Statuto Del Suono

La semiologia ha tentato di leggere la musica come fenomeno linguistico, ha tentato di verificare se nello studio della musica si potesse individuare una “doppia articolazione”, se si potesse giungere a individuare una espressione ed un contenuto, se avesse senso parlare di strutture superficiali e strutture profonde.
Ora, proprio il rapido declino della disciplina prova la scarsissima produttività di questi tentativi. La musica infatti non si presta alle dicotomie della semiologia, essa tende a manifestarsi come l’espressione dell’ineffabile. Se la civiltà occidentale è sorta sulla visibilità, il razionalismo ha poggiato le sue chances sul geometrismo verificabile dall’occhio, la musica ha sempre rappresentato la dimensione oscura dell’essere, ciò che non si lascia ingabbiare nelle griglie matematizzanti della ragione. Del linguaggio la musica è la dimensione sensibile, della coscienza l’inconscio. La musica storicamente nella nostra civiltà mostra sempre di stare dalla parte del periferico, dell’emozionale.
Uno studio della musica consente allora di disegnare una storia segreta della cultura, in quanto va ad intercettare inevitabilmente la rilevazione dei meccanismi attraverso cui le comunità umane sfuggono ai dispositivi di dominio e razionalizzazione della esistenza messi in atto al livello di controllo delle stesse. Giungendo ai nostri giorni, trovandosi di fronte al fenomeno della musica registrata, lo studioso, consapevole di questo statuto fenomenologico del suono, vorrà comprendere perché noi abbiamo deciso di lasciare pervadere i nostri spazi ed il nostro tempo dai suoni. A cosa rimanda questo bisogno così manifesto di galleggiare nei suoni?

La nostra éra – ha suggerito McLuhan – è paragonabile ad una musica e la musica stessa non può venire distinta da un ambiente sintetico e tecnologico. Il nostro tempo è attraversato da un flusso sonoro pressocché ininterrotto, flusso molteplice, vario, surreale, in cui babelicamente si mescola di tutto, proveniente da tutte le parti, provocando caotiche inferenze di gusto e di stile. La radio, che trasmette senza soluzione di continuità è la metafora più piena del mondo come spazio sonoro multiforme.
Per tutto l’Ottocento e per i prima trenta-quarant’anni del secolo ventesimo si esaltava la possibilità di una percezione in termini squisitamente musicali del brano; la stessa pedagogia musicale insisteva sulla necessità di una comprensione dei meccanismi interni della musica; successivamente l’esperienza musicale è apparsa sempre più strettamente connessa con le esperienze extra-musicali che in un modo o nell’altro l’accompagnano. L’ascoltatore oggi tende a vedere la musica non come a sé stante, ma connessa, con il movimento del corpo, con le parole, con le immagini (vedi alla voce: Parlare le immagini), vive sempre, la musica, in una definita situazione sociale, che di essa finisce per costituire la sostanza stessa.
Per l’ascoltatore del passato fare/ascoltare musica significava mettere fra parentesi il vissuto quotidiano ed accedere ad un altro livello di esperienza, per l’ascoltatore odierno fare/ascoltare musica significa (attraverso un privilegiamento della dimensione metonimica) fare un’esperienza contigua al vissuto quotididiano, il che rimanda a quella percezione distratta di cui parlava Benjamin, con geniale precognizione a proposito dei prodotti della cultura di massa.
La nota dominante dell’éra attuale, quindi, è l’estensione della musica, un tempo arte temporale per eccellenza, all’universo spaziale. Tale processo è osservabile non solo a livello fruitivo – in cui gadgets come il walkman, il car-stereo, la radio tascabile sono ormai alla portata di tutti –, ma anche creativo, laddove, ad esempio, la sonorizzazione dell’ambiente pretende di assurgere a genere compositivo dotato d’una propria dignità ed autonomia.
La musica come esperienza globale (non ristretta alla sfera intellettuale) emerge - con connotazioni culturali differenti, evidentemente - come problematica nei musicisti contemporanei e nell’universo della cultura di massa, qui viene vissuta da un’utenza che la annovera tra le più diffuse pratiche “indifferenti” e “distratte”.
I suoni a cui noi siamo esposti sono molteplici, provengono da culture differenti e risalgono da epoche storiche più o meno remote. Ogni differenza spaziale e temporale è annullata grazie al fiume sonoro che i media ci riversano addosso. Tanta molteplicità rischia di indurre una sorta di insensibilità alle differenze; questa babele rischia di farci sembrare che ogni cosa sia scambiabile con qualsiasi altra. Può però anche costituire lo stimolo per un approfondimento delle differenze e per l'uso delle differenze come mattoni per la costruzione della propria identità, secondo un modello maturo del consumare cultura. Certo, senza una adeguata pedagogia, che fornisca modelli d'intervento per condurre una formazione miratamente orientata a sviluppare nei soggetti l'attitudine strategica alla frequentazione dei media, è difficile che le differenze parlino al nostro orecchio; più probabile è il disorientamento, l’acusia, l’insensibilità, la superficialità.

