Rap E Didattica

Vedi pure: http://netscrivere.wikidot.com/articolo-per-metis-sul-rap

L'ascolto musicale è una delle principali attività svolte dai ragazzi durante il tempo libero. I generi che vengono ascoltati sono la musica pop, il rock, il rap. Una veramente esigua minoranza ascolta musica classica.
Gran parte dell'educazione musicale dei giovani avviene nella dimensione informale, principalmente attraverso i media, i quali peraltro nutrono il loro immaginario con schemi interpretativi e criteri di valutazione in merito a musiche e musicisti. Una caratteristica della cultura giovanile odierna è che essa si presenta in continua trasformazione, tanto da rendere difficile il tentativo di starle dietro. E' un'osservazione che già facevano sul finire degli anni Ottanta del secolo scorso Mario Baroni e Franco Nanni, (Crescere con il rock. L'educazione musicale nella società dei mass media, Clueb, Bologna, 1989), i quali ponevano l'accento sul fatto che l'educazione musicale dovesse configurarsi come un processo che, partendo dagli interessi e dai bisogni espressivi dei giovani, inducesse un allargamento e un approfondimento delle loro conoscenze, portandoli progressivamente a conquistare nuovi mondi musicali.
Sulla base di quella suggestione, Roberto Maragliano ed io, qualche anno dopo realizzammo un libro di testo per l'insegnamento dell'educazione musicale nella scuola media, che volemmo intitolare Dal rock al clavicembalo (Juvenila, Bergano), pensando ad un percorso che, agganciando i giovani sul loro terreno, consentisse di istituire un dialogo tra gusti ed estetiche di differenti generazioni.
Oggi, vista l'ampia fortuna del rap presso i giovani, probabilmente quel testo avrebbe per titolo dal Rap al clavicembalo.
Onestamente non so se, il rap, diventando oggetto d'un insegnamento scolastico effettivamente possa fare da volano per altre attività, poiché alcuni studi hanno dimostrato come la musica, sì tanto importante occupazione del tempo libero dei giovani, diventando materia di studio perde il suo appeal.
Tuttavia approcci a carattere fortemente esperienziale promettono buoni risultati. Almeno le esperienze condotte da Andrea Gargiulo, Gaetano Occhiofino e me sembrano suggerire un certo ottimismo. L'approccio utilizzato è stato in qualche modo desunto da El Sistema Abreu, che ha assunto il fare musica come una possibilità di espressione e di emancipazione proprio dei giovani meno attrezzati culturalmente e in condizioni di disagio sociale.
Andrea Gargiulo, uno dei principali esponenti del movimento Abreu nostrano, con l'Associazione Musica in Gioco ha realizzato interventi che hanno coinvolto molte centinaia di giovani e giovanissimi con risultati a dir poco esaltanti. Qualche mese addietro ospitammo un'esibizione delle orchestre Abreu, organizzate dal M° Gargiulo nel Salento. Erano presenti molte decine di bambini, che suonavano con molta diligenza ed entusiasmo i loro strumenti, e un pubblico costituito da molte centinaia di persone.
Gaetano Occhiofino, che oltre che musicista è un sociologo, ha realizzato progetti in contesti difficili, come ad esempio il carcere minorile, facendo ricorso al rap, come possibilità espressiva di conflitti interiori, di forme di relazione con la realtà, di riflessione sulla condizione passata e presente e sulle prospettive di vita futura.
Gargiulo, Occhiofino ed io siamo attualmente impegnati in un progetto di sperimentazione, finanziato dal Miur, in cui ci proponiamo di favorire metodologie didattiche innovative, attraverso una ricerca azione, che coingolge alcuni docenti e degli studenti di due realtà scolastiche, una di Tricase e l'altra di San Severo, nonché di Art Village, un'esperienza che si colloca nel movimento dell'antipsichiatria, in cui si esplorano le possibilità terapeutiche della musica e dell'arte. Art Village è la brillante intuizione di Tonino D'Angelo, che ha creato un Centro di accoglienza,prevenzione,protezione e promozione della Salute e inclusione sociale, il quale ha stretto una forte sinergia col “ Sistema nazionale delle orchestre e cori giovanili” ispirato all'approccio Abreu.
Una delle dimensioni che esploreremo nel progetto che stiamo svolgendo tra Tricase e San Severo è proprio la possibilità di compiere un percorso di educazione musicale a partire dal rap.

