con Didi-Huberman, con certa fotografia avviene che sia l’immagine stessa a prendere posizione.[1]

È il caso delle fotografie raccolte nell’esposizione Natura e paesaggio nelle collezioni della Fototeca della Biblioteca Panizzi, curata da Laura Gasparini e visitabile fino al 27 settembre 2015 presso la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia. L’occasione della rassegna annuale Fotografia Europea è stata colta con attenzione e perspicacia, dando vita a una mostra che si guarda bene dall’accogliere la semplicistica e diffusa convinzione che una collezione costituisca già di per sé un’opera da esporre. Al contrario, la fase oculata di pensiero, ricerca e selezione, in prima battuta, e le scelte di allestimento tutt’altro che casuali sono percepibili dal visitatore, dandogli la precisa sensazione che il ricchissimo archivio della fototeca sia stato interrogato e interpretato con senso critico e direzione chiara.

Il percorso si snoda tra fotografie dell’Ottocento e del Novecento, organizzate in sezioni che fungono da chiavi nella lettura del tema esplicitato dal titolo dell’esposizione. La prima sezione, Dalla veduta classica al modernismo, entra immediatamente nel cuore della questione, ricordandoci lo sguardo della tradizione romantica ottocentesca, il suo affacciarsi alla finestra del mondo e l’innestarsi spontaneo e quasi naturale, su questa logica dialettica tra soggetto-spettatore e oggetto-spettacolo, della sperimentazione fotografica. Troviamo qui le foto di Giacomo Caneva, l’attrazione dell’epoca per il rapporto tra rovine classiche e natura che le ospita, e il lascito decisivo del modello rinascimentale di paesaggio promosso dagli Alinari.

Quando si affronta la natura con lo sguardo, il baratro paradisiaco del sublime è la respingente frontiera verso cui non si sa smettere di avventurarsi: il creato, semplicemente stando nella sua grandiosa evidenza, lascia senza fiato, e la fotografia accompagna e supporta l’occhio dell’uomo ardimentoso, consentendo allo spettacolo di fronte ai suoi occhi di attraversare la distanza fino al ritorno a casa. Il paesaggio maestoso è la sezione dedicata alle cime montane, forse l’ambiente più capace di scatenare le sensazioni appena descritte, indubbiamente quando la si osserva alla luce delle inquadrature di Vittorio Sella. Il celebre alpinista, esploratore e fotografo, così affezionato alla montagna, la raccontò a cavallo tra Ottocento e Novecento in maniera destinata a sopravvivere al tempo, tanto che la vedremo riemergere per analogia negli scatti di oggi del suo erede d’arte (sia fotografica che di esplorazione) Fausto De Stefani.

L’ammirazione per il mondo risente inevitabilmente dell’influenza dell’esotico, del lontano, del diverso: per questo gli uomini impegnati in attività internazionali e diplomatiche hanno spesso collezionato opere fotografiche dai loro anni all’estero. Tra gli italiani, Alberto Pansa sfruttò in questo senso i suoi anni in estremo Oriente, raccogliendo anche le albumine di Felice Beato, Kajima Seibei e Adolfo Farsari che, in questa mostra, ci danno l’intima relazione tra vita dell’uomo e sacralità del luogo, relazione risolta nello spazio del parco. Il parco e il giardino sono i protagonisti della sezione appena successiva, ma stavolta torniamo in patria e non è un caso se a questo cambio geografico corrisponde un completo rovesciamento estetico: l’animismo lascia lo spazio all’ordine e alla natura architettata e il mistero del divino forse si defila, sicuramente si traduce secondo tutta un’altra ermeneutica che, tuttavia, non cessa di affascinare l’occhio fotografico.

