Rousseau E L Origine Della Lingua

Rousseau

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Linguaggio e civiltà sono termini inseparabili, né si può supporre forme di umana convivenza, senza la parola che consente il comunicare e l’intendersi, cioè l’aprirsi dell’uomo al suo simile, e quindi al progresso.
Rousseau, che ha studiato i rapporti che legano gli uomini tra di loro, i vincoli che uniscono gli individui, onde essi diventano sociali, costruendo progressivamente la loro umanità, non poteva non guardare al linguaggio, quale mezzo di comunicazione e d’intesa, e chiedere ad esso, quale prima manifestazione dell’uomo, il segreto delle origini, la prima testimonianza sul passato. L’uomo è un essere che si realizza nel tempo , che se fosse rimasto nell’immobilità dei primordi, allo stato di natura, nella condizione del branco, non avrebbe conosciuto né società né parola, né alcuna forma di civiltà; che se poi, per un complesso imprevedibile di eventi, il progresso ha segnato anche decadenza, rimane egualmente importante scoprire il modo secondo cui egli ha realizzato la sua umanità.

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Pertanto la conoscenza dell’uomo non si può separare dalla conoscenza delle forze che hanno operato su di lui, modificandolo; e queste, a loro volta, rimandano alla natura che influenza e condiziona l’esistenza dei singoli, e alla società nella quale l’uomo vive e si sviluppa. La storia dell’uomo si presenta in tal modo come ricerca delle vie attraverso le quali l’uomo è passato, per giungere all’attuale condizione; delle modificazioni che egli ha subito, per le forze contrastanti che hanno agito su di lui, contribuendo alla formazione di costumi e di modi di vita, che indubbiamente hanno avuto il loro riflesso anche sul piano della coscienza.

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Oggi si guarda alla lingua come un sistema logico-semantico, nel suo complesso degli elementi che la costituiscono; regolato da leggi che ne rendono possibile la trattazione scientifica, staccato dal momento emozionale e genetico. Si guarda non all’atto creativo, da cui emerge la parola, ma al sistema di cui esso fa parte, cioè alla lingua, in quanto costituente una realtà codificata nelle sue articolazioni, e perciò comune ai parlanti, la parola invece, in quanto momento individuale, esprime l’arbitrio, e perché tale fuori dagli schemi della trattazione oggettiva e distaccata, caratteristica della scienza. La accentuazione del momento universale, cioè il sistema dei segni già costituito, ha fatto risorgere quasi una mistica della mente collettiva, proiettata fuori dei concreti individui, un astratto universale, mentre ciò che esiste non è la morta lingua dei vocabolari, fissata e classificata, bensì quella che fiorisce sulle labbra dei parlanti.

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E’ da notare ancora, come nel Rousseau, se per un verso la ricerca linguistica rimanda a quella sociologica, per un alto invece alle egualmente importanti indagini sulla musica. In quest’ultimo campo egli aveva una particolare competenza, teorica e pratica, come è testimoniato dalla polemica col Rameau, il che lo poneva in condizione di meglio cogliere la musicalità della parola, e quindi l’intima connessione di poesia e canto.

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“La parola distingue gli uomini dagli animali; il linguaggio le nazioni tra di loro; non si conosce donde sia un uomo se non dopo che egli ha parlato. L’uso e il bisogno fanno apprendere a ciascuno la lingua del suo paese non d’un altro? Bisogna risalire, per spiegarlo a qualche ragione che si riferisca al luogo e sia anteriore agli stessi costumi: la parola, essendo la prima istituzione sociale, non deve la sua forma che a cause naturali.”

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La parola, afferma Rousseau, non è dell’uomo di natura, di quello delle foreste; essa è la prima istituzione sociale, e fuori dalle associazioni umane non nasce né si spiega.

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Quando però si voglia agire sui cuori e commuoverli, allora il linguaggio del gesto ha scarso valore; la parola eccita di più, scuote, desta le passioni. Se l’uomo non avesse avuto che puri bisogni fisici, il linguaggio del gesto gli sarebbe stato sufficiente;
“La prima invenzione della parola, non viene dai bisogni, ma dalle passioni. Si deve dunque credere che i bisogni dettarono i primi gesti e le passioni strapparono le prime voci.”

Furono i bisogni morali che spinsero gli uomini ad unirsi, cioè le passioni; i moti del cuore non si comunicano che con la parola: “Non la fame, non la sete, ma l’amore, l’odio, la pietà, la collera strapparono a loro le prime voci”

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Se le prime voci furono inarticolate, quali grida e gemiti, le prime lingue ebbero carattere poetico e si espressero col canto; costituite di immagini e di figure mirarono a presentare, ai sensi quanto all’intelletto, i sentimenti e le passioni che nella parola cercano la via per esprimersi.

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L’uomo nel linguaggio proietta se stesso, il suo mondo interiore ma questo si sviluppa e si amplia nella misura in cui le sue relazioni si estendono. Il linguaggio del gesto quindi trova collocazione nel limitato ambiente della famiglia, nello stato dei primordi; quello articolato della parola, in una società più ampia, quando più vaste relazioni si sono intrecciate, creando un mondo di affetti.