La nostra non è certamente la prima esperienza nel nostro Paese che usa il rap in senso educativo. Vi è un rapper, Kiodo, che attualmente è particolarmente attivo nel tenere laboratori nelle scuole e nei centri giovanili. E' interessante leggere quest'intervista: Intervista a Kiodo.

Bibliografia
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Baroni, M., e Nanni, F. (1989). Crescere con il rock. L’educazione musicale nella società dei mass media. Bologna: Clueb
Brake, Michael (1985) Comparative Youth Culture: The sociology of youth culture and youth subculture in America, Britain and Canada. New York: Routledge
Buzzi C., Cavalli A., & de Lillo A. (eds) (2007). Rapporto Giovani – Sesta indagine dell’Istituto IARD sulla condizione giovanile in Italia. Bologna: Il Mulino
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Gantz W., Gartenberg H. M., Person M. L., & Shiller S. O. (1978). Gratifications and expectations associated with pop music among adolescents. Popular Music and Society, 6, pp. 81-90
Gardner, H. (1983). Frames of mind, the theory of multiple intelligences. New York: Basic books
Gasperoni, Marconi, & Santoro (2004). La musica e gli adolescenti. Pratiche, gusti, educazione. Torino: EDT
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Consulta:
Quale musica per quali giovani? di Ludovica Scoppola http://www.tafterjournal.it/2013/02/04/quale-musica-per-quali-giovani/

Ma soprattutto leggi l'articolo allegato a questa pagina.

E poi anche questo: https://www.academia.edu/28530512/HIP-HOP_UNO_STRUMENTO_PEDAGOGICO


La cultura hip hop e l’educazione non formale: intervista al rapper Kyodo

Bolognina Basement ha incontrato Manuel Simoncini, in arte Kyodo, ex membro della crew bolognese hip hop Fuoco negli Occhi.

http://www.bologninabasement.it/cultura-hip-hop-e-leducazione-non-formale-intervista-al-rapper-kyodo/

Kyodo non è conosciuto solo come rapper, ma anche per aver contribuito a diffondere la cultura hip hop e ad utilizzare il rap come “strumento didattico”. Gli abbiamo chiesto di spiegarci cosa è per lui il movimento delle quattro discipline e come ha pensato di promuoverlo negli anni, fino a realizzare dei veri e propri laboratori con lo scopo di aggregazione e di creazione di momenti in cui, oltre alla messa in pratica delle proprie passioni, si apprende in maniera non formale.

Ciao Manuel, innanzitutto vorrei chiederti la tua definizione personale di hip hop e cosa rappresenta per te questa cultura.

Mi concentrerò sul comunicare cosa ha rappresentato e cosa rappresenta ora l’hip hop nella mia vita. È stato uno strumento risolutivo per la mia evoluzione personale, un momento di riflessione ma anche di evasione; una valvola di sfogo che mi ha permesso di dare un senso positivo alle situazioni difficili. E’ stato motivo di riscatto e di un forte senso di appartenenza che da un lato ha creato momenti utili al confronto e all’interpretazione della realtà, mentre dall’altro ha rischiato di essere un pretesto per chiudermi in me stesso.

L’hip hop può essere anche uno strumento e come tale può essere un libero veicolo di espressione, ma può rischiare di dipingere contesti fortemente omologanti. All’interno di una scena che asserisce “Peace, love, unity and having fun” crescono realtà in grado di influenzare il panorama musicale globale, opportunità di aggregazione e risoluzione dei conflitti, ma anche gerarchie, lotte per la supremazia, ansie da prestazione, stereotipi anti culturali. Purtroppo l’ambiente hip hop può divenire incredibilmente settario.

Quando hai iniziato i tuoi primi laboratori hip hop? Quando hai realizzato che il rap poteva essere un mezzo utile a sviluppare nuove forme di educazione?

L’hip hop è l’interfaccia che mi permette di esprimere artisticamente il genere di riflessioni che ti raccontavo prima, è lo strumento educativo che, attraverso l’intrattenimento, mi permette di arrivare ai ragazzi che partecipano ai miei laboratori e comunicare con loro. Da qui possiamo iniziare a parlare di edu-entertainament.

Sinceramente non avrei mai pensato di utilizzare l’arte dell’MC [Maestro di Cerimonia] in campo educativo-laboratoriale. Se me l’avessero detto a 18 anni non ci avrei creduto. Penso che se mi fossi prefissato di diventare un artista, fossilizzandomi nell’incarnare il modello del rapper proposto dal sistema che mi circonda, non sarei stato aperto al nuovo e non mi sarei nemmeno accorto di questa grande possibilità.