Per evitare le insidie e riuscire quindi a profittare positivamente della molteplicità messa a portata di mano dai media bisognerebbe acquisire un atteggiamento d’ascolto insieme decentrato ed attento, bisogna acquisire le competenze per realizzare un management dell'ascolto. Prima l’ascolto era monocentrico ed egocentrico, in quanto favoriva una appropriazione totalizzante del tempo, quasi si potesse controllare il divenire, mediante la sua proiezione orientata, oggi ci si rende conto che un ascolto è possibile solo a condizione che si abbandoni ogni aspirazione a rigidamente orientarlo. Per poter continuare ad ascoltare dobbiamo inventare delle strategie di ripiegamento. I media spingono a trattare le informazioni in modo non lineare. E questo è particolarmente evidente con le nuove generazioni, meno compromesse con la logica tradizionale della scrittura. I nostri ragazzi oggi possono fare i compiti, guardare la tv, ascoltare la radio, parlare al telefono, tutto nello stesso tempo. Ciò perché essi ritengono l’informazione non in senso logico sequenziale, ma in una sorta di cluster. Il sistema dei media li ha assuefatti ad una trasgressione sistematica dei meccanismi causa-effetto e della continuità spazio-temporale, abituandoli al meccanismo della incorporazione casuale delle informazioni nell’ambito di un sistema ad alto tasso di entropia.
Di fronte a questa situazione non ha senso giocare in termini puramente difensivistici. Si tratta di sviluppare le stragegie cognitive idonee alla nuova situazione, cogliere le opportunità che essa eventualmente è in grado di offrire. Accettare, in altri termini, la sfida posta da un sistema informativo che è sempre più – nel suo complesso – musica, di una musica che è sempre più ambiente.

Si tratta allora di compiere il grande “salto”: dall’ascolto applicato all’ascolto decentrato, dall’ascolto tonale all’ascolto pantonale. L’ascoltatore si emancipa dalla Legge che prescrive l’ascolto diretto, univoco, e si apre alla polisemia a cui in qualche modo questa ricchezza incontenibile di informazioni allude.
I media hanno reso obsoleti sia i consueti modi di pensare alla musica, che i tradizionali rituali attraverso cui si instaurava un rapporto con la musica. La musica, a causa dei media, non ha bisogno più del rituale della sala da concerto per offrirsi all’ascolto; il suo ascolto può svolgersi dappertutto ed allora musica e non-musica finiscono per trovarsi strettamente connesse.
Per l’ascoltatore tradizionale la musica va ascoltata compiendo un atto volontario di attenzione, facendo silenzio attorno a sé, intimando al proprio corpo la sospensione di ogni gesto che sia sonoro. Oggi ciò è semplicemente divenuto impossibile.
Un ascoltatore emancipato è anche un produttore: un ascoltatore emancipato non tollera la rigida distinzione tra il momento della creazione e quello della ricezione. I new media esigono che il consumatore si elevi a prosumer. Nel campo della lettura, De Kerckhove ha coniato il termine screttura ad indicare l'indissolubilità, favorita dai new media fra l'atto della lettura e quello della scrittura.
Ha sicuramente ragione chi sostiene che i mezzi di riproduzione del suono hanno introdotto tra gli ascoltatori atteggiamenti passivi, ma ciò solo in una primissima fase, successivamente il fruitore si è immunizzato. (Cfr. quanto detto alla voce: Consumo, in cui il paradigma immunologico è assunto a chiave esplicativa, a partire da Roberto Esposito e la sua opposizione Immunitas vs communitas). Oggi, la generale diffusione del computer promette un'ulteriore attivazione della fruizione in senso creativo, con la nascita di un dilettantismo digitale sviluppato a vari livelli. Lo ha osservato Roberto Maragliano a proposito delle immagini (cfr. il suo Parlare le immagini, lo osserviamo noi, sulla scia di molti altri, a proposito del suono, ricavando un criterio in ambito metodologico-didattico: non c'è educazione musicale che non sia un vivere i suoni, e oggi vivere i suoni significa affacciarsi al mondo del bricolage elettronico.


Per approfondire: cfr. l'articolo Il sonoro del multimedia

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