Ma è certo la parola, più del gesto, che meglio si adegua alla nascente spiritualità, perché più duttile e non legata a determinazioni spaziali. Le passioni che essa esprime, e che per la loro violenza strappano le prime voci, risentono dell’interni stati d’animo; esse non trovano inizialmente espressione in forma pacata e piano, ma nella poesia e nel canto, e propriamente nella metafora.
Non ci si esprime in termini astratti, in concetti, ma in immagini. Parole e canto sono congiunti; non rappresentano due differenti modi di esprimersi ma uno solo: è la lingua appassionata.

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Per Rousseau il momento migliore, nella storia del linguaggio, è quello caratterizzato dalla parola viva e appassionata, musicale e poetica, nella quale è presente tutto l’uomo, con i suoi sentimenti e le sue passioni. La lingua non è costituita nella sua fissità; è fluida e si piega a i più notevoli stati d’animo; è ricca di anomalie e di sinonimi, perchè quanto essa esprime non è visto nell’astrattezza del suo aspetto essenziale, ma duttile, e quindi mutevole, come le individuali prospettive da cui si può guardare alle cose.

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“Più una nazione legge e si istruisce, più i suoi dialetti si cancellano; e in fine essi non restano più che in forma di gergo presso il popolo, che legge poco e non scrive affatto”. Secondo Rousseau, quindi, la parola si modifica e si cristallizza, perdendo la sua vivacità; la parola che è nata col canto, perché essa stessa canto, perde la musicalità e la poesia quando si fissa nella scrittura: “Tutto ciò porta alla conferma di questo principio, e cioè che per un naturale progresso, tutte le lingue colte debbono cambiare di carattere e perdere di forza, guadagnando in chiarezza; e che più ci si applica a perfezionare la grammatica e la logica e più si accelera questo progresso; e che per rendere ben presto una lingua fredda e monotona basta fondare delle accademie presso il popolo che la parla”.

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Ogni popolo che sia una comunità umana, stretta da vincoli d’affetto, possiede un linguaggio vivo e appassionato, non importato o trasferibile come la scrittura, ma suo proprio, costitutivo della sua spiritualità. La nazione si esprime nei costumi d’un popolo e nella sua lingua.

I costumi e le tradizioni vanno gelosamente conservati, e con essi la parola, che è lo specchio vivente di quella spiritualità.

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Rousseau sostiene la creatività del linguaggio, e perciò il suo rispondere ad esigenze spontanee, che si manifestano nella parola; ma in quanto esso esprime un mondo d’affetti e di sentimenti, che inizialmente, per il turbamento che provocavano le passioni, trova adeguata espressione nel canto. Il linguaggio è inteso pertanto come il naturale veicolo del momento fantastico e sentimentale, che si agita nella coscienza primitiva; non mediato dalla riflessone, non frenato dalla ragione. E il mondo d’affetti che esso esprime non solo traduce l’individualità di chi parla, ma dell’intero gruppo, sicché esso si presenta come espressivo dello spirito popolare.

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“Sia dunque che si ricerchi l’origine delle arti, sia che si osservino i primi costumi, si vede che tutto si riduce, nel suo principio, ai mezzi per provvedere al sostentamento; e quanto a quei mezzi che radunano gli uomini, essi sono determinati dal clima e dalla natura del suolo. Pertanto con le stesse cause bisogna spiegare la diversità delle lingue ed il contrasto dei loro caratteri”.

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È da rilevare inoltre come il condizionamento naturale si estenda, determinando la società, a tutto l’uomo, perché ne sollecita i bisogni, e il conseguente impulso all’appagamento. “La terra, afferma Rousseau, nutre gli uomini; ma quando i primi bisogni li hanno dispersi, altri bisogni li avvicinano, e solo allora essi parlano e fanno parlare di sé”.

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Sulle lingue influisce il clima, che formando il carattere degli uomini che le parlano, dà accenti e toni differenti alla loro espressione. Le lingue del Mezzogiorno sono voluttuose e appassionate, sonore e vive, perché dettate da passioni piacevoli; quelle del settentrione aspre e dure, come la tempra di quei popoli, che solo perché dotati hanno potuto sopravvivere, in seno alla natura ostile. Queste ultime hanno trovato la loro espressine più precisa nella richiesta d’aiuto, che l’uomo rivolge al suo simile, nel momento del bisogno. Ma entrambe quelle lingue, traducono l’espressione che le detta, cioè di amore o di collera, di persuasione o i minaccia. Nella lingua si esprime tutto l’uomo, così come è stato modellato dalla natura, dal modo di vita che egli conduce, e dall’influsso degli elementi che operano su di lui.
Le lingue del Nord sono chiare e precise, quelle del Mezzogiorno dominate dalla passione;

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L’espressione linguistica non può separarsi da quella poetica, né dalla musicale;

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Rousseau ha rivalutatola musica rivalutando il sentimento e considerandola come il linguaggio che para più da vicino al cuore dell’uomo.
Secondo Rousseau la musica esprime ed imita le infinite varietà e sfumature del cuore umano.