Come ho iniziato? Dopo aver fatto il servizio civile durante il quale organizzavo pomeriggi e serate di Open Mic [“Microfono Aperto”] con Dj Drogs, Brain ed altri, ho continuato ad essere coinvolto in iniziative di carattere sociale. Nel 2009 assieme ad alcuni educatori ho curato l’aspetto musicale di un cartone animato realizzato da adolescenti in più parti del mondo, Cartoon News, aiutandoli a comporre un brano e registrarlo assieme a loro.

In quel periodo lavoravo in magazzino e non pensavo che iniziative di questo genere mi avrebbero fatto cambiare stile di vita. Già sapevo che Mastino aveva gestito un laboratorio hip hop all’istituto tecnico Aldini Valeriani con ottimi riscontri, nel 2010 ho aiutato Gianni Kg a tenere un workshop alle scuole Fioravanti; in seguito ho preso così tanti contatti per organizzare laboratori finché nel 2012 sono stato assunto come educatore socio-culturale. Così, oltre ai Laboratori Hip Hop Philosophy, ho iniziato a lavorare in scuole, centri giovanili, prevenzione e informativa sulle dipendenze.

Ora sono iscritto all’università per avere il cosiddetto “titolo” dato che col passare del tempo risulta necessario. Inoltre mi sembrava importante integrare l’esperienza sul campo con la formazione accademica. Reputo interessante l’esperienza universitaria, mi fornisce numerosi spunti e metodi di lavoro, anche se talvolta risulta eccessivamente teorica.

Dopo le prime esperienze, hai pensato di dotare i tuoi laboratori di una struttura o di una metodologia? Cosa è cambiato rispetto ai primi anni in cui ti sei approcciato al mondo hip hop?

Idealmente cerco di seguire determinati passi in modo che le attività siano così organizzate: viene spiegato il percorso di questo movimento dagli anni ’70 ad oggi per capire il suo ruolo nella storia contemporanea; seguono in genere esercitazioni pratiche di improvvisazione in rima, conosciute generalmente come freestyle. Successivamente si passa alla scrittura, ci si concentra sull’aspetto metrico, ritmico e musicale e si discute sul tema del brano e sull’arte in genere. Mi capita anche di invitare ospiti specializzati nelle altre discipline (djing, b-boying, writing, beatboxing, beatmaking – se vogliamo sono sei e non quattro!). Quando la canzone è completa viene registrata e mixata ed eventualmente si gira il videoclip del brano realizzato durante il percorso. Infine si può preparare anche un live show a fine corso.

Inoltre il percorso laboratoriale è composto da un ciclo di varie fasi e ognuna delle fasi viene affrontata a livello collettivo (spiegando l’aspetto storico-sociale) e a livello personale (affrontando il lato teorico, pratico e intimo di ogni aspirante MC). Ovviamente non è quasi mai possibile un percorso così completo. In base alle ore che mi vengono date a disposizione cerco di adattare l’iter per raggiungere un risultato finale tangibile.

Cos’è cambiato da quando ho iniziato? Sicuramente gli adolescenti che partecipano ai workshop hanno minore capacità di concentrazione e carenza di attenzione riguardo gli aspetti teorici. Questo mi ha portato a focalizzarmi sempre più sulle sessioni pratiche e ad utilizzare maggiormente strumenti video. Il fenomeno scaturisce dall’utilizzo intensivo e precoce delle nuove tecnologie. Alcuni ragazzi risultano dipendenti dall’uso di Smartphone e Social Network a tal punto che in certe situazioni sono costretto a vietarne l’utilizzo, mentre in altre circostanze mi avvalgo di questi strumenti per aumentarne il coinvolgimento.

Quali sono i vantaggi e quali i punti critici dell’uso del rap nella didattica?

La “didattica rap” ha vari vantaggi: aiuta l’apprendimento e il perfezionamento del linguaggio, stimola l’immaginazione e mette nelle condizioni di confrontarsi positivamente con gli altri. L’auto narrazione è uno strumento importantissimo per sviluppare l’osservazione e lo sguardo critico sull’ambiente circostante. Ma se viene a mancare un momento di analisi e una disposizione a sviluppare queste caratteristiche c’è il rischio di formare identità inautentiche, interfacce nate per affrontare ciò che ci circonda in maniera stereotipata. Questo processo sembra alleviare le sofferenze e i disagi nell’ambito delle relazioni, ma rischia di far scivolare il narratore nell’identificazione in un personaggio che non è altro che un costrutto culturale assimilato dall’esterno.

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