Rap E Narrazione Autobiografica

Scenari digitali e orizzonti narrativi non convenzionali

Donatello Smeriglio

http://www.vegajournal.org/content/archivio/57-anno-vii-numero-2/240-scenari-digitali-e-orizzonti-narrativi-non-convenzionali

La complessità della società odierna, sempre più tecnologicamente evoluta, ci impone di riflettere a livello didattico-pedagogico sulle influenze che tale progresso ha avuto sul sistema formativo, e in particolar modo su come siano cambiate le modalità attraverso le quali si rintracciano i saperi, così come ci si rapporta alla conoscenza.
In tal senso oggi parlare di formazione implica necessariamente una profonda riflessione sulla dimensione informale dell’educazione. Il confine, infatti, tra quest’ultima e lo spazio formale del fare didattico-pedagogico è ormai sottile; considerazione questa che acquista maggior peso se si guarda al ruolo fondamentale che i media hanno assunto nel tessuto sociale di oggi e l’impatto culturale che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno avuto sul mondo giovanile. A tal proposito il web si propone come contesto di significazione espanso nelle sue ridefinizioni e riconfigurazioni digitali, ambiente nel quale germogliano nuove forme identitarie e molteplici tipizzazioni caratteriali sempre più interconnesse alle diverse funzioni proprie delle tecnologie informatiche odierne (bambini multitasking – blogger – spoiler - ecc.). La rete pertanto guadagna sempre più credito nell’attenzione dei giovani in virtù del fatto che essa presenta modelli culturali innovativi, sui quali i ragazzi poggiano non solo le loro basi ideologiche, ma anche quelle pratiche del realizzarsi professionalmente, così come del tessere relazioni, del raccontarsi, del mettersi in scena, dell’assumere molteplici identità.
Un nuovo modo di esprimersi e di costruire la propria personalità nel tempo della “cultura convergente” [1], quest’ultima prodotto sia dei molteplici dispositivi informatici sviluppatisi negli ultimi anni, sia dei diversi formati con i quali i contenuti della comunicazione vengono declinati per potersi adattare alle differenti piattaforme tecnologiche che li distribuiscono in modo sempre più capillare e pervasivo, che, soprattutto, effetto del processo sociale di oggi, caratterizzato da un maggiore e diverso accesso alla conoscenza da parte della generazione digitale, dei giovani, chiamati appunto dalle nuove tecnologie a ricercare e attivare nessi, congiunzioni tra contenuti mediatici plurimi. La “convergenza” che intendiamo non è quindi legata tout court al progresso tecnologico e alla proliferazione di strumenti hi-tech sempre più sofisticati e multi-funzione, ma è quella che si realizza nella dimensione intrapsichica dei singoli, nonché nella partecipazione attiva da parte dei giovani alla vita culturale e sociale, queste ultime sempre più legate a forme di racconto autobiografico, letterario e iconografico, che configurano (e a loro volta vengono configurate) i socio-media, i canali di trasmissione telematica di ultima generazione. La riflessione che si vuole fare riguarda proprio il rapporto tra tecnologie e nuove forme di scrittura, tra scenari digitali e orizzonti narrativi non convenzionali come quelli dell’mcing. Una traccia tematica che proporrebbe come ipotesi teorico-operativa una impostazione didattica più orientata ai processi educativi che alla sola trasmissione dei contenuti, nella piena consapevolezza di come il racconto (il processo di scrittura) agisca intimamente nella sfera emozionale, metacognitiva (non solo cognitiva) di chi lo esercita, così come la concreta possibilità di ampia diffusione e condivisione delle esperienze fatte, dei ricordi, del proprio vissuto, attraverso l’utilizzo dei nuovi sistemi di comunicazione telematica, funge da catalizzatore e amplificatore motivazionale.
Il campo d’indagine, allora, da cui si vuole partire è proprio quello che riguarda il contesto educativo informale, l’orizzonte narrativo non convenzionale. Un percorso riflessivo e di ricerca che, attraverso l’esame della particolare forma narrativa dell’mcing (parte del più ampio fenomeno socio-culturale che è quello dell’hip-hop), intende sottolineare il carattere educativo del racconto, nella raggiunta consapevolezza di come: a) la scrittura stia subendo una rilevante trasformazione strutturale e linguistica dovuta al diffondersi delle tecnologie telematiche. Una metamorfosi che a volte rischia di assumere connotazioni sterili, frutto di un generale appiattimento lessicale e omologazione stilistica (dovuta anche a una disaffezione verso stili narrativi più sofisticati); b) di come siano cambiate le modalità attraverso le quali i ragazzi si raccontano. Negli scenari digitali, infatti, gli orizzonti narrativi non convenzionali si delineano in forme simboliche ibride ed eterogenee, rivolgendosi spesso a canali comunicativi e modelli espressivi propri dei media, provenienti dal mondo della canzone, del cinema, della pubblicità (parlare per slogan).
