Ribelli Senza Ragione

La contestazione giovanile che comincia ad emergere sul finire degli anni Cinquanta - inizi anni Sessanta del secolo scorso porta alla luce un conflitto generazionale che Georges Lapassade, in Mito dell'adulto, Guaraldi, Bologna, 1972, interpreta come ribellismo nichilistico. Per quanto si tenti di montar sulla loro testa un cappello politico, i giovani protestari non sono mossi da un'istanza politica: "non hanno un programma con l'esplicito scopo di cambiare un ordine sociale. Ma non sono neppure dei delinquenti di tipo tradizionale: non cercano, per l'essenziale, di trarre un profitto da questa società, della quale distruggono le 'ricchezze' e i simboli" (p. 216). Essi si muovono per una preminente volontà di distruzione, si tratta di una protesta radicale contro l'organizzazione sociale "che non ha trovato altri mezzi per esprimersi" (p. 221). In questo senso si può dire che si tratta di una vera e propria forma di nichilismo. "E' nell'orizzonte del nichilismo che viene a collocarsi la 'rivolta senza ragione': rivolta nata dall'incontro tra l'individuo in formazione ed un mondo che non può più dare un senso alla vita" (p. 222).
Nelle società tradizionali i giovani erano 'dolcemente assoggettati' alle norme dell'adulto con cui essi si identificavano nel rito. I giovani contestatori degli anni Sessanta sono diventati indifferenti al mondo che li attende, all'adulto che chiediamo che diventino. Qui il segno di una crisi epocale. Nella rivolta dei giovani si può vedere, osserva Lapassade, "una contestazione fondamentale della norma dell'adulto, precorritrice della sua decadenza" (p. 224).
Dagli anni Novanta in poi cominciano a delinearsi nuove tendenze. Non più atti di contestazione radicale del sistema, ma mobilitazione volta a costruire piccole o grandi tribù, ognuna attentamente protesa a coltivare i propri idoli, i propri riti, i propri tabù. Sembra venuta meno la fiducia nella ragione sostituita da un abbadono alle emozioni, che va a definire un presente insieme euforico e tragico.
L'Occidente ha lavorato a sviluppare la razionalità come strumento per canalizzare la violenza e tenerla sotto controllo, ha verificato una crisi di tenuta negli anni Sessanta, in cui vi è uno iato generazionale che mostra come i giovani fossero poco disponibili a prendere in carico una società ossessionata dall'igienismo sociale e dal culto del rischio zero e infine un suo esplicito rifiuto in questi ultimi anni, in cui le nuove generazioni hanno cominciato a parlare una lingua nuova, che ha messo sotto pressione certezze ed abitudini, erroneamente reputate come irrevocabili.
Come dice Maffesoli, i giovani odierni "non vivono più proiettati nell'avvenire: vivono solo l'istante". "I giovani non abbracciano più l'idea del progresso, di un orizzonte da conquistare, si concentrano piuttosto su valori come solidarietà e impegno, qui e ora", oppure si lasciano suggestionare da riti tribali oscuri e violenti (il riferimento è al proliferare di sette a sfondo più o meno religioso, ovvero al fenomeno degli ultras, delle bande giovanili e di altre forme di violenza collettiva). Si profila un tempo ambiguo, ben rappresentato, secondo il sociologo francese, dalla straordinaria fortuna della saga di Harry Potter. (Cfr. Intervista Maffesoli).
"Harry Potter incarna una parte d'ombra dell'essere umano, l'ambiguità del nostro tempo. Infatti nel mondo di Potter a volte il bene non trionfa. Nel suo mondo ci sono riti iniziatici, prove fisiche, a dimostrazione che l'educazione non è più una pratica razionale ma, come accade nelle società primitive, il corpo vi partecipa. E, come nei riti tribali, la morte è sempre in agguato".
La legge universale, il potere della norma valida erga omnes, viene meno: tramonta il padre, emerge il fratello: "rigettiamo il potere, ma cerchiamo autorità nel crescere insieme. Internet è l'espressione compiuta di questo". Prevalgono le procedure bottom-up su quelle top-down, ci piace sentirci co-costruttori di qualcosa, in cui ci riconosciamo e a cui apparteniamo. C'è meno fiducia nella parola costruttrice di senso e più desiderio di diventare elementi di pratiche comuni, in cui il corpo parla. Da qui deriva una crisi profonda dei sistemi formativi, i quali si sono costituiti per poter parlare in nome del padre e per poter aiutare i giovani a decifrare criticamente il mondo. (Cfr. R. Maragliano Parlare le immagini, Apogeo, Milano, 2008).


Per approfondire: Giovani in rivolta


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