Vivere I Suoni

La nostra è stata definita come la civiltà delle immagini. Ma in realtà, a badar bene, la definizione non fa giustizia dello smisurato consumo che la società compie di suoni e di musiche. La nostra è una civiltà dell'occhio quanto dell'orecchio, anzi è la civiltà che collega sistematicamente occhio e orecchio, è la civiltà dell'audiovisuale, del multimediale, dei messaggi compositi, che sfruttano la concorrenza di più canali per potenziare la comunicazione.
I suoni si propongono, ancor più che le immagini, come elementi (fondamentali) attraverso cui noi costruiamo la nostra identità e moduliamo la nostra risposta emotiva agli stimoli del contesto.
Se le istituzioni educative pensano di dover offrire agli utenti strumenti per sviluppare l'intelligenza emotiva, allora l'educazione al suono e alla musica non può non avere un ruolo centrale in una scuola che si vuole in dialogo con il mondo, divenuto ormai, in virtù dei media, ricco di esperienze, sensorialmente ed emotivamente stimolanti. Il pensiero non può che essere pensiero emozionato e l'apprendimento non può che essere apprendimento per immersione… e la didattica, di necessità didattica multimediale.
Suoni e immagini, in ragione del potere di coinvolgimento del corpo che posseggono, mettono in questione i modi tradizionali della formazione. Maragliano ha parlato di "inquietudine pedagogica" a cui i nuovi linguaggi danno luogo. Le ragioni di questa inquietudine prima facie possono essere individuate nel diverso atteggiamento che scuola e media hanno nei confronti dell'esperienza.
La scuola assume l'esperienza conoscitiva, affettiva e sociale come qualcosa di fissabile, delimitabile, analizzabile, scomponibile, i media assumono l'esperienza come qualcosa di mobile, aperto, includente e globalizzante, sulla base di un modello che potremmo senz'altro definire acustico. Il suono infatti è mobile, aperto, includente e globalizzante. Quindi qualsiasi esperienza, fosse immagine, fosse scrittura (come succede nel caso delle e-mail e delle chat), che abbia queste caratteristiche può dirsi incardinata nella matrice del suono. L'esperienza sonora si accompagna sempre a una condotta immersiva, quando si partecipa a un evento sonoro, tutto risuona: noi con-soniamo col contesto, siamo dentro la realtà che stiamo vivendo. Ogni esperienza sonora è un prender parte a qualcosa, per questo l'esperienza sonora è un rituale di interazione.
Ciò inquieta la pedagogia. La lettura e la scrittura consentono una prospettiva frontale, l'ascolto immerge in un ambiente che si prospetta in termini che sarebbe giusto definire di realtà virtuale. Ma fare esperienza, si è sempre detto, non è propriamente conoscere. La conoscenza è fatta di "filtri, fatica, complessita, meditazione", la lettura e la scrittura, opportunamente orientate dall'istituzione scolastica, offrono questi filtri, insegnano a porre nessi, con cui si costruiscono quadri concettuali via via più complessi.
Ora, i giovani che fanno esperienza coi suoni, con le immagini, con le parole, che praticano il dilettantismo digitale ci danno un indicazione su cosa sia per loro propriamente pensare: sono interessati ai loro moti interni, non concedono troppo spazio alle mediazioni interpretative, si occupano in giochi che consentono di praticare l'immaginario, quel "terzo spazio" (così lo definisce Maragliano) "che sta tra mondo esteriore e mondo interiore, dove le matrici della scrittura e del suono operano assieme, dove trionfa l'ibrido" (Maragliano, Parlare le immagini, p. 25). Coi suoni, le immagini, le parole i nostri giovani giocano il mondo, costruiscono mondi, ed ogni mondo che essi costruiscono è un vero e proprio ambiente di apprendimento: in questo modo imparano non solo a praticare l'addomesticamento dei media, ma anche l'addomesticamento della realtà e delle loro emozioni.

Si prospetta una sfida per la pedagogia: mettere in discussione "il verbocentrismo delle pratiche educative correnti" (Maragliano, Parlare le immagini, p. 35), aprendo nel contempo la scena educativa all'ingresso di tutto quanto "è corpo, tatto, azione", "moto d'animo, sensazione, affetto" (Maragliano, Parlare le immagini, p. 37).
Si tratta di abitare, vivere i suoni e "parlare le immagini". Entrare, cioè, in una dimensione fabbrile, da bricolage elettronico che "nessun attrezzo del pensiero analitico, per fine che sia, potrà mai esprimere compiutamente" (Maragliano, Parlare le immagini, p. 37), nonché assumere una disponibilità all'ascolto, in modo che la dimensione produttiva e quella ricettiva si trovino in equilibrio: si tratta di acquisire delle competenze qualificabili come management dell'ascolto, indispensabile nella società della ipercomunicazione, che proprio perciò è a rischio di produrre molto rumore, in cui il soggetto può sprofondare in una sorta di acusia psicologica.
Come dice De Kerckhove, il miglior modo di trattare le psicotecnologie è di non avvertirle come estranee e minacciose, ma di farle diventare parte integrante della nostra psicologia individuale: "un nuovo umano si sta formando" (D. De Kerckhove, La pelle della cultura. Un'indagine sulla nuova realtà elettronica, Costa & Nolan, Milano 2000, p. 228).
La pedagogia di cui abbisogniamo è quella che riesce a farci percepire nei suoni e nelle immagini il substrato senso-motorio su cui si innesta poi "il linguaggio, con la sua "capacità di 'chiamare' e classificare, di 'dire'" (Maragliano, Parlare le immagini, p. 66). La pedagogia che conosce e valorizza le enormi risorse del pensiero analogico, al fine di tenere assieme la dimensione emotiva e quella astratto-razionale, immergersi nella realtà, produrre pensiero emozionato e reimmergersi nell'esperienza, per arricchirla creativamente.
Nell'era dei media elettronici tutti siamo costretti in qualche modo a diventare artisti, giocando "sugli innumerevoli tavoli della traduzione, della parodia, della trasformazione, della composizione" (Maragliano, Parlare le immagini, p. 179).
La speranza è che con ciò si possa contribuire ad costruire una società in cui, come ci suggerisce Richard Rorty, i cittadini sappiano esercitare la tolleranza, la solidarietà, l'ironia, competenze indispensabili per consentire un percorso di autoformazione, di edificazione è propriamente il termine rortiano.
Una società che anche trovato il vaccino per immunizzarsi dal consumo, non più demonizzato, ma assunto come luogo che, ove agito strategicamente, consente percorsi di soggettivazione.

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