Per meglio evidenziare questo rapporto dialogico di contaminazione tra media e scrittura, in modo particolare la forza che il racconto ha su chi lo esercita, nonché i riverberi che lo stesso diffonde sul tessuto socio-culturale, si è voluto prendere in esame una particolare forma narrativa che è quella dell’mcing, una delle discipline che compongono l’universo hip-hop, nella quale è riscontrabile, a nostro parere, una forte valenza pedagogica, esplicitata dalla scrittura autobiografica dell’mc. L’hip hop è un movimento culturale nato alla fine degli anni sessanta, inizio settanta, prevalentemente nelle comunità afro-americane e latino-americane del Bronx. Un movimento che si poneva in contrapposizione alle politiche governative di quel tempo, e che si batteva per l’integrazione sociale, rivendicando diritti anche per i ceti più poveri e per le minoranze. In questo contesto, l’mc (maestro di cerimonie) è una delle figure principali della cultura hip-hop, colui che attraverso le sue parole, le sue rime, catalizza l’attenzione del pubblico animandolo, intrattenendolo. I master of ceremony possono essere considerati, a ragion veduta, i cantastorie di fine XX secolo e inizio nuovo millennio, i portavoce dei ceti più poveri, profeti e miscredenti[2]. Pertanto l’mcing è l’azione del dir cantando, stile espressivo ritmico e musicale dove l’importanza del testo diventa fondamentale tanto quanto il gioco verbale, gli intrecci, le trame attraverso il quale lo stesso viene costruito. Quest’ultimo, attinge al linguaggio comune, di tutti i giorni, facendo propri i codici comunicativi che si originano, si sviluppano e si rinnovano nelle strade, nei vicoli, “infondendo ad essi nuovo vigore grazie a tecniche che sono tipiche dell’oralità formalizzata, cioè poeticizzata, come rima, ritmo, formulaicità”[3].
Partire, pertanto, dall’analisi di tale forma narrativa non convenzionale vuole servire ad avvalorare l’ipotesi che in essa possano esistere e co-esistere diverse dimensioni: 1) educativa e auto-educativa, legata appunto alla particolare forma narrativa autobiografica dell’mcing, quest’ultima intesa come viaggio identitario, intrapsichico e di sviluppo della personalità; un percorso di ricerca interiore che attraverso il racconto recupera la dimensione emozionale, scandagliandone così gli anfratti più nascosti dell’anima, luoghi metaforici che nelle trame degli scritti dell’mc trovano molteplici attribuzioni di senso e differenti interpretazioni; 2) letteraria, espressa attraverso il peculiare stile poetico del rapper, sempre in simbiosi col “testo” musicale (la parola si fa strumento); 3) didattica, rintracciabile nel momento in cui l’mcing diviene modello per: a) avvicinare i giovani alla poesia; b) poter sviluppare abilità di scrittura e incentivare pratiche autobiografiche nei giovani; c) promuovere un uso creativo del web; 4) strumentale, di ricerca, per conoscere i canali e gli strumenti privilegiati dai ragazzi per raccontarsi e/o “raccogliere” i ricordi (per esempio l’uso di specifiche tecnologie, quali: memorie digitali, blog, siti web, social network, ecc.)
Per riscontrare tali valori all’azione dell’mcing, bisogna rivolgersi ad alcuni principi che gravitano non soltanto nell’ambito pedagogico, ma anche in quello psicologico, sociologico, della comunicazione.
Una possibile spiegazione della forte azione educativa/autoeducativa, nonché persuasiva e coinvolgente di questa particolare forma narrativa, sta nel carattere performativo [4] del racconto autobiografico del rapper, carattere amplificato dalla “veste” musicale che ne sancisce i toni e ne caratterizza i significati, che agirebbe sui destinatari in modo sensibile, maggiormente quando i fatti esposti trovano connessioni oggettive comuni, comunicabili e condivisibili.
È indubbio, infatti, che il rap proponga discorsi pragmatici e, servendosi dell’incisività del proprio linguaggio, agisca già nel suo enunciarsi. Molti degli scritti degli Mc, infatti, esaltano costantemente il potere delle parole, enfatizzando l’effetto che queste ultime provocano per il solo fatto di essere pronunciate [5]. Un effetto dirompente che si ripercuote non solo sul contesto sociale, ma fondamentalmente si riflette sulla sfera personale di chi scrive, di chi racconta il proprio vissuto, di chi esterna le proprie sensazioni, i propri disagi.
In tale prospettiva la scrittura dell’mc espliciterebbe l’idea di formazione come conversazione autobiografica, come processo autoeducativo, di maturazione della coscienza, e parallelamente proporrebbe emblemi socio-pedagogici, vissuti, esperienze, narrazioni, storie di vita dalle quali trarre linee guida, indicazioni, suggerimenti, norme, per mezzo dei quali comprendere le trame intricate e complesse dell’esistenza[6].
“Neuro-deliri incontrollabili dan’ vita a immagini distorte,
la vita corre in linea con la morte;
tra sacro e profano realtà, miracoli, la mente arriva oltre
la vita corre in linea con la morte”.
Mauri B, Neurodeliri, 1999
L’mcing, in quanto narrazione autobiografica, agisce intimamente in chi la esercita nel ripensamento e nella ricostruzione di sé, nella riflessione e nella rivalutazione delle proprie credenze e dei propri pensieri, anche i più nascosti e profondi, nella riconsiderazione delle cose fatte e nella progettazione delle opere future. Conseguentemente l’mcing opera come possibile traccia ispiratrice, nel momento in cui il pensiero autobiografico si traduce in raffigurazione, divenendo memoria rappresentata ed estesa in testo.