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L’armonia esprime per Rousseau la degenerazione della musica, la definitiva scomparsa della bellezza melodica quando ancora non si era operata la scissione fra canto e poesia, perché la parola era essa stessa canto. La perfezione è proiettata alle origini, nel remoto passato, alle lingue del Mezzogiorno, nelle quali l’accento rappresentava la musicalità della parola.

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Le passioni, turbando fortemente l’uomo, forzano gli organi vocali ad esprimere i sentimenti in forme adeguate, tenere o minacciose, a seconda di come i medesimi organi si modificano, riflettendo atteggiamenti di carattere morale.

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Colori e suoni esprimono delle passioni che di riflesso destano le nostre passioni. Non si potrebbe spiegare diversamente quanto la nostra anima prova di fronte a fatti puramente naturali, quali le vibrazioni dell’aria per la musica o le vibrazioni dei colori per la pittura; non potremmo sentire commozione o gioia, dolore pietà se la parola che ce ne dà comunicazione o non riflettesse quei sentimenti medesimi, destandoli in noi per risonanza, e quindi ponendoci nella condizione di chi li prova.
La parola originariamente fu poesia e canto, cioè melodia.

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“La melodia, afferma Rousseau, imitando le inflessioni della voce, esprime pianti, le grida di dolore di gioia, le minacce e gemiti: tutti segni vocali delle passioni le competono… essa non imita soltanto, ma parla; e il suo linguaggio inarticolato, ma vivo, ardente e appassionato ha cento volte più energia della parola stessa.

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Rousseau tuttavia conferisce particolare importanza all’elemento naturale, in quanto fattore condizionante la vita dell’uomo, e pertanto motivo di differenziazione delle lingue, come dei costumi dei popoli.

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Rousseau ha mostrato il peso che a la lingua nella vita dei popoli, in quanto li caratterizza e li distingue, associandoli nella comunità della nazione, individuandoli fra i tanti aggregati umani, dando loro un volto determinato e preciso.

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In tutte le lingue le esclamazioni più vive sono inarticolate; le grida, i gemiti sono semplici voci;

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La scrittura, che sembra dover fissare la lingua, è precisamente ciò che l’altera; essa non ne cambia le parole ma il genio, sostituendo l’esattezza all’espressione. Si esprimono i propri sentimenti quando si parla, le proprie idee quando si scrive. Scrivendo si è costretti a prendere tutte le parole nell’accezione comune; ma colui che parla, modifica le accezioni mediante i toni, le determina come gli piace; meno impacciato per essere chiaro, da più forza al tono; non è possibile che una lingua che si scrive conservi a lungo la vivacità di quella semplicemente parlata. Si scrivono le voci e non i suoni; ora, in una lingua accentata sono suoni, accenti, le inflessioni di ogni specie,che fanno più grande energia del linguaggio, e rendono una frase, per altro comune, appropriata solo nel poto dove essa è.

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Sia dunque che si ricerchi l’origine delle arti, sia che si osservino i primi costumi, si vede che tutto si riconduce nel suo principio ai mezzi per provvedere al sostentamento; e quanto a quei mezzi che radunano gli uomini, essi sono determinati dal clima e dalla natura del suolo. Pertanto con le stesse cause bisogna spiegare la diversità delle lingue e il contrasto dei loro caratteri.

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Nei climi meridionali, dive la natura è prodiga, i bisogni nascono dalle passioni; nei paesi freddi dove esse è avara, le passioni nascono dai bisogni, e le lingue, tristi figlie della necessità, risentono della loro dura origine.

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Quelle del Mezzogiorno dovettero essere vive, sonore, accentate, eloquenti e spesso oscure a forza di energia; quelle del Nord dovettero essere sorde, rudi, articolate, stridule monotone, chiare a forza di parole, piuttosto che per una buona costruzione.

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Una lingua che ha solo articolazioni e voci, non ha quindi che la metà della sua ricchezza: essa esprime le idee, è vero; ma per esprimere i sentimenti e le immagini, le ha bisogno ancora un ritmo e dei suoi, cioè una melodia ecco ciò che aveva la lingua greca e ciò che manca alla nostra.

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Si cita, come potere fisico dei suoni la guarigione dalla puntura delle tarantole. Non occorrono né suoni assoluti né le stesse arie, per guarire quelli che sono punti da questo insetto; ciascuno di loro occorre invece, l’aria di una melodia che gli sia nota e delle frasi che comprende. All’italiano occorrono aree italiane; al turco aree turche. Ciascuno è colpito solo dagli accenti che gli sono familiari; i suoi nervi non vi si prestano che per quanto il suo spirito ve li dispone; bisogna ch’egli intenda la lingua che gli si parla, perché ciò che gli si dice possa metterlo in movimento.

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“Sarebbe la materia di un esame molto filosofico, osservare ne fatti e mostrare con gli esempi, quanto il carattere, i costumi, gli interessi d’un popolo influiscano sulla sua lingua”.

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