Tarantismo

Il tarantismo può essere considerato come una forma particolarmente efficace di musicoterapia. La sua peculiarità è dell'essere situato, cioè riferibile ad un'area geografico-culturale circoscritta e definita, il Salento (anche se viene attestata una certa diffusione del fenomeno in altre parti del Sud Italia e in Spagna. Esso è una manifestazione etno-culturale, che si concreta in un complesso rituale, che prende in carico la persona morsa dal ragno (affetta da una qualche patologia psichiatrica, diremmo noi dall'interno della nostra cultura), per sollevarla dal suo stato di disagio (che De Martino qualificava in termini di crisi della presenza) e portarla a conseguire uno stato di benessere.
Va sottolineato che nell'ambito della visione del mondo entro cui il tarantismo nasce e si realizza, le persone che, attraverso la danza e la musica imploravano la grazia a San Paolo, non erano considerate malate, ma semplicemente vittime di un incidente (il morso del ragno), il setting quindi in cui si sviluppa il rituale non è di tipo propriamente terapeutico, ma para-sacrale, mentre nella musicoterapia, la pratica musicale qualifica la musica come un farmaco e configura il setting come terapeutico. E' del tutto evidente che il vissuto degli attori sociali, nei due setting, è molto differente e causa atteggiamenti differenti nella relazione tra operatore, cliente, contesto, con ricadute anche differenti sulla potenziale efficacia dell'intervento.
Il nostro ambiente è pervaso di musica, se ne fa un consumo elevatissimo, perlopiù per ragioni di intrattenimento e di divertimento, si comprende bene che possa apportare qualche beneficio (altrimenti non si capirebbe perché tanta presenza sonora nelle nostre vite), ma proprio perciò si fa difficoltà a comprenderne la potenziale efficacia quale dispositivo terapeutico. E poi, lo stesso Bateson si chiedeva: si può prescrivere a qualcuno di giocare? Vi è insomma una comprensibile forma di resistenza a leggere come setting terapeutico quello musicoterapico. D'altro canto la presenza così massiccia di musica non produce una sorta di assuefazione che rende problematico il suo uso in contesti differenti da quelli della quotidianità?
Ciò per dire che la musicoterapia probabilmente deve ancora sviluppare un'approfondita analisi epistemologica e metodologica per definire esattamente a quali condizioni la musica può svolgere un ruolo effettivamente terapeutico. Non la musica tout court, ma la musica iscritta all'interno di protocolli scientificamente fondati, che la rendano certa volta a volta dei suoi effetti terapeutici.


E poi:

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arantismo
«Genuit hic natura arachneum animal nocentissimum…», la natura vi ha
generato (nella penisola salentina), un animale dannosissimo, un ragno,
scrive nel 1513 il medico umanista Antonio De Ferrariis nella più famosa
delle sue epistole, De situ Japygiae, il cui veleno viene espulso al suono
di flauti e tamburi. Non ci crederei, aggiunge, se non ne avessi avuto
numerose prove. Il morso di questo ragno, la tarantola, causa, secondo la
credenza diffusa, uno stato estremo di prostrazione e di malessere nel
malcapitato, da cui è possibile risollevarsi, temporaneamente, grazie a
una pratica terapeutica che si basa sulla musica e sulla danza.
Soprattutto le donne sono colpite dal male. Una volta che se ne sia capita
la natura, viene convocata una orchestrina (un tamburello, un violino, una
chitarra, anche solo variamente accoppiati tra loro o combinati con altri
strumenti) che attacca una serie di motivi musicali, una vera e propria
esplorazione, per comprendere quale di essi risvegli il tarantato:
talvolta il ritmo è quello forsennato della pìzzica, e allora la persona
colpita dal morso si solleva e danza a lungo, in maniera scomposta, anche
per molte ore e per giorni, tolte brevi pause diurne di riassopimento e le
notti; ma il ritmo può essere anche più blando e il motivo lamentoso.
Durante la terapia i tarantati si mostrano particolarmente sensibili ai
colori, ai profumi, agli oggetti luccicanti; talvolta aggrediscono persone
che indossino un capo del colore che li eccita. La guarigione è
temporanea, perché il malato ricade ogni anno nello stato di malessere,
nel periodo corrispondente a quello del primo morso. Nel XVIII secolo si
diffonde la devozione per San Paolo quale guaritore e protettore dei
tarantati; luogo centrale della sua venerazione è una cappella a lui
dedicata situata della città di Galatina, e benefica, perché vomitiva, era
considerata l’acqua del pozzo ad essa adiacente chiuso nel 1959.
Per secoli medici, viaggiatori, geografi, curiosi e, più di recente,
antropologi, hanno raccontato lo svolgersi di questa strana terapia,
alcuni celiando sull’efficacia sia del veleno che della cura, altri
soffermandosi sull’anatomia dei ragni pugliesi, in qualche caso deridendo
le vittime del morso, in altri rivelando un atteggiamento più partecipe e
votato alla comprensione del fenomeno.
Il più importante studio sul tarantismo rimane La terra del rimorso di
Ernesto De Martino (1908-1965), etnologo e storico delle religioni, il
quale organizzò e diresse la spedizione di una équipe di studiosi nel
Salento nel 1959 (tra essi l’etnomusicologo Diego Carpitella, lo
psichiatra Giovanni Jervis, il fotografo Franco Pinna); il libro uscì due
anni dopo. De Martino comprese la natura di "male culturale" del
tarantismo, cogliendo nei momenti della terapia il ricorso a uno schema
tramandato nelle comunità di soluzione delle crisi che non avevano, però,
origine dall’avvelenamento subito da alcun ragno. Il tarantismo osservato
da De Martino era ormai un fenomeno residuale, aveva perduto la
complessità del rito emersa dalle vecchie testimonianze.