“Chi sono? Dove sono
L’unica cosa che sazia la mia ira è ‘sto suono.
Dare vita a fogli con nervatura in china,
mettere tutto ciò che provi in una rima.”
Monsieur Fantomas, Alter Ego, 2008
Ed è proprio nell’incisività dell’espressione stilistica dell’mc che si rivela il carattere performativo di tale forma di comunicazione, così come si evidenzia il valore auto-educativo/educativo della stessa, riferito all’esigenza di ricomporre il senso del vivere, da parte del rapper, attraverso la narrazione autobiografica.
Un valore pedagogico, quello espresso dalla poetica dei cantastorie di fine XX secolo e inizio nuovo millennio, poco indagato, rispetto a una più ampia trattazione in ambito sociologico, storico, e naturalmente discografico e critico musicale. Ma proprio da tali studi, che hanno inteso comprendere il fenomeno hip-hop nel suo divenire “evento globale”, è individuabile il forte potere persuasivo, psicologico e formativo della narrazione autobiografica dell’mc [7], quest’ultima intesa come strumento di comprensione del sé più intimo, scrigno prezioso della memoria storica, individuale e collettiva, forma-matrice di nuove istanze culturali e di cambiamenti socio-politici ed economici [8].
L’evoluzione della cultura hip-hop, dalle sue origini giamaicane negli anni sessanta, alle prime forme espressive caratteristiche, riscontrabili nei sound system organizzati nei caseggiati del Bronx, ha raggiunto una dimensione di largo consumo e ampio consenso popolare, influenzando in modo significativo molti aspetti della vita sociale. L’hip-hop pertanto diviene non solo strumento di rivalsa, di denuncia e d’integrazione sociale, ma paradigma culturale, appunto, grazie al forte potere comunicativo, multilinguistico, pervasivo e performativo che esso mostra (parole, musica, graffiti, danza – da cui, appunto, le discipline che compongono l’universo hip-hop: mcing, djing, writing, breaking), capace di incidere su molte sfere della vita sociale degli uomini (in modo più rilevante e diretto sulle giovani generazioni), rivoluzionandone le strutture economiche, così come quelle estetiche e in modo più intimo anche gli orizzonti valoriali. L’effetto di tale terremoto socio-culturale è riconducibile appunto alla particolare forza comunicativa e persuasiva che la scrittura, musicata e in rima, dell’mc esprime e veicola, legata com’è, prevalentemente, a una struttura sintattica e lessicale semplice, spesso gergale, vernacolare (utilizzo dello slang – del dialetto), con una forma espressiva immediata e diretta, strettamente connessa alla dimensione personale, autobiografica dell’mc stesso, che ne amplifica l’azione (da cui lo slogan: keep it real). Uno stile narrativo, quello del “maestro di cerimonie”, tipico del raccontarsi autobiografico contemporaneo, dove l’io si fa personaggio attraverso un’elaborazione fantasmatica di sé, complessa e nutrita d’incertezza, così come desiderosa di rivedere e riconsiderare il sé medesimo; ma soprattutto un’elaborazione fortemente legata a un farsi leggere in controluce, a una volontà di comunicazione, a un’esigenza di integrazione sociale. L’io raccontato dall’mc si apre davanti a se stesso come scoperta e come mistero, “come abisso e come intrico, teso tra contingenza e utopia, tra debolezza e volontà, tra sé e l’altro, in un groviglio veramente inestricabile” [9]. Un percorso educativo complesso che è esperienza chiave, nel tempo della deriva dell’io, dell’indebolimento del soggetto per l’oggetto, e che abbandona la visone dell’uomo come monade, come isola, ma piuttosto ne sottolinea la necessaria dimensione relazionale che ne configura un io conflittuale, dinamico, spesso camaleontico, sul quale agiscono forti fattori ambientali.
A tale cornice argomentativa e riflessiva (mcing e autobiografia), si inseriscono le questioni relative alle nuove tipologie di scrittura, queste ultime legate ai molteplici dispositivi informatici di oggi, che alimentano la moltiplicazione di alter ego, riconfigurando di continuo il cyberspazio, e determinando così quella facoltà che Pierre Levy definisce col termine di “intelligenza collettiva”[10] e Derrick De Kerckhove con quello di “intelligenza connettiva” [11]. Un forte appeal che Internet ha sui suoi utenti, dimostrato dall’ampio uso che i ragazzi fanno dei social network e di quelle particolari forme comunicative che sono proprie di tali piattaforme tecnologiche (MySpace, Facebook, Twitter, Badoo, ecc.) [12] .
Anche in questo caso sembra necessario rivolgere un attento sguardo pedagogico verso il contesto educativo informale del cyberspazio, per tentare di comprendere le nuove dinamiche relazionali, psicologiche, emozionali e motivazionali che s’instaurano tra i navigatori della rete e come le tecnologie della comunicazione e dell’informazione possano incidere, quantitativamente e qualitativamente, sui processi di scrittura in generale, e sulle prassi autobiografiche in particolare.