La fotografia, mentre permetteva di inquadrare paesaggi e ambientazioni, consentiva di cogliere in pochi istanti il dettaglio, anche ristretto, anche molto ravvicinato, e le forme della natura erano destinate a farsi ritrarre per trattenere, per portare alla luce in qualche modo l’incanto suscitato da piante, fiori, dai mondi in miniatura che in esse si tratteggiano: ancora Caneva, Felice Beato e gli Alinari sono i protagonisti, tra gli altri, di questa sezione. Ravvicinare lo sguardo e sperimentare in modo capillare e vivace alla ricerca delle forme è direzione naturalmente figlia della fascinazione per questi micro-mondi. Sulla scorta di questa traiettoria, le opere di Luigi Veronesi sono testimonianza delle potenzialità che la fotografia mette a disposizione nell’affrontare il mistero della forma, fin addentro al confine dell’astrazione.

Paesaggio e natura sono l’ambiente che viviamo e, quindi, che guardiamo e non smettono di affascinarci per l’aulica abitazione che ne abbiamo fatto, per la storia monumentale che vi abbiamo inoculato; tuttavia, il dettaglio apparentemente insignificante, il paesaggio che è troppo facile dire banale, l’inquadratura che non si sofferma sul bello o sul giusto, sono attrazione magnetica per il nostro sguardo almeno quanto i primi tipi di spettacolo e non smettono, nella storia della fotografia, di immergersi nel fondo della visione e di riemergerne rafforzati, in tempi, luoghi e con autori diversi, gridando la dignità della loro verità estetica.

Le letture che Natura e paesaggio dà di questo decisivo aspetto sono molteplici e diverse, come del resto lo sono gli artisti e i tesori della collezione: da Mario Dondero e la sua inclinazione neorealista, anche sociale, a Paolo Monti con la sua profonda conoscenza e consapevolezza teorica della forma, a Stanislao Farri, con la sua sensibilità per gli elementi naturali e artificiali all’interno del territorio di provincia.

Arriviamo ineluttabilmente a Luigi Ghirri, all’inestimabile valore del lavoro di ricerca, di raccolta, di coinvolgimento che egli condusse, al suo legame con il Comune di Reggio Emilia che alimenta con vigore e calore l’istituzione della Fototeca e, di conseguenza, questa mostra; ci arriviamo dapprima in modo tangente, passando per la sezione dedicata a Mimmo Jodice, uno dei grandi fotografi invitati alle operazioni ghirriane di racconto della provincia italiana. E, infine, abbiamo le Nuove prospettive di ricerca, con le opere di Ugo Mulas, dello stesso Ghirri, di Guido Guidi, di Olivo Barbieri. Scrive Laura Gasparini, nel testo che apre il pregevole catalogo della mostra:

Ghirri individua quindi una molteplicità di piani di lettura della realtà, perché essa gli appare costituita da contaminazioni, giustapposizioni, suggerimenti, elementi evocativi che lo sguardo può cogliere e restituire attraverso il punto di vista e soprattutto dall’inquadratura scelta dal fotografo. Anche il banale, l’ovvio, il quotidiano, le rovine dei paesaggi industrializzati, le periferie anonime sono interessanti perché, scrive Ghirri, «il mio tentativo di vedere ogni cosa che è già stata vista, e di osservarla come se la guardassi per la prima volta, può apparire presuntuoso e utopistico».

Altro comparto d’eccezione, tutt’altro che mero contorno all’allestimento e alla proposta dell’esposizione, è quello dei libri fotografici e delle cartoline, proposti al visitatore nelle bacheche: gli album del Grand Tour, i libri del Touring Club Italiano, numerose opere illustrate sull’alpinismo e lo sci, cataloghi dedicati a piante e fiori o all’estremo Oriente, e naturalmente lo splendido Viaggio in Italia, ideato da Ghirri, di cui ammiriamo anche alcune cartoline a colori.

Il valore storico, documentale e concettuale di Natura e paesaggio, lo spaccato che essa offre del prezioso patrimonio della Fototeca, sono certamente di per sé sufficienti per meritare una o più visite; ma vien da dire che ciò che rende questa mostra così riuscita è l’esercizio che essa esegue sugli strumenti, sui punti di vista che essi costituiscono, per farsi a propria volta assunzione di punto di vista: un’esposizione che è un punto di vista sui punti di vista, una presa di posizione sulle prese di posizione.

[1] G. Didi-Huberman, Quand les images prennent position. L'Oeil de l’histoire, 1, Minuit, Paris 2009.

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