Tarantola
Non è chiaro quale specie di ragno identifichi il nome tarantola, o
taranta; stuoli di osservatori hanno cercato di individuarla con
precisione e hanno studiato la morfologia e l’anatomia dei ragni pugliesi.
D’altro canto, l’origine del male non sempre viene attribuita al morso del
ragno: essa può nascere dalla "sfiatatura" - un incantamento - di un
serpente, o di un cane, o dalla puntura di un’ape. In ogni caso, nella
tarantola è plasmato il simbolo della crisi. Nel Salento sono due i ragni
il cui morso può produrre seri effetti tossici sugli uomini: la lycosa
tarentula, rapida, mobilissima, aggressiva, il cui veleno agisce
localmente e procura reazioni molto appariscenti nei dintorni della parte
colpita; il latrodectus tridecim guttatus, lento e sornione, vive nascosto
e attende che la preda si impigli nella rete: il morso può causare effetti
generali molto gravi e dolorosi, fino a un irrigidimento del corpo, della
durata di alcuni giorni. È verosimile che l’esperienza degli effetti
prodotti dalla puntura del latrodectus e del comportamento aggressivo
della lycosa abbia contribuito alla elaborazione del simbolo, la
tarantola, che dà vita e orizzonte alla crisi. Il tarantato assume il
carattere dell’animale che lo ha morso: la tarantola può essere canterina,
o sorda – e allora alla danza e al canto si sostituirà un lamento che ha
la cadenza del pianto funebre -, amare colori particolari, o sguazzare
nell’acqua, preferire una melodia e un ritmo piuttosto che altri.

Pizzica
«Alcuni usano ballare nelle case; altri nei crocicchi delle vie; alcuni
vestiti a festa, altri quasi seminudi; alcuni tenendo in mano i
fazzoletti, o simili adornamenti femminili, altri reggendo pesanti arnesi
della casa. Uno dei più barbari balli è quello che taluni fanno
nell’acqua. E non solamente nell’acqua si agitano per mezza persona, ma
continuamente se ne versano con un catino sul capo e sulle spalle. È una
cosa che muove a pietà, e a sdegno per così orribile pregiudizio!
Immancabilmente è accompagnato il ballo dal monotono e cadenzato suono del
violino, e dal rullo ineguale di un tamburello colle nacchere, suono e
cadenza che si approssimano all’altro della pìzzica-pìzzica, ch’è il ballo
più antico e veramente popolare, tutto proprio del nostro popolo, la cui
tradizione si spegne nei secoli più lontani»; così scriveva alla fine del
secolo scorso Giuseppe Gigli in Superstizioni, pregiudizi e tradizioni in
Terra d’Otranto (1893, nuova edizione 1998), usando toni poco pietosi nei
confronti dei tarantati. In modo più articolato e illuminato aveva toccato
lo stesso tema Luigi Giuseppe De Simone in La vita della Terra d’Otranto
(1876, nuova edizione 1997): la pìzzica è una danza erotica che si esegue
in coppia molto simile alla tarantella, di cui è forse uno sviluppo; oggi
se ne conosce una versione semplificata, ma sappiamo come si sviluppava
nell’Ottocento: una ragazza comincia a ballare da sola, quindi invita un
partner, lo respinge, ne chiama un altro, e chiunque sia, anche se vecchio
e malmesso, è costretto ad accettare e a danzare per il tempo che lei
desideri; quando è stanca lascia al compagno il compito di menare la
danza.
Al ritmo della pìzzica si esegue un altro ballo tipico del luogo, e cioè
la danza delle spade o dei coltelli durante la quale due uomini mimano una
lotta con i coltelli, specialità nella quale, ancora nel ventesimo secolo
inoltrato, i salentini pare che eccellessero; in particolare, essa viene
eseguita nella notte della festa di San Rocco a Torrepaduli, in provincia
di Lecce.
Eugenio Imbriani

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