Note
[1] Jenkins H., Cultura convergente, Apogeo, Milano, 2007
[2] Ferrari P., http://guide.supereva.it/rap_e_hip_hop/interventi/2002/08/116628.shtml
[3] Borroni M., Rime di sfida. Rap e poesia nelle voci di strada, Arcipelago edizioni, Milano, 2004, p. 11
[4] Searle J., Atti linguistici, Boringhieri, Torino, 1992
[5] Borroni M., Op. cit., p. 26
[6] Demetrio D., Istituzioni di educazione degli adulti. Il metodo autobiografico, Guerini Scientifica, Milano, 2002
[7] Gusdorf G., Autobiographie, Paris, O. Jacob, 1991
[8] Cambi F., L’autobiografia come metodo formativo, Laterza, Bari, 2007
[9] Cambi F., Ivi, p. 7
[10] Lévy P., L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyberspazio, Feltrinelli, Milano, 2002
[11] De Kerckhove D., Brainframes. Mente, tecnologia e mercato, Baskerville, Bologna, 1993
[12] Smeriglio D., Il carattere formativo della scrittura autobiografica dell’mc, in Il Nostro Tempo e la Speranza, n.6, giugno 2011.

Bibliografia
Borroni M., Rime di sfida. Rap e poesia nelle voci di strada, Arcipelago edizioni, Milano, 2004
Bruner J., La mente a più dimensioni, Laterza, Bari, 2000
Cambi F., L’autobiografia come metodo formativo, Laterza, Bari, 2007
Chang J., Can’t stop won’t stop. L’incredibile storia sociale dell’hip-hop, Shake Edizioni, 2009
De Kerckhove, Brainframes. Mente, tecnologia e mercato, Baskerville, Bologna, 1993
Demetrio D., Istituzioni di educazione degli adulti. Il metodo autobiografico, Guerini, Milano, 2002
Demetrio D., Raccontarsi, Cortina, Milano, 1995
Demetrio D., L’educatore auto(bio)grafico, Milano, Unicopoli, 1999
Giovagnoli Max, Cross-media. Le nuove narrazioni, Apogeo, Milano, 2009
Gusdorf G., Autobiographie, Paris, O. Jacob, 1991
Jenkins H., Cultura convergente, Apogeo, Milano, 2007
Laneve C., Scrittura e pratica educativa, Erickson, Trento, 2009
Lévy P., L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyberspazio, Feltrinelli, Milano, 2002
Lévy P., Le tecnologie dell’intelligenza. Il futuro del pensiero nell’era dell’informatica, Ombre corte, Verona, 2000
Pacoda P., Hip hop italiano. La Cnn dei poveri, Einaudi, Torino, 2000
Ricoeur P., Dal testo all’azione, Jaca Book, Milano, 2004
Searle J., Atti linguistici, Boringhieri, Torino, 